Sab. Apr 18th, 2026

Verso un’economia dell’usato

Ridurre gli sprechi, valorizzare le risorse e promuovere creatività e solidarietà attraverso il riuso

Di Massimo Bramante

L’economia circolare rappresenta un innovativo paradigma economico elaborato teoricamente alla fine degli anni Settanta ma affermatosi sul piano delle realizzazioni pratiche solo in questi ultimi tempi. Sostanzialmente si fonda sulla necessità di diminuire progressivamente l’utilizzo indiscriminato delle risorse naturali presenti sul territorio attraverso il recupero e/o il riciclaggio di materiali precedentemente utilizzati nei diversi cicli produttivi. Si tratta quindi di un vero e proprio “cambio di rotta” nel campo della produzione e del consumo di beni (Giulio Sapelli, “Un cambio di rotta – Note sull’economia circolare”, in Equilibri n.1/2019). Non un percorso opzionale per singoli Paesi, bensì un cammino comune, talvolta anche impervio culturalmente, di salvaguardia nel tempo del “valore” dei beni prodotti da industria, agricoltura, artigianato, commercio. Un’esigenza prioritaria per i governi di mezzo mondo: a testimoniarlo i 17 obiettivi dell’Agenda 2030 sullo Sviluppo Sostenibile.

Al World Economic Forum di Davos del 2014 il tema fu al centro di numerosi interventi di approfondimento teorico e proposte di realizzazione concreta. Il modello tradizionale dell’economia lineare (“prendi dal suolo – elabora – consuma – elimina”) non poteva – si disse in allora e si ripete oggi – funzionare ovunque e per sempre.

E la circolarità economica – è bene tenerlo presente – non riguarda solo i materiali, gli oggetti (riciclare i prodotti considerati di scarto, non vergognarsi individualmente ad indossare abiti da altri precedentemente usati, il second-hand di oggetti di arredamento, e così via), ma anche – talvolta soprattutto – l’immateriale: i saperi (privati e pubblici), l’intelligenza, la creatività (per cui risorse individuali, fino a ieri, potevano trasformarsi, domani, in risorse collettive: ovvero al servizio di comunità e territori, indipendentemente dal fattore tempo).

L’economia lineare, con cui per anni e secoli si erano gestiti i rifiuti urbani e/o del settore agro-alimentare, aveva generato nei fatti “valore-perso” (efficace espressione della giurista Pinuccia Montanari): “perso” nel post-consumo in maleodoranti spazzature urbane, discariche periferiche, inceneritori… L’economia circolare, al contrario, invitava tanto i Governi quanto i singoli cittadini a promuovere un uso a-tossico, efficace ed efficiente, di quello che fino a ieri veniva inopinatamente considerato “rifiuto”. Ci si indirizzava così, anche se con estrema lentezza, verso quella che veniva indicata con il termine “economia dell’usato”.

L’economia dell’usato non sostituirà mai in toto l’economia lineare – come peraltro utopisticamente pensato dall’economista Jeremy Rifkin – ma potrà efficacemente integrarla: B. Perret, anch’egli sociologo ed economista, parlerà acutamente di “ibridazione della logica mercantile” (“Les enjeux de l’économie collaborative”, in Etudes, n.1/2019).

Seppure tra non poche difficoltà cresce anche in Italia, giorno dopo giorno, il mercato dell’usato e del riciclo dei beni prodotti da industria, agricoltura, artigianato, commercio: una “Second Hand Economy”, che è anche il titolo di una documentata indagine di Bva Doxa per Subito del 2024, dove si evidenzia che il mercato dell’usato ha coinvolto 27,2 milioni di italiani, con un valore economico delle transazioni di 27 miliardi di euro (soprattutto nell’online), pari all’1,2% del Pil (dal “valore” potenzialmente “perso” al “valore” potenzialmente “guadagnato”).

L’economista Tim Jackson, in un convegno milanese dedicato a questi temi (“Circular: L’Economia che fa sistema”), avvertiva: “noi umani siamo sensibili alle novità… amiamo le cose nuove, le esperienze nuove, le case nuove, gli ornamenti nuovi, le macchine nuove, le vacanze nuove… Ma così facendo ci spingiamo sempre più verso un’economia insostenibile”.

L’economia dell’usato ci invita a prendere coscienza che prodotti e beni dell’industria, dell’agricoltura, dell’artigianato possono mantenere la loro utilità, il loro valore, in diversi, successivi, momenti temporali. Il monito/interrogativo del grande sociologo Zygmunt Bauman non va dimenticato: “Le cose vengono gettate per la loro bruttezza, o sono brutte perché destinate alla spazzatura?”

Ecco quindi come l’economia dell’usato può trasformarsi in un’economia della creatività. Frugalità, d’altra parte, fa rima con creatività. Ad esempio con riferimento al cibo. Joe Bastianich, noto ristoratore a Roma e a New York, ci segnalava che da ragazzo, a casa sua, la pasta avanzata sul tavolo da cucina la sera prima non finiva nella spazzatura, ma nel frigo; così il giorno dopo, saltata in padella con un’aggiunta di formaggio diventava croccante, filante, a volte meglio del giorno prima! Aggiungeva poi: diventato ora ristoratore e dovendo sposare profitto ed etica: “il mio obiettivo è avere sempre il ristorante pieno e i bidoni dei rifiuti mezzi vuoti”. Che dramma sociale venire a conoscenza, da organismi attendibili come la FAO, che l’11% del cibo prodotto a livello globale viene sprecato senza essere riutilizzato in ambito domestico e che il 17% viene perso tra il momento della raccolta nei campi e quello della vendita al dettaglio. Che stupore venire, nel contempo, a conoscenza che i fili biodegradabili del micelio, l’apparato vegetativo dei funghi, opportunamente lavorati, possono addirittura essere usati per limitare l’inquinamento acustico, per l’isolamento termico in edilizia, per la produzione di tessuti (ricerca dell’Istituto tedesco di Fraunhofer): un valido sostituto della nociva plastica. Creatività, appunto.

In tema di economia dell’usato non sono solo le grandi catene distributive, le piattaforme digitali, il web, i colossi dell’informazione e della commercializzazione a potere/dovere portare un significativo contributo all’economia dell’usato. Il nostro sguardo (e la nostra approvazione) deve indirizzarsi anche alle tante iniziative locali, affidate alla volontà e all’intelligenza di chi, tra mille problemi, si sforza di “mettere in campo” altri modi di realizzare un’economia rispettosa dell’ambiente e solidaristica.

Mi piace segnalarne alcune, di marca genovese, perché ritengo possano fare, per così dire, da apripista. Il progetto “Toorna”, una piattaforma online di scambio di abiti ed oggettistica per bambini, da web-app divenuto poi spazio di scambio a tutto tondo. L’Occhialeria Sociale, nel centro storico genovese, che offre lenti gratuite da altri donate per gli indigenti della zona. La recente Scuola delle Arti Sociali del “Limone lunare”: uno spazio di creatività e relazioni con i suoi laboratori maieutico-creativi (sulle orme del fecondo insegnamento di Danilo Dolci di “dare materia al sogno”), ove si insegna e si impara che nulla va gettato e tutto può essere utile ad altri, sia in quanto materia (ad es. i lavori della Sartoria Artistica), sia in quanto interdipendenza e messa in comune di saperi.

Massimo Bramante

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