Sab. Mag 30th, 2026

Marzo 2026: la guerra non è più lontana

Iran, Gaza, Ucraina: morti, feriti e milioni di sfollati raccontano un mondo in fiamme mentre la guerra smette di sembrare qualcosa che accade solo altrove.



La guerra non più lontana

Dall’Iran a Gaza, fino all’Ucraina: centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati e una frase che pesa come un macigno — mentre qualcuno parla di “scampagnata”, il mondo continua a bruciare.

Questi giorni sono insopportabilmente pesanti. Le immagini e le notizie arrivano come un’onda che non si arresta: raid, missili, vite spezzate, terre che bruciano. Ciò che sta accadendo in Iran e nel Medio Oriente non è recente, ma l’ultimo capitolo di una storia di tensioni e scontri che si trascina da anni e che negli ultimi giorni ha coinvolto direttamente Stati Uniti, Israele e tutta la regione. Le operazioni militari coordinate e gli attacchi incrociati sono ormai parte quotidiana del panorama mediorientale, e le conseguenze si allargano ben oltre i confini dei teatri di guerra.

I numeri raccontano una parte di questa tragedia, anche se non potranno mai restituire il peso reale delle vite spezzate. In Iran, dove la guerra si è intensificata nelle ultime settimane con bombardamenti e operazioni militari, le stime parlano già di oltre 1.200 – 1.800 morti e più di 12.000 feriti, mentre circa 3,2 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case, trasformate in sfollati all’interno del loro stesso Paese.

Se allarghiamo lo sguardo, l’orrore assume proporzioni ancora più grandi. Nella guerra tra Russia e Ucraina, iniziata con l’invasione del 2022, le stime parlano di oltre mezzo milione di morti tra civili e militari, mentre più di dieci milioni di persone sono state costrette alla fuga, tra rifugiati all’estero e sfollati interni. Nella Striscia di Gaza, dove il conflitto tra Israele e Hamas continua a devastare una delle aree più densamente popolate del pianeta, le vittime hanno superato le 75.000 persone, e quasi due milioni di palestinesi sono stati sfollati, praticamente l’intera popolazione della Striscia.

Sono cifre che dovrebbero bastare a fermare qualsiasi retorica bellica. Eppure, proprio mentre le città bruciano e milioni di persone cercano di sopravvivere tra macerie e campi profughi, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che, mentre l’Iran è in guerra, per gli Stati Uniti si tratta quasi di “una scampagnata”. Una frase che pesa come un macigno, soprattutto se letta accanto a quei numeri: oltre mille morti, dodicimila feriti e milioni di sfollati solo in Iran nel giro di poche settimane.

Da un lato, intere città e province sono sotto attacco; dall’altro, popoli e famiglie pagano il prezzo delle scelte dei potenti. Sotto quelle bombe ci sono vite, storie, destini: persone che un attimo prima ridevano, camminavano, facevano colazione e l’attimo dopo si trovano sospese tra la vita e la morte. Ogni passo, ogni scelta può fare la differenza tra sopravvivere o non sopravvivere. Sono attimi che la guerra trasforma in eternità, e ogni volto racconta la tragedia e la resistenza di chi la vive.

Noi la guerra la osserviamo scorrere sui nostri schermi, ma spesso ci accorgiamo che qualcosa è cambiato solo quando aumentano i prezzi dei combustibili, dell’energia, del pane sulle nostre tavole. Immersi nella routine, finiamo per dimenticare che le sirene un tempo risuonavano anche qui, in tempi che sembravano ormai impossibili. E invece, oggi, l’eco di quelle sirene si avvicina, e ciò che temiamo non è più un suono lontano, ma un rumore che potrebbe farsi sempre più reale sopra le nostre teste, se non stiamo attenti.

Scrivere di fronte alla guerra è un atto di resistenza contro questa normalizzazione. Non basta registrare dati o elencare fronti: occorre raccontare le storie di chi resta schiacciato sotto i bombardamenti, di chi cerca un pezzo di pane mentre il cielo è attraversato da missili, di chi piange un figlio, una sorella, un padre. Non sono numeri, sono volti.

E allora guardiamo in faccia la follia degli uomini: non esistono guerre giuste, ma solo conflitti dettati da interessi economici, giochi di potere, avidità che non conoscono limiti. Le vite spezzate, le città ridotte in macerie, i bambini che non conosceranno mai la pace sono il prezzo di questa follia.

I bambini il cielo lo dovrebbero guardare solo per ammirare le stelle, per meravigliarsi di un tramonto, per gioire all’alba di un nuovo giorno pieno di promesse — per guardare le nubi in un cielo azzurro, che assomigliano ai personaggi delle loro fiabe preferite — e non per la paura di vedere un missile, un drone, un aereo che potrebbe portare tragedia, morte, distruzione. I bambini dovrebbero fare rumore con le loro risate, non restare silenti come corpi devastati in una giornata di scuola trasformata in follia.

Anche quando le parole sembrano insufficienti, anche quando il cuore è stanco, continuare a raccontare è un atto di resistenza. Perché la guerra può cancellare case, ma non deve cancellare la memoria di chi eravamo e di chi possiamo ancora essere.

Antonello Rivano è direttore/coordinatore nazionale di redazione di Polis SA Magazine. Scrittore e poeta, ha al suo attivo romanzi e raccolte poetiche, con riconoscimenti in premi letterari internazionali. Nel 2025 è stato insignito del premio per la comunicazione nell’ambito della Festa del Libro in Mediterraneo. Collabora con diverse testate di informazione online ed è direttore editoriale di Carloforte Magazine. A livello giornalistico si occupa di cultura, società, attualità e territorio, con particolare attenzione alla narrazione sociale, alle identità locali e alle realtà delle comunità e delle periferie.

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