Dom. Mag 31st, 2026

Non è il mondo a essere in crisi. Siamo noi.

Continuiamo a dirlo: il mondo è in crisi. Lo ripetiamo come una formula, quasi fosse sufficiente pronunciarla per darle un senso



Guerre, tensioni internazionali, economie instabili, emergenze climatiche. Tutto vero. Ma questa narrazione, così ampia e apparentemente oggettiva, rischia di trasformarsi in una distanza: qualcosa che accade fuori da noi, sopra di noi, senza di noi.

E invece la crisi non è solo globale. È anche profondamente umana.

Perché riguarda il modo in cui abitiamo il tempo che viviamo. Il modo in cui reagiamo — o smettiamo di reagire — a ciò che accade. Viviamo immersi in un flusso continuo di informazioni, immagini, opinioni. Sappiamo tutto, o almeno crediamo di sapere. Ma sapere non significa comprendere. E comprendere richiede tempo, attenzione, responsabilità.

Tre cose che sembrano sempre più rare.

Ci siamo abituati alla velocità, all’immediatezza, alla semplificazione. La complessità ci infastidisce, perché rallenta. Così riduciamo tutto a posizioni nette, a schieramenti, a giudizi rapidi. Il mondo diventa una narrazione binaria, facile da consumare ma incapace di restituire la realtà.

E in questo processo perdiamo qualcosa di essenziale: la profondità.

Ci indigniamo, ma senza durata. Ci informiamo, ma senza andare a fondo. Partecipiamo, ma spesso solo in superficie. È una forma nuova di passività, mascherata da presenza continua. Siamo ovunque, ma raramente davvero dentro le cose.

Anche nel nostro Paese questa dinamica è evidente. La sfiducia cresce, il dibattito si irrigidisce, le distanze aumentano. Ma ridurre tutto a una crisi “del sistema” è ancora una volta una scorciatoia. Perché i sistemi sono fatti di persone. E il modo in cui funzionano — o smettono di funzionare — dipende anche da noi.

Da quanto siamo disposti a metterci in discussione.
Da quanto scegliamo di capire prima di giudicare.
Da quanto siamo capaci di andare oltre le nostre convinzioni.

Essere parte di una società non significa solo viverci dentro. Significa contribuire, nel piccolo e nel grande, a definirne la qualità. Nel modo in cui parliamo, ascoltiamo, scegliamo, partecipiamo. Nel modo in cui costruiamo relazioni o alimentiamo divisioni.

Forse il punto non è solo riconoscere che il mondo sta cambiando. Ma chiederci chi stiamo diventando mentre cambia.

Perché ogni crisi globale trova terreno nelle fragilità individuali. E ogni possibile cambiamento ha bisogno, prima di tutto, di una consapevolezza personale.

Non è il mondo a essere in crisi.
Siamo noi, quando rinunciamo a comprenderlo davvero.

E siamo noi, quando smettiamo di chiederci che posto vogliamo avere dentro di esso.

Antonello Rivano è direttore/coordinatore nazionale di redazione di Polis SA Magazine. Scrittore e poeta, ha al suo attivo romanzi e raccolte poetiche, con riconoscimenti in premi letterari internazionali. Nel 2025 è stato insignito del premio per la comunicazione nell’ambito della Festa del Libro in Mediterraneo. Collabora con diverse testate di informazione online ed è direttore editoriale di Carloforte Magazine. A livello giornalistico si occupa di cultura, società, attualità e territorio, con particolare attenzione alla narrazione sociale, alle identità locali e alle realtà delle comunità e delle periferie.

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