Sab. Mag 30th, 2026

Cronache di mare: L’ultima culla

Un recupero silenzioso tra mare calmo e gesti misurati, l’ultima culla di una vita affidata alle onde


Silverio Siciliano, ex sottufficiale di mare della Guardia di Finanza. In questa rubrica racconta vicende che ha vissuto o osservato da vicino: salvataggi, naufragi e traversate disperate. Ogni episodio è una cronaca in prima persona che restituisce l’esperienza diretta di chi vive il mare non solo come luogo, ma come confine, sfida e responsabilità umana.
Tra procedure, motori, radar e decisioni rapide, emergono volti, respiri e storie di chi cerca sicurezza, e di chi quella sicurezza la costruisce ogni giorno. Con “Cronache di mare”, Polis dà voce a chi affronta l’infinito blu con coraggio e umanità, ricordandoci che ogni mano tesa, in mare, può fare la differenza.

Al largo di Capo Teulada, una motovedetta segnala un corpo in mare. Questa cronaca racconta il recupero, la delicatezza dei gesti e il silenzio di chi si trova davanti a ciò che resta di una vita affidata alle onde.


L’ultima culla – Cronaca di un recupero a Capo Teulada

di Silverio Siciliano

Il mare quella mattina era immobile.
Non una piega, non un’increspatura.
Una tavola d’olio che rifletteva il cielo chiaro, come se il mondo avesse deciso di concedersi una tregua.

L’aria era tiepida, quasi gentile.
Di quelle che ti fanno pensare che sarà una giornata normale.

Eravamo già in pattugliamento quando arrivò la chiamata.
Voce breve, tono trattenuto: una motovedetta dell’Esercito, al largo di Capo Teulada, aveva avvistato un corpo.
Privo di vita.

Per disposizione del magistrato di turno, il recupero fu affidato a noi.
Eravamo i più vicini.
A volte basta questo per cambiare il peso di una giornata.

Quando arrivammo sul punto, il silenzio del mare sembrava innaturale.
Troppo calmo. Troppo indifferente.

Poi la voce dei ragazzi, via radio.
Diversa. Spezzata.
“Non riusciamo a tirarlo su…”

Non era paura.
Era esitazione.
Era il timore di fare male a ciò che il mare aveva già consumato.

Il corpo era rimasto in acqua troppo a lungo.
Il tempo, lì dentro, non passa: corrode.

Dopo i passaggi con le gerarchie, decisi di intervenire personalmente con i colleghi più anziani.
Prima di mollare gli ormeggi recuperammo delle vecchie lenzuola.
Bianche, consumate, leggere.
Sembravano fuori posto su una barca operativa.
Non lo erano.

Avvicinandoci, l’odore arrivò prima dello sguardo.
Un odore dolciastro, pesante, che non entra nei polmoni ma ti si incolla addosso.
Un odore che sa di fine.

Il mare continuava a essere liscio, perfetto.
E quella perfezione faceva male.

Il corpo galleggiava appena, gonfio, saponificato.
Non c’era più nulla di riconoscibile, eppure era impossibile non vedere l’uomo che era stato.

Indossammo tute e mascherine.
Ma certe cose passano lo stesso.

Non potevamo usare i mezzi classici.
Troppo fragile.

Allora usammo le lenzuola.
Le facemmo scivolare sotto di lui con una lentezza quasi religiosa.
Ogni gesto misurato.
Ogni movimento accompagnato da un silenzio che nessuno aveva imposto.

Era un lavoro tecnico.
Ma in quel momento sembrava un atto di cura.

Improvisammo una piccola amaca.
Una culla.

Solo quando fummo certi della presa lo sollevammo.
Il mare, per un attimo, sembrò trattenerlo.
Poi lo lasciò andare.

A bordo nessuno parlava.
Lo adagiammo nello specchio di poppa con una delicatezza che non si insegna nei corsi.
Quella che nasce solo quando capisci che davanti a te non c’è un “recupero”, ma ciò che resta di una vita.

Durante il rientro, i motori rompevano un silenzio irreale.
Il sole continuava a brillare.
Il mare continuava a splendere.
E dentro di noi qualcosa continuava a stringersi.

Di quell’uomo restava un unico segno: un tatuaggio.
Un frammento di identità sopravvissuto al sale, al sole, ai giorni.
Un dettaglio umano.
Una traccia di storia.

Era un migrante.
Uno dei tanti che affidano al mare la speranza di una vita diversa.
Uno dei tanti che non avranno mai un nome pronunciato da chi li aspettava.
Un uomo che aveva attraversato il mare senza mai arrivare.

Restituito infine non alla sua terra,
ma alla pietà silenziosa di sconosciuti.
Avvolto in un lenzuolo.
Adagiato in quella che, per lui, fu l’ultima culla.

E mentre il porto si avvicinava,
il mare — lo stesso mare che al mattino sembrava pace —
continuava a brillare,
come se nulla fosse accaduto.

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