Gio. Apr 16th, 2026

Antonello Rivano: « In Parole rosse, non c’è solo un mistero da risolvere…»

Nell’intervista, l’autore svela il cuore di Parole rosse: un’indagine da giallo che scava nel passato. Sabato 10 gennaio la presentazione a Carloforte (SU)

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Nicoletta Lamberti intervista Antonello Rivano

In occasione della presentazione di Parole rosse (Polis SA Edizioni, 2025), in programma il 10 gennaio alle 17.30 a Carloforte, negli spazi dell’ExMe. Durante la presentazione Rivano dialogherà con la scrittrice Maria Simeone. La giornalista Susanna Lavazza, autrice di una delle due note introduttive che aprono il libro, presenterà l’incontro; l’altra introduzione è a cura dello scrittore Pier Guido Quartero.

Abbiamo incontrato l’autore, che è anche Direttore di Redazione del nostro magazine, per parlare di isole senza nome, memoria, perdono e di un romanzo che intreccia mito, indagine e profondità emotiva.

Antonello, com’è nato “Parole rosse”?
Da un’esigenza narrativa ed emotiva. Volevo raccontare la perdita e la rinascita, e il modo in cui la memoria può diventare un ponte oppure una prigione. C’è poi la mia passione per i miti, i misteri e i libri antichi: nel romanzo la ricerca della verità passa spesso anche da lì.

Perché iniziare con un’immersione e una tragedia?
Perché rappresenta il punto di rottura. È un momento sospeso tra luce e buio che introduce subito il lettore nel cuore emotivo della storia. Da lì in avanti nulla può più restare com’era.

L’isola è una presenza fortissima, ma non ha mai un nome. Perché questa scelta?
È una scelta voluta. Non desideravo che il lettore si ancorasse a un luogo preciso sulla mappa. L’isola doveva funzionare anche come spazio simbolico, una geografia emotiva. Detto questo, parto da luoghi reali: l’isola in cui sono nato e cresciuto e un altro paese a essa collegato. Pur non nominandoli, fornisco riferimenti geografici esatti — coste, orientamenti, distanze, prospettive. Sono elementi concreti e riconoscibili, che mi permettono di muovermi liberamente nella narrazione restando però ancorato alla realtà.

Oltre all’isola, altri due luoghi fanno da palcoscenico al tuo libro: Milano e Genova. Ma mentre la prima sembra essere solo sfiorata dal racconto, il capoluogo ligure, o meglio i suoi caruggi, sono descritti con minuzia e  passione. Anche questa una scelta ?

Sì, sono due luoghi che hanno avuto, e hanno, per me significati diversi. In effetti Milano l’ho solo ‘sfiorata’ anch’io e non è stata un’esperienza positiva; chissà, forse un giorno ci scriverò qualcosa. Genova, invece, è stata una meravigliosa sorpresa, che non smette mai di affascinarmi e, per molti versi, sorprendermi. Mi ha dato tanto e sono sicuro che continuerà a farlo ancora per molto.


Nella dedica del libro dici: “A tutti quelli che mi hanno insegnato qualcosa” Perché?

Nella dedica ho voluto ringraziare tutti coloro che, in un modo o nell’altro, mi hanno insegnato qualcosa. Non faccio nomi per scelta: ci sono persone che mi hanno sostenuto o ispirato, ma anche chi non ha creduto in me o mi ha fatto del male ha avuto un ruolo nella mia crescita. Ci sono poi persone che, più di altre, mi hanno trasmesso insegnamenti fondamentali per la mia formazione come autore, e alcuni di loro si possono ritrovare nelle pagine del libro, nei personaggi positivi.

I personaggi, quindi, si ispirano a persone reali?

In gran parte sono il risultato di incontri, esperienze e suggestioni diverse. In alcuni personaggi ho voluto ritrarre, almeno caratterialmente, figure a me care, amici che mi hanno insegnato tanto. Anche se nel libro fanno cose diverse dalla realtà, i loro nomi sono cambiati e  sono sempre figure narrative, filtrate dalla scrittura e dall’immaginazione.  quando rileggo il romanzo, proprio come mentre lo scrivevo, non posso fare a meno di riconoscere i loro tratti somatici e fisici, le camminate, i loro modi di parlare e porgersi.

C’è però un’eccezione consapevole: il personaggio del professor Nicolo Capri, nasce come omaggio alla memoria di Nicolo Capriata, amico e maestro. Ho cercato di raffigurarlo così come era realmente, sia fisicamente sia nel modo di fare. In questo caso non mi interessava mascherare il riferimento, ma riconoscere un debito umano e intellettuale. Il suo ruolo nel romanzo è discreto ma significativo, e trova un ulteriore rimando fuori dalla narrazione, nei ringraziamenti e nella pagina dell’epigrafe. È un modo per dire grazie, più che per spiegare.

Un amico scrittore, Pier Guido Quartero, che ha scritto anche una delle note introduttive presenti nel mio libro, sicuramente più bravo e con più esperienza di me, una volta mi disse che inventarsi dei personaggi significa spesso descrivere persone che esistono davvero. Inutile dire che in Parole rosse è finito anche lui: sono sicuro che si sarà riconosciuto e avrà riso di gusto.

Nel romanzo le figure femminili hanno un ruolo centrale: Gloria, la madre, Olga.
Sono tre modi diversi di incidere nella vita del protagonista. Gloria rappresenta il passato che ritorna, la madre è l’eredità emotiva con cui fare i conti, Olga è la possibilità del cambiamento. Le donne, in “Parole rosse”, non sono mai sfondo o ornamento: sono presenze attive, capaci di rivelare, mettere in crisi, proteggere. Sono specchi in cui Riccardo è costretto a guardarsi.

Affronti anche il tema della malattia mentale e del rapporto madre–figlio.
È stato uno degli aspetti più delicati. Ho cercato di evitare ogni semplificazione. La malattia non colpisce solo chi ne soffre, ma deforma i legami, lascia segni che durano nel tempo. Per Riccardo è una parte della sua identità, qualcosa da cui non può davvero fuggire.

Nel libro ritorna spesso, in modo silenzioso, il tema del perdono.
Il perdono attraversa tutta la storia, anche quando non viene nominato. Non è un atto immediato, né una cancellazione del dolore. È un percorso. Significa smettere di essere prigionieri del passato, senza negarlo. Ogni personaggio deve capire che cosa è disposto — o meno — a perdonare.

C’è anche un’indagine, ma non è quella classica.
È un’indagine che guarda soprattutto al passato per comprendere il presente. Non c’è solo un mistero da risolvere, c’è una verità da ricostruire attraverso ricordi, omissioni e scelte mai affrontate. Più che cercare cosa è successo, i personaggi cercano il significato di ciò che è accaduto.

Alcuni lettori parlano di elementi da “giallo”.
Non lo definirei un giallo in senso stretto. Ci sono indizi, simboli, momenti di tensione, ma il centro non è il crimine: è l’interiorità dei personaggi. L’aspetto investigativo serve a tenere viva la domanda, non a fornire risposte facili.

Perché Euridice e, più in generale, le scelte che rimandano alla mitologia e all’esoterismo?
Perché il mito e l’esoterismo parlano un linguaggio che precede la razionalità. Euridice non è solo un riferimento colto: è una chiave emotiva. I miti attraversano il tempo perché raccontano conflitti universali — la perdita, il desiderio, il limite, il ritorno. L’esoterismo, nel romanzo, non è mai decorativo: suggerisce che esistono livelli di lettura diversi, che non tutto si esaurisce in ciò che è visibile o immediatamente spiegabile. Alcune verità si intuiscono prima di essere comprese.

Ci sono opere o suggestioni che hanno influenzato la scrittura?
Sicuramente la canzone “Euridice” di Roberto Vecchioni, che ha ispirato il tono emotivo della prima parte. E il libro “Scusi, dov’è l’Ade?” di Giorgio Saba, che mi ha mostrato come i miti possano essere attraversati con uno sguardo contemporaneo. Ci sono poi riferimenti musicali e letterari che fanno parte del mio percorso.

Il titolo “Parole rosse”: come nasce?
Il suo senso pieno emerge solo nelle ultime pagine ed è legato a un omaggio letterario molto importante per me. Preferisco non anticipare nulla: è una scoperta che spetta al lettore. Nei ringraziamenti finali spiego i come e i perché del titolo.

Che tipo di libro è, allora, “Parole rosse”?
È proprio il tipo di storia che amerei leggere… se non fossi io ad averla scritta. Mi manca il privilegio della sorpresa, quel brivido del non sapere cosa accadrà alla fine. È il paradosso dello scrittore: costruisci un mondo che vorresti scoprire da lettore, ma conosci già ogni svolta.

Cosa speri rimanga al lettore?
Che anche nelle ombre esista sempre un varco. Che la perdita non chiuda tutto. E che l’amore, in tutte le sue forme, lasci tracce che vale la pena seguire.

Hai abituato i tuoi lettori, e noi della Redazione di Polis lo sappiamo bene, a una produzione sempre varia, tra giornalismo e narrativa, esplorando generi diversi. Dopo Parole rosse, cosa hai in programma e cosa possiamo aspettarci dal tuo lavoro?

Sul mio desktop ci sono sempre più file aperti. Oltre agli articoli giornalistici, ci sono scritti che potrebbero diventare libri in futuro. Sto lavorando a un romanzo che mescola autobiografia e fantasia, e a una raccolta di racconti il cui protagonista è un marinaio, un Capitano per la precisione. Poi c’è un progetto editoriale in collaborazione con Mimmo Oliva, direttore editoriale di Polis SA Edizioni: è un lavoro giornalistico di ampio respiro che potrebbe trasformarsi in uno o più volumi.

Nicoletta Lamberti

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