Chissà se Trump ha letto Keynes?
Dalle conseguenze della pace di Versailles alle tensioni del presente: economia, potere e scelte politiche.
di Massimo Bramante
Non è dato sapere se tra le letture dell’imprevedibile, inaffidabile e battagliero Presidente Donald Trump sia compreso l’illuminante testo di uno dei più eminenti economisti del XX secolo, John Maynard Keynes: The Economic Consequences of the Peace.
Lo scritto, datato 1919 e divenuto in seguito un best-seller nel Regno Unito e in Francia, precede di poco più di una decina d’anni le due più note opere dell’economista di Cambridge: A Treatise on Money (1930) e The General Theory of Employment, Interest and Money (1936). Anche riguardo a queste, ignoriamo se l’attuale Presidente degli Stati Uniti — convinto, erroneamente, che dazi e protezionismo possano far crescere PIL e occupazione nel Paese che li adotta — abbia mai fermato la propria attenzione.
Ma torniamo alla prima delle opere citate, Le conseguenze della pace. Essa è il frutto di una profonda riflessione di Keynes sulle drastiche misure — a suo avviso economicamente pericolose e politicamente errate — adottate dalle potenze vincitrici nei confronti della Germania sconfitta alla fine della Prima guerra mondiale.
Una guerra in cui Keynes si era dichiarato obiettore di coscienza.
Nel 1919 Keynes è delegato inglese alla Conferenza di pace di Versailles e si oppone fermamente alla serie di pesantissime sanzioni economiche che gli alleati vincitori intendono imporre ai vinti.
Quelle “riparazioni di guerra” — denuncia Keynes — avrebbero inevitabilmente portato, nel volgere di pochi anni, non solo al crollo della Germania e dell’Austria-Ungheria, ma anche arrecato danni irreversibili alle stesse nazioni vincitrici, Regno Unito compreso. Keynes lo dimostrerà nel suo saggio con grande rigore scientifico e ampia documentazione.
Sarebbe mai stata in grado la Germania sconfitta, con un’economia devastata e un Paese in macerie, di pagare duemila milioni di sterline agli alleati per le “doverose riparazioni”?
“Chiedendo l’impossibile i vincitori scambiano la sostanza con l’apparenza”, è la lucida risposta dell’economista, che aggiunge: “Le enormi spese belliche, l’inflazione dei prezzi e lo svilimento della moneta portano a una completa instabilità dell’unità di valore e fanno perdere il senso delle dimensioni in materia finanziaria”.
Sul piano politico, inoltre, il rischio evidente — anche se Keynes non lo esplicita apertamente — era quello di consegnare una Germania distrutta nelle mani di una possibile dittatura autarchica, vendicativa e sanguinaria.
Come dolorosamente noto, ciò avverrà con l’ascesa al potere di Hitler e del fanatismo nazista.
Nelle Conseguenze della pace, Keynes mostra anche la fallacia della convinzione degli alleati di aver combattuto — per usare le parole di Thomas Woodrow Wilson — “la guerra che avrebbe posto fine ad ogni guerra”.
Al contrario, quella pace rischiava di porre le basi per nuovi conflitti futuri.
Anche in questo caso l’insegnamento di Keynes appare straordinariamente attuale. Scriveva l’economista Alessandro Roncaglia, introducendo un volume dedicato all’autore inglese: “L’insegnamento di Keynes è ancora oggi attuale (…) e può esserci di stimolo e di guida la sua convinzione che i migliori disegni della ragione umana possono, e debbono, trovare la forza di imporsi agli interessi nazionalistici e ai tatticismi di parte”.
Riflessioni scritte quarant’anni fa, ma valide ancora oggi. Troppe sanzioni — anche quando economicamente e politicamente possibili — troppo desiderio di umiliare il nemico sconfitto, troppa brama di protagonismo, finiscono per generare sconfitte durature tanto per i vinti quanto per i vincitori.
“Il fatto che tutto è possibile — annotava Keynes — non autorizza a parlare a vanvera”.
Chissà se Trump ha letto Keynes.
A ottant’anni dalla scomparsa del grande economista inglese, avvenuta il 21 aprile 1946 a Tilton, nel Sussex, l’auspicio è che le sue opere siano ancora oggi oggetto di attenta lettura, tanto da parte degli studenti universitari quanto dell’attuale Presidente degli Stati Uniti, dell’attuale zar russo Vladimir Putin e dei loro fedeli collaboratori e negoziatori.
L’auspicio è, in definitiva, che trattati di pace, armistizi e accordi politici ed economici possano, oggi e domani, non umiliare la nazione sconfitta ma consentire alle economie di vincitori e vinti di crescere insieme, nel convincimento che la pace rappresenti sempre un valore inalienabile.
[l’immagine di Tump, presente nell’elaborazione grafica di copertina, è libera da diritti d’autore ed è pertanto di pubblico dominio ai sensi del Titolo 17, Capitolo 1, Sezione 105 del Codice degli Stati Uniti.]
Massimo Bramante
Massimo Bramante. Laureato con pieni voti et laude in Economia e Commercio (indirizzo economico-sociale) presso Università Studi di Genova. Ha lavorato presso Istituto di credito e svolto Corsi di formazione nazionali su Economia e Sociologia del lavoro. E’ stato giornalista pubblicista nel settore economico-finanziario. Ha collaborato in qualità di “cultore della materia” e membro di commissione d’esame presso le cattedre di Economia Internazionale ed Economia dell’integrazione europea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Studi di Genova. E’ stato relatore ed ha coordinato seminari ed incontri di studio su temi di “Etica finanziaria” e “Nuove economie”.

