Modena e il coraggio di parlare senza ipocrisie
Tra tensioni sociali e silenzi politici, cresce il disagio percepito dai cittadini

Modena e il coraggio di parlare senza ipocrisie
Ci sono tragedie davanti alle quali la politica corre subito a parlare di sicurezza. E poi ce ne sono altre in cui improvvisamente scende il silenzio, la prudenza, il terrore di “dire troppo”. Modena rientra perfettamente nella seconda categoria.
Perché quando violenza, degrado, radicalizzazione e disagio psichiatrico si intrecciano con l’immigrazione, una parte della sinistra entra immediatamente in modalità difensiva. Guai a collegare i fatti a un problema più grande. Guai a nominare l’integrazione fallita. Guai a parlare di sicurezza nazionale senza essere accusati di fomentare odio.
Ed è proprio qui che le parole dell’europarlamentare Susanna Ceccardi colpiscono nel segno: “La sinistra continua a negare la realtà per ideologia, mentre i cittadini vivono ogni giorno paura e insicurezza.”
Una frase durissima. Ma soprattutto una frase che intercetta un sentimento sempre più diffuso.
Per anni ci hanno raccontato che bastasse accogliere senza condizioni per costruire automaticamente integrazione. Ci hanno detto che ogni allarme sulla sicurezza fosse propaganda. Che parlare di radicalizzazione fosse quasi un tabù. E oggi? Oggi ci ritroviamo città dove troppo spesso il confine tra disagio sociale, estremismo e violenza diventa sottilissimo.
La verità è che esiste un’enorme ipocrisia culturale. Se certi episodi avessero protagonisti italiani “politicamente comodi”, il dibattito pubblico esploderebbe per settimane. Ma quando entrano in gioco immigrati, seconde generazioni fuori controllo o soggetti radicalizzati, allora improvvisamente bisogna “contestualizzare”, “non generalizzare”, “abbassare i toni”.
No. I toni vanno alzati.
Perché qui non si tratta di odiare lo straniero. Questa è la scorciatoia retorica usata per zittire qualsiasi critica. Qui si tratta di pretendere controlli, pretendere integrazione vera, pretendere che chi arriva in Italia rispetti leggi, cultura e valori democratici senza trasformare interi quartieri in polveriere sociali.
Ed è inutile fingere che il problema non esista. Gli italiani vedono. Gli italiani ascoltano. Gli italiani hanno paura. E soprattutto si stanno stancando di una politica che sembra preoccuparsi più di non urtare certe sensibilità ideologiche che della sicurezza reale delle persone.
Le parole di Susanna Ceccardi non sono estreme. Estremo è il livello di rimozione collettiva a cui certa politica è arrivata pur di non ammettere che qualcosa, nel modello multiculturale raccontato come perfetto, si sia rotto da tempo.
E forse la rabbia crescente del Paese nasce proprio da questo: non solo dalla paura della violenza, ma dalla sensazione di essere lasciati soli mentre qualcuno continua a dire che va tutto bene.
Lucia Sforza
Lucia Sforza è giornalista pubblicista e scrittrice di romanzi gialli a sfondo psicologico e politico. Laureata in Scienze dei Servizi Giuridici con indirizzo in Scienze delle Investigazioni e della Sicurezza presso l’Università “Luigi Vanvitelli”, ha approfondito criminologia, diritto penale e psicologia criminale. Collabora con testate di cronaca nera e politica, occupandosi di inchieste, interviste e copertura di eventi, con particolare attenzione all’analisi delle dinamiche investigative e giudiziarie. È autrice dei romanzi Scusate la follia e Scacco Matto – quello che l’Italia ci spinge a fare, nei quali unisce ricerca criminologica e costruzione narrativa complessa. Il suo lavoro coniuga approccio giornalistico e studio dei comportamenti criminali, con un focus costante sulle dinamiche psicologiche e sociali dei fatti di cronaca.
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