Il gioco, i corpi, la realtà
Come la televisione banalizza il denaro e riduce le donne a immagine

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Negli ultimi anni la televisione generalista, soprattutto quella dell’intrattenimento, ha progressivamente svuotato di significato due elementi centrali del racconto televisivo: il denaro e il corpo. Nei quiz e nei giochi a premi, migliaia di euro vengono trattate come cifre marginali, pronunciate con leggerezza, consumate in pochi minuti, mentre il ritmo dello spettacolo impone di andare avanti. Il valore economico, che nella vita reale rappresenta spesso una linea di confine tra stabilità e precarietà, diventa così un semplice espediente narrativo, qualcosa che può essere perso o vinto senza conseguenze apparenti.
Accanto alla banalizzazione del denaro, persiste un altro meccanismo ormai strutturale: l’uso del corpo femminile come leva di attrazione. Vallette, ballerine, presenze decorative, ma anche concorrenti: figure che continuano a essere selezionate e rappresentate privilegiando l’aspetto estetico rispetto ad altri elementi. La regia accompagna questa scelta con inquadrature insistite, mai neutrali, che indugiano su scollature, gambe, sorrisi costruiti. Non è casualità, ma linguaggio televisivo. Un codice consolidato che riduce il corpo della donna a ornamento, a supporto visivo del gioco, a strumento per trattenere lo sguardo dello spettatore.
Il dato più rilevante è che queste dinamiche non riguardano più soltanto le televisioni commerciali. Anche il servizio pubblico, nella competizione sugli ascolti, finisce spesso per adottare gli stessi codici, rinunciando a un ruolo realmente distintivo. La gara tra emittenti si gioca così verso il basso, in una rincorsa che sacrifica la complessità e normalizza modelli che dovrebbero essere superati. Il confine tra intrattenimento e responsabilità culturale diventa sempre più sottile, fino quasi a scomparire.
Questa rappresentazione ha effetti che vanno oltre lo schermo. Nella realtà quotidiana, quelle stesse cifre considerate “poco” in televisione hanno un peso concreto sulle vite delle persone. Migliaia di euro possono significare affitto, cure, sopravvivenza. Allo stesso modo, il corpo femminile, reso innocuo e decorativo nel linguaggio televisivo, continua a essere oggetto di discriminazione e violenza nella società. La televisione non crea questi fenomeni, ma contribuisce a costruire e rafforzare l’immaginario che li rende accettabili, ripetendo ogni giorno una visione in cui il corpo può essere valutato, scelto, consumato.
Il nodo centrale, allora, non è l’intrattenimento in sé, ma la responsabilità di chi lo produce. Il servizio pubblico dovrebbe avere il compito di offrire uno sguardo diverso, di non limitarsi a rincorrere le logiche commerciali, di non ridurre tutto a una questione di ascolti. Quando invece adotta gli stessi codici, le stesse scorciatoie narrative e lo stesso uso dei corpi, rinuncia alla propria funzione culturale e si limita a competere sul terreno più facile.
Banalizzare il denaro e trasformare il corpo femminile in immagine non è una scelta neutra. È una linea editoriale, anche quando non viene dichiarata. Una linea che contribuisce a normalizzare disuguaglianze, stereotipi e rimozioni. Se il servizio pubblico abdica al suo ruolo critico, il rischio è che la televisione smetta definitivamente di interrogare la realtà e si limiti a riprodurla nella sua forma più povera. A quel punto il problema non riguarda più solo la TV, ma il modello culturale che si decide, giorno dopo giorno, di trasmettere.
Siamo consapevol che, In tempi come questi, con migliaia di persone che vivono incertezza economica e precarietà quotidiana, è naturale che la gente cerchi nello spettacolo un momento di sogno, un’identificazione con chi vince, con chi ce la fa. I quiz e i giochi a premi offrono questa possibilità, accendono speranza e leggerezza. Ma il problema nasce quando, in questo desiderio di evasione, il sistema televisivo sfrutta corpi e denaro senza rispetto, trasformando ciò che dovrebbe intrattenere in strumento di normalizzazione di valori distorti. Sognare non deve significare accettare l’uso dei corpi come merce e il denaro come farsa.
REDAZIONE CULTURA E SPETTACOLO

