Mer. Lug 24th, 2024

Raffaele Sardo e il suo libro su Don Peppe Diana

Il ricordo di Don Peppe Diana, prete anticamorra, in una serata di riflessione sulla legalità

Le impronte di un eroe: presentazione del Libro di Raffaele Sardo”Per Rabbia e per amore” a Costa di San Severino (SA)

Di Anna Maria Noia

Lunedì 15 aprile scorso, presso la chiesa della SS. Annunziata a Costa – frazione di Mercato San Severino (Salerno) – è stato presentato il libro di Raffaele Sardo, dal titolo: “Per rabbia e per amore”. Sottotitolo: “Le impronte dei passi di don Peppe Diana”. Per i tipi di Guida editore.

Partecipanti e contesto dell’evento

L’incontro con tale amico del prete “di strada” o “anticamorra”, appunto don Diana, è stato organizzato da varie associazioni territoriali. Coordinate dalla pro loco di Mercato San Severino, nella persona di Alfonso Ferraioli.

Presenti: il vicesindaco della cittadina, l’assessore Enza Cavaliere – con i suoi saluti istituzionali; il già citato Ferraioli; il giornalista e scrittore Raffaele Sardo, per l’appunto autore del volume.

Altresì, come ospite di gran calibro vi era Augusto Di Meo – amico del sacerdote “coraggio” e di Sardo. Nonché testimone oculare dell’omicidio di don Diana. Ucciso il 19 marzo 1994, da un sicario al servizio degli ambienti camorristici. Quel giorno ricorreva l’onomastico del carismatico sacerdote. Che si era schierato dalla parte dei più deboli suoi parrocchiani, visti quali “figli” – vittime del cancro della malavita. Che ha avuto il coraggio di dire: “No!” e “Basta!” ai delinquenti più pericolosi.

Accoglienza a cura di don Gerardo Lepre, parroco della frazione; ha offerto un suo contributo, in termini di discorso, il consigliere Luigi Ingenito. Originario di Costa. “Il sangue dei martiri è seme dei nuovi cristiani” – ha ricordato don Gerardo, citando l’autore cristiano Tertulliano. E rivelando che, essendo insegnante di Religione, consiglia ai suoi allievi di vedere il film sulla figura di don Peppe, interpretato da Alessandro Preziosi.

Ecco, poi, il vicesindaco Cavaliere, parlando delle tante attività culturali – che vedono protagoniste “tutte le frazioni”, come ha dichiarato. Ha ricordato l’impegno dell’amministrazione, da lei rappresentata, nei confronti delle vittime innocenti delle mafie. Infatti, i gradini della scuola media “San Tommaso” sono stati decorati con i nomi di alcune vittime della camorra; inoltre, esiste – sempre a San Severino – uno spazio, un largo dedicato proprio alle vittime innocenti di stese o di regolamenti di conti.

La lotta alla camorra e il ruolo di don Peppe Diana

Il convegno è proseguito. Sono trent’anni che si è consumato l’assassinio di questo fedele servitore del Vangelo. Ricordato dai due amici: Sardo, lo scrittore, e il testimone Di Meo. Il quale, pur vivendo un’esistenza – da lui stesso considerata – “particolare”, non ha alcun dubbio: rifarebbe tutto, per amore di don Diana. Tornerebbe a denunciare e a porsi contro la criminalità.

Si è trattato di un evento interessante, condotto in maniera sobria; piacevole; affabulatoria; colloquiale. È stata tracciata, particolarmente dall’autore del libro – opportunamente pungolato da Ferraioli – una recente cronistoria della camorra nelle zone del Napoletano e/o del Casertano. Le “piazze” della delinquenza – secondo il giornalista – sono state localizzate, partendo dagli accadimenti dell’80-’90 e fino ai nostri giorni, a Marano; Casal di Principe e Castelvolturno.

Da un primo periodo, nel quale si uccideva “soltanto”, si è poi passati a una “evoluzione” della delinquenza: da qualche tempo, sembra che le mafie abbiano compiuto un “salto di qualità”. Trasformandosi in un triangolo tra politica, imprenditoria e camorra.

Ai tempi di don Peppe, soltanto il sussurrare la parola “camorra” era impensabile. Si sottaceva questo fenomeno. Attuando una sorta di “coprifuoco”, un coprifuoco “di fatto”. Pertanto, i clan (Nuvoletta e compagnia) spadroneggiavano su tutto il loro, esteso, territorio.

E, in questa temperie, ecco il “martire” (in greco, l’etimo indica la “testimonianza”) don Diana. Cresciuto in una famiglia umile, ma densa di sani principi. Valori disattesi dal killer (e dai suoi mandanti, ovviamente) nell’uccidere un prete. Secondo “caso”, dopo il sacrificio di don Pino Puglisi – freddato pochi mesi prima di don Peppino Diana, il 15 settembre 1993”.

Prima di questi due omicidi, i rappresentanti di Dio in terra erano più o meno “rispettati”. Ovvero: erano minacciati, ma non si arrivava al punto di assassinarli. “Per amore del mio popolo non tacerò” – diceva il presbitero. Riprendendo un adagio tratto dalla Bibbia e/o da un documento ecclesiastico. E, infatti, la sua parola era invisa ai “cattivi”. Mai sconfitti, a causa del silenzio e del sistema omertoso imperante negli anni che vanno dal 1980 al 2000.

Testimonianza di Augusto Di Meo sull’assassinio di don Diana

Dopo l’intervento di Sardo – che ha illustrato la propria opera, distinguendone la parte “storica” e la parte più prettamente “romanzata”, con la sua “invenzione letteraria” dell’incontro tra il sacerdote, il padre e la madre in Cielo (anche in presenza di Felicia Impastato, madre di Peppino) – è seguito il “racconto” di Augusto Di Meo.

Il quale è già stato a Mercato San Severino, negli ultimi anni: precisamente nel 2019, per ricevere il premio “Sanseverino”. A conferirgli l’importante riconoscimento – per “la responsabilità” – lo stesso Alfonso Ferraioli. In quel tempo, Ferraioli era inserito nel solco della legalità.

Attualmente, pur non avendo mai abbandonato questo delicato “settore” (chiamiamolo così), egli sta perseguendo maggiormente le tematiche della donazione degli organi. Essendo coinvolto in prima persona, in quanto sottoposto a trapianto.

Di Meo ha snocciolato tutti gli eventi di quella fatale giornata, concitati; cristallizzati precisamente. Lucidamente. Il Nostro ricorda, di quel delitto, compiuto con sicurezza e nonchalance (il sicario si allontanò dalla chiesa con baldanzosa lentezza, dopo aver sparato – cinque colpi al volto, uno conficcatosi nel muro), ogni momento. Tutto cadenzato. Attimo per attimo, dalle 7 del mattino – quando don Diana fu ucciso – fino alla denuncia ai carabinieri.

Entrando nell’edificio delle forze dell’ordine alle 8 di mattina, per uscirne quasi ventiquattr’ore dopo: alle 5 del mattino, ha affermato l’ospite. Il quale ha “rivelato” (diciamo pure così) quasi degli “aneddoti” di quella giornata. All’inizio, alle 7, don Peppe che leggeva il breviario. “Si parlava del più e del meno – ricorda Di Meo – e si voleva organizzare un buffet, per celebrare la ricorrenza di S. Giuseppe”. E il racconto delle ultime ore di tale “pastore” sfuma nel personale, in ricordi attoniti espressi dal coraggioso amico. Si parlava di zeppole di S. Giuseppe, da offrire per l’onomastico.

Invece, gli esecutori di “morte” hanno preferito far offrire, al sacerdote, il sacrificio della propria vita. “Per amore del mio (suo) popolo”, don Peppino non ha taciuto. Tra i ricordi “incastonati” – per sempre – nella memoria di Augusto, scaturiscono attimi dopo attimi. Dalle sette e un quarto/sette e mezza del mattino – di “quel” mattino – il testimone ricorda i minimi particolari. Rammenta, ad esempio, che si stava allacciando le scarpe.

Quando, nel mentre, entra colui che ha compiuto la “mattanza” (intesa come omicidio). L’omicida chiede: “Chi di voi è don Peppe?” e subito colpisce il parroco sul volto. Ben cinque colpi. Altrettanti proiettili, dei quali uno – come detto sopra – conficcatosi nel muro. “Peppì, Peppì, come stai?” – esprime spaventato, preoccupato, Augusto Di Meo. Egli racconta di rimembrare per fotogrammi, proprio fotograficamente, i tragici minuti di quella tragedia.

Subito dalla polizia, subito in caserma. E la sua vita che cambia. E cambia la vita della sua famiglia; un’esistenza stravolta dalla violenza dei clan. Anche i dipendenti del testimone non potranno più lavorare nel suo laboratorio. Sempre, nel suo cervello, compare il killer: si aggiusta la cintura; si sistema il giubbotto. Se ne va in tranquillità, senza fretta. Da menefreghista. Sicuro di sé, nella boria di non essere riconosciuto. O, peggio, di non essere contrastato.

Riflessioni sul ruolo e l’eredità di don Peppe Diana.

Dalle “ricordanze” di Augusto, anche la “macchina del fango” di cui è stato vittima – oltre che della violenza tout court – il nostro don Diana. Mediante articoli e servizi giornalistici – tesi a screditarlo, presso l’opinione pubblica. Servizi infamanti e per nulla veritieri. Ma lui, un prete; un uomo come tanti, come dovrebbero essere tutti, risiede nel cuore di tutti coloro che amano e professano la verità.

Considerazioni sul libro e ringraziamenti alle associazioni coinvolte nell’evento.

Cosa dire, infine, di più riguardo tale libro? Che è dedicato a tutti, ai cittadini che fanno il proprio dovere.

A conclusione dell’articolo, chiosiamo ricordando il ruolo delle varie associazioni che – come affermato più sopra – hanno contribuito alla buona riuscita dell’incontro. Esse sono, oltre che la pro loco sanseverinese: l’Unpli (Unione pro loco d’Italia – comitato provinciale di Salerno); il Comune di Mercato San Severino e la parrocchia SS. Annunziata della frazione succitata; il Copisa – consorzio delle pro loco di Salerno, Irno, Picentini, Sele e Alburni; il club Rota bike (Ciclistica sanseverinese) locale; l’associazione “S. Luigi Gonzaga” (sempre a Costa); la realtà sportiva “Amici granata” – della frazione; “Astrambiente”; il Forum dei giovani di San Severino e i Lions: un club service.

Ricordiamo anche che vi è stata la partecipazione delle forze dell’ordine – sia quelle ancora in servizio, che i carabinieri e/o militari in pensione. Autorità militari, civili e religiose non sono mancate all’appuntamento. Assieme a tantissima gente, con grande partecipazione di pubblico. Quello delle grandi occasioni, proprio come questa. Un plauso e un ringraziamento vanno anche ai volontari della Croce Rossa locale; alle altre associazioni di beneficenza e ai membri della Misericordia. Nonché agli associati di altri sodalizi, scusandoci per averne – eventualmente – omessa la denominazione.

Anna Maria Noia

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