Largo Maradona e la crisi dello spazio pubblico
Conversazione con gli Architetti Claudio Bozzaotra ed Antonio Ciniglio
Di Stefano Pignataro
Il dibattito sul progetto di rinnovo di Largo Maradona a Napoli rischia di restare confinato a una questione procedurale: concorso pubblico sì o no, criteri di qualità, ruolo della committenza privata. Ma, come scrivono gli architetti Antonio Ciniglio e Claudio Bozzaotra, quest’ultimo vicepresidente di SiebenArchi, sarebbe invece necessario “spostare l’attenzione su più larga scala” e interrogarsi sulle condizioni strutturali dell’architettura e dell’urbanistica contemporanee.
Secondo Bozzaotra, l’architettura “non è riuscita a raggiungere quell’identità culturale in grado di permettere oggi una consapevole analisi critica”, mentre il dibattito disciplinare non ha prodotto risultati concreti. Gli effetti sono evidenti: degrado urbano, disgregazione sociale, città frammentate in funzioni monofunzionali. Il luogo del lavoro è separato dall’abitare, così come le attività collettive dai servizi, mentre la mobilità continua a rappresentare un nodo irrisolto. In questo quadro, egli afferma che “l’urbanistica non riesce ad assolvere il compito di progettare con intelligenza la città”.
Uno dei punti centrali riguarda la qualità dello spazio pubblico. I vuoti urbani, quegli spazi liberi capaci di garantire un uso coerente e condiviso della città, sono diventati “un vero e proprio miraggio per le nostre città”.
Si è così interrotto quel rapporto di qualità tra forma e funzione che aveva accompagnato la costruzione del territorio urbano fino alla tradizione moderna. L’architetto, ricorda Bozzaotra richiamandosi a Rogers, è “il poeta della funzione”, una figura che non rompe con la storia ma si inserisce in un processo di filiazione culturale oggi largamente abbandonato.
Il progetto di Largo Maradona viene infine letto anche in relazione alla dimensione turistica. L’immagine urbana e la qualità degli spazi pubblici sono parte integrante del prodotto turistico, ma l’“accoglienza è una filosofia globale” che non riguarda solo il quadro fisico, bensì l’atmosfera, la coscienza turistica e il senso di ospitalità della popolazione. Da qui la domanda conclusiva: “siamo certi che l’intervento proposto serva allo scopo?”. Al di là della messa in sicurezza, dell’accessibilità e della regolarizzazione delle attività spontanee, resta dunque il dubbio che uno spazio capace di “agradare un pubblico colto” possa ottenere lo stesso successo di un fenomeno culturale e popolare nato spontaneamente.
Bozzaotra e Ciniglio preannunciano che il rischio più ampio è quello di una progressiva “sfigurazione” del paesaggio culturale, effetto di una “catastrofe urbanistica e architettonica” diffusa, meno visibile di quella ecologica ma altrettanto distruttiva. Un processo che, come precisano, non può essere imputato al caso specifico del culto di Maradona, ma che proprio questo dibattito contribuisce a portare alla luce.


Ritenete che il rischio di una progressiva “sfigurazione” del paesaggio culturale sia il risultato di una mancanza di visione architettonica ampia?
Il fenomeno “Largo Maradona” è esploso in modo spontaneo, rispondendo a due domande: come coinvolgere il grande pubblico nel miglioramento del luogo? Come sedurre il turista e il visitatore? Interrogativi che hanno trovato una risposta comune attraverso una vera e propria attività di marketing ambiental-cultural-popolare, finita poi per incidere profondamente sul quadro dell’accoglienza.
Il turismo, settore economico centrale in un Paese in via di deindustrializzazione, vive una fase delicata: l’aumento delle presenze mette in risalto l’incremento generalizzato dei prezzi, l’assenza di una politica turistica strutturata, un comparto professionale scarsamente innovativo, oltre al degrado ambientale, all’urbanizzazione sconsiderata e a un’insufficiente organizzazione dei servizi. Problematiche che incidono su un turismo di qualità ma che non impediscono la crescita di quella fetta attratta da fenomeni capaci di esprimere tradizioni, saperi, usanze e persino aspetti magico-religiosi di una comunità.
Il pericolo di sfigurazione, nel vociare intorno a un progetto urbanistico, può essere quello di snaturare quel momento in cui si “celebra” il proprio, calcisticamente parlando, “santo”, con esaltazioni, luminarie e spettacoli, ma che allo stesso tempo ha portato a riscoprire un luogo lontano dai flussi turistici convenzionali, generando attività collaterali e indotto economico, pur mantenendo un marcato aspetto antropologico cittadino.
In quali elementi la “catastrofe architettonica e urbanistica” può dirsi più devastante di quella ecologica?
C’è un lato oscuro dell’architettura, spesso poco affrontato, che riguarda non tanto l’estetica o la funzionalità immediata di un intervento, quanto la sua capacità di sostenersi nel tempo. Un’architettura che, per scelte progettuali sbagliate, soluzioni tecniche improvvisate o visioni troppo spinte senza adeguati strumenti di controllo, finisce per fallire. Non solo dal punto di vista economico, ma anche sociale.
In questi casi non fallisce soltanto il progetto: è il luogo stesso a esserne colpito. Parlare di architettura fallimentare significa interrogarsi su cosa possa portare un intervento, magari nato con le migliori intenzioni, a diventare un peso per il contesto che lo ospita. È una riflessione che unisce economia e clima, governance e uso collettivo, visione e manutenzione. Se questo dialogo tra presente e futuro si interrompe, un progetto può compromettere anziché costruire.
Un fenomeno nato sulla suggestione popolare non è detto che resista nel tempo: cosa potrebbe accadere a uno spazio privato reso pubblico solo all’occorrenza?
Gli spazi rappresentano ancora simboli di appartenenza e atti sociali e politici che definiscono una comunità?
L’urbanistica gioca un ruolo cruciale nella salvaguardia e valorizzazione dell’identità culturale, configurando il territorio come patrimonio che riflette storia, memoria collettiva e pratiche sociali. L’architettura è uno specchio potente dell’identità culturale, perché modella lo spazio costruito per narrare tradizioni e valori attraverso forme, materiali e paesaggi.
In chiave letteraria, si potrebbe dire che mentre uno scrittore trae spunto dalla realtà per riflettere su ciò che solo in parte gli sta di fronte, l’architettura ha una tradizione saggistica spesso scritta dagli stessi architetti. Dai tempi di Leon Battista Alberti, l’architetto è un intellettuale con frequentazioni letterarie. Si può dunque parlare di un’architettura scritta, dove essa non è solo questione tecnica, ma problema di vita.
La figura dell’architetto umanista, capace di scrivere e dipingere, resta un riferimento, nonostante oggi affascini anche il modello dell’architetto-mago della tecnica, inventore di soluzioni avveniristiche, distante da storicismo e tradizione. Un’indagine sulla saggistica architettonica conduce a riflettere sul ruolo dell’architetto e sulle difficoltà di un mestiere un tempo intrecciato a tutti i rami del sapere. L’obiettivo dovrebbe essere ricucire i linguaggi artistici e valorizzare la cultura umanistica in architettura, affinché la vasta identità culturale non cancelli i luoghi ma ne esalti la specificità.
La separazione tra luogo del lavoro e abitare rende l’architettura una scienza astratta?
Se frutto di ricerca, la separazione tra luogo di lavoro e abitazione è un principio del diritto del lavoro moderno e dell’organizzazione post-industriale, sebbene telelavoro e smart working ne abbiano reso più fluidi i confini.
L’architettura è considerata una delle arti più astratte: pur concretizzandosi in materiali fisici, trascende la materia per diventare schema e rappresentazione concettuale dello spazio. Interpreta la realtà attraverso l’astrazione, trasformando bisogni concreti in forme fondate su geometria, matematica e fisica tecnica. Eppure resta profondamente legata alla realtà fisica e sociale, proprio nel momento in cui si traduce in costruzione.
Qual è la vostra opinione sul progetto approvato dalla Giunta del Comune di Napoli per Largo Maradona?
L’intervento dell’amministrazione comunale appare necessario soprattutto per regolarizzare attività spontanee mantenute nell’illegalità per mancanza di autorizzazioni, in un regime emergenziale segnato da carenze di controllo. Presa coscienza delle mancanze in termini di sicurezza e gestione dell’affluenza, era inevitabile procedere alla sistemazione dei luoghi commerciali e di sosta.
Ma la rigenerazione urbana è qualcosa di più della semplice ristrutturazione di edifici o vuoti urbani: è un insieme integrato di programmi che agiscono sul piano architettonico e infrastrutturale, su quello sociale ed educativo e su quello economico e culturale, soprattutto per chi quei luoghi li abita.
Il rischio, nel caso di Largo Maradona, è che un progetto presentato come rigenerazione sostenibile si traduca in una mera operazione di ordine legale, senza un reale miglioramento della sostenibilità complessiva, facendo ricorso a pratiche di urbanistica tattica per rispondere a esigenze immediate.
Va inoltre considerata l’inerzia urbanistica dei luoghi, ossia la resistenza che un ambito urbano oppone al cambiamento, legata a fattori storici, economici e sociali. Ogni contesto porta con sé un senso comune che associa a una determinata area un profilo economico e sociale della popolazione e una precisa storia di formazione. Tutto ciò prescinde dall’aspetto meramente qualitativo del progetto di recupero, che pure ha alimentato il dibattito accademico e professionale.
Stefano Pignataro

