L’altro ispettore: la fiction che dà voce alle vite spezzate sul lavoro
Martedì 2 dicembre su Rai 1 è iniziata la serie con Alessio Vassallo, tra indagini, drammi reali e morti silenziose, quelle sul luogo di lavoro, che la televisione spesso ignora
di Antonello Rivano
In questi giorni è andata in onda su Rai 1 L’altro ispettore, la nuova fiction che prova a raccontare ciò che spesso la televisione ignora: le vite che si spezzano sul lavoro, le morti silenziose e le responsabilità che troppo spesso restano impunite. Al centro c’è Domenico Dodaro, interpretato da Alessio Vassallo, un ispettore del lavoro che non ha bisogno di pistole: le sue armi sono la competenza, l’empatia e la determinazione a far rispettare regole che in Italia vengono infrante ogni giorno, spesso con conseguenze letali. Ogni episodio prende spunto da casi reali, ricordando allo spettatore che dietro le cosiddette “morti bianche” ci sono volti, famiglie, comunità segnate da tragedie che non fanno rumore.
La scelta di ambientare la fiction a Lucca e in Toscana conferisce concretezza alle vicende: vicoli, fabbriche, cantieri e uffici diventano non solo sfondo, ma parte integrante della narrazione. Non sono scenari pittoreschi, ma luoghi in cui la negligenza e il mancato rispetto delle norme diventano ordinarietà. La fiction mostra con delicatezza, ma senza edulcorare, le conseguenze di chi lavora in contesti pericolosi, dove l’errore o l’incuria possono avere un prezzo altissimo.
Accanto a Vassallo, Cesare Bocci e Francesca Inaudi danno vita a personaggi che incarnano la giustizia e l’umanità che cerca di opporsi all’indifferenza: amici, colleghi, magistrati e famiglie che vivono le conseguenze delle scelte di chi dovrebbe proteggere i lavoratori. La serie alterna momenti di tensione investigativa a riflessioni sul dolore, sulla responsabilità e sulla fragilità delle persone, evidenziando che l’eroismo non sta nella violenza o nel colpo risolutore, ma nella costanza, nell’attenzione e nella capacità di far rispettare le regole.
Il ritmo è calibrato: sei episodi trasmessi in tre serate, con due puntate per serata, ciascuna lunga quasi due ore, che permettono di sviluppare i casi in profondità. Il rischio di scivolare nel melodramma o nel moralismo è concreto, eppure la regia e la sceneggiatura cercano di mantenere equilibrio e autenticità, restituendo il dolore senza spettacolarizzarlo.
L’altro ispettore non è solo intrattenimento: è uno specchio critico sulla società. In un’Italia dove le morti sul lavoro continuano a segnare centinaia di famiglie ogni anno, la fiction diventa occasione per riflettere sul valore della prevenzione, sulla responsabilità collettiva e sull’urgenza di una cultura della sicurezza. Ogni vita persa sul lavoro è una sconfitta di tutti: la serie lo ricorda con forza, invitando a guardare la realtà con occhi più attenti. La televisione può raccontare storie, ma può anche scuotere, provocare e denunciare, e L’altro ispettore lo fa con efficacia, rendendo visibili drammi troppo spesso ignorati.
Antonello Rivano

