Una Nazionale senza Mondiale
Memoria, identità e il vuoto di oggi
IN PUNTA DI PENNA
Riflessioni sul nostro tempo a cura di Antonello Rivano
Una Nazionale senza Mondiale
C’è stato un tempo in cui esistevano i calciatori bandiera. Uomini prima ancora che atleti, capaci di rifiutare ingaggi enormi pur di restare fedeli a una maglia, a una città, a un’idea di appartenenza. Non erano solo professionisti che correvano dietro a un pallone: erano simboli, punti di riferimento, storie che si intrecciavano con quelle delle persone.
Era un calcio diverso, e forse anche un’Italia diversa.
Oggi, invece, l’assenza della Nazionale dai Mondiali pesa come un vuoto che va oltre lo sport. Non è solo una mancata qualificazione. È una crepa più profonda, che attraversa il calcio e, per certi versi, la società.
Per capirlo, basta tornare indietro.
C’erano i gol e il silenzio carico di rispetto attorno a Gigi Riva. C’era l’eleganza pensante di Gianni Rivera e il carattere di Sandro Mazzola. Era un calcio che sapeva essere epico e umano insieme, fatto di campioni che diventavano simboli senza smettere di essere uomini.
Poi arrivò il 1982. Non solo una vittoria, ma un riscatto. Quello di Paolo Rossi, capace di rialzarsi dopo le ombre e le polemiche, trasformando un momento difficile in una delle pagine più luminose dello sport italiano. I suoi gol, insieme alla solidità di Antonio Cabrini e alla sicurezza di Dino Zoff, riportarono l’Italia sul tetto del mondo.
E poi quell’immagine che ancora oggi racconta tutto: Sandro Pertini che gioca a carte con Enzo Bearzot. Non era solo folklore. Era un Paese che si riconosceva, che si stringeva attorno a qualcosa di semplice e autentico.
Negli anni successivi, altri campioni hanno portato avanti quella stessa eredità: la classe di Roberto Baggio, il talento e la fedeltà di Francesco Totti, la leadership e la fantasia di Alessandro Del Piero. Fino al 2006, quando l’Italia tornò campione del mondo con una squadra capace di unire qualità, sacrificio e spirito collettivo.
Oggi tutto questo sembra lontano.
Il calcio italiano è diventato sempre più ostaggio dei diritti televisivi e delle logiche economiche. Le partite si moltiplicano, i calendari si comprimono, ma il tempo per crescere si riduce. I settori giovanili faticano, i talenti emergono con difficoltà e spesso non trovano spazio.
Nel frattempo, si continua a inseguire un dibattito superficiale sulla presenza di stranieri nelle squadre. Un tema che divide e semplifica, ma che rischia di nascondere il vero problema: non è “chi gioca”, ma “come si costruisce” il futuro del calcio italiano. Senza un progetto, senza investimenti nei giovani, senza visione, ogni discussione resta incompleta.
E così la Nazionale diventa lo specchio di una società che fatica a programmare, che rincorre il presente e dimentica il valore del percorso.
Non è nostalgia. È memoria. E la memoria, se ascoltata, può ancora insegnare qualcosa.
Perché quei calciatori bandiera, quelle storie di riscatto, quelle immagini non appartengono solo al passato. Sono la prova che un altro modo di essere squadra – e forse anche Paese – è esistito davvero.
La domanda, oggi, è se abbiamo ancora la volontà di cercarlo.
Antonello Rivano è direttore e coordinatore nazionale di redazione di Polis SA Magazine. Scrittore e poeta, ha al suo attivo romanzi e raccolte poetiche, con riconoscimenti in premi letterari internazionali. Nel 2025 è stato insignito del premio per la comunicazione nell’ambito della Festa del Libro in Mediterraneo. Collabora con diverse testate di informazione online ed è direttore editoriale di Carloforte Magazine. A livello giornalistico si occupa di cultura, società, attualità e territorio, con particolare attenzione alla narrazione sociale, alle identità locali e alle realtà delle comunità e delle periferie.
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