Chi ha orecchie per intendere intenda
E se il tradimento di Giuda fosse stato necessario, affinché “tutto fosse compiuto”?
C’è un filo sottile, ma sempre più visibile, che lega episodi lontani tra loro: dichiarazioni altisonanti, narrazioni costruite ad arte e un ricorso sempre più frequente a immagini forti, spesso religiose, per spiegare – o meglio, giustificare – dinamiche politiche molto più terrene.
Negli ultimi tempi, a partire da scenari internazionali fino a contesti locali, si sta diffondendo una tendenza tanto semplice quanto efficace: quando mancano argomenti solidi, si costruisce una storia. E quale storia è più potente di quella che richiama il tradimento per eccellenza? Ecco allora che il dissenso diventa tradimento, il confronto diventa slealtà, e chi non si allinea viene trasformato, simbolicamente, in un “Giuda”.
Il caso recente che circola sui social – in cui una figura politica viene accostata a una dimensione quasi cristologica, tradita da un discepolo infedele – non è un’eccezione, ma piuttosto la punta dell’iceberg. È un linguaggio che attecchisce perché è immediato, emotivo, e soprattutto perché ribalta i ruoli: da responsabile a vittima, da leader a martire.

Ma il punto è proprio questo: oggi sembra quasi di moda passare per vittime. Ancora di più, sembra irresistibile la tentazione di presentarsi come “salvatori”, figure indispensabili, circondate da fedeli discepoli. E come ogni narrazione messianica che si rispetti, accanto al salvatore deve esserci un traditore. È una costruzione narrativa perfetta: semplice, riconoscibile, e pericolosamente efficace.
In questo schema, però, c’è un dettaglio che viene sistematicamente ignorato: i cosiddetti “traditori” spesso non sono altro che persone pensanti. Individui che non si limitano ad annuire, che non si accontentano di essere parte di un coro servile, ma che provano – magari goffamente, magari scomodamente – a esprimere idee diverse. E questo, in certi contesti, è già sufficiente per essere messi all’indice.
Il problema non è il dissenso. Il problema è l’incapacità di gestirlo senza trasformarlo in una colpa morale. Quando non si riesce a rispondere nel merito, si sposta il piano: dal confronto delle idee alla costruzione del nemico. E così il dibattito si svuota, lasciando spazio a metafore che, più che illuminare, confondono.
L’uso disinvolto di riferimenti religiosi, poi, aggiunge un ulteriore livello di ambiguità. Perché evocare certe immagini – soprattutto in un periodo simbolicamente carico come quello pasquale – non è mai neutrale. Anche per chi non è particolarmente credente, c’è qualcosa che stride: una sensazione di forzatura, di eccesso, quasi di mancanza di misura. Quando la politica si traveste da sacro, spesso è perché ha esaurito gli strumenti del profano.
E allora viene da chiedersi: davvero ogni critica è un tradimento? Davvero ogni divergenza è un atto di slealtà? O forse, più semplicemente, siamo di fronte a un modo comodo per evitare di rispondere alle domande scomode?
Rimanendo in tema di citazioni celebri, ce n’è una che merita di essere ricordata più di altre: “sventurata è la terra che ha bisogno di eroi”. È una frase che suona quasi come un antidoto a queste narrazioni. Perché ci ricorda che una comunità sana non ha bisogno di salvatori, né di martiri, né tantomeno di traditori da sacrificare.
Partendo dai grandi palcoscenici internazionali fino ad arrivare ai nostri territori, il punto resta lo stesso: non abbiamo bisogno di figure messianiche, ma di responsabilità, di confronto, di onestà intellettuale.
E forse, alla fine, “intendere” significa proprio questo: saper riconoscere quando le parole vengono usate per spiegare… e quando invece servono solo a nascondere.
Redazione

