La tragedia di Modena, tra strumentalizzazioni e realtà
Dal dibattito politico alla narrazione pubblica, il caso riapre il tema di come vengono letti i fatti quando entrano nel campo dell’immigrazione, e di chi resta ai margini del racconto collettivo
IN PUNTA DI PENNA
Riflessioni sul nostro tempo a cura di Antonello Rivano
I fatti di Modena sono stati rapidamente trasformati da tragedia complessa a terreno di scontro politico. In poche ore, soprattutto da ambienti della destra, l’episodio è stato inserito nella narrazione sulla “remigrazione” e sull’immigrazione come rischio strutturale, con letture semplificate e spesso basate su ricostruzioni parziali. Eppure la realtà appare più articolata: l’autore è un cittadino italiano, cresciuto, formato e laureato in Italia, elemento che rende difficile ridurre tutto alla sola origine familiare. Inoltre, alcune ricostruzioni parlano di una possibile forte fragilità psicologica, si tratta di un soggetto a cui è stato diagnosticato un disturbo schizoide della personalitàche, questo sposterebbe l’attenzione verso dinamiche personali e sociali più profonde.
Il problema centrale è la velocità con cui la strumentalizzazione politica finisce per oscurare la comprensione dei fatti. In questo contesto emerge anche il tema della salute mentale, spesso ignorato nel dibattito pubblico. In Italia il settore riceve circa il 5% della spesa sanitaria, molto meno rispetto ad altri Paesi europei come Francia, Germania e Spagna, dove la percentuale si avvicina o supera il 10%. La media OCSE si attesta a circa l’11%.
I servizi territoriali italiani sono fragili, sotto organico, con percorsi di accesso lenti e frammentati: manca prevenzione, mancano investimenti strutturali e strumenti capaci di intervenire prima che il disagio esploda.
Anche la narrazione mediatica sull’intervento per fermare l’aggressione è apparsa selettiva. Grande attenzione è stata giustamente dedicata all’“eroe italiano”, ma molto meno spazio è stato dato ai cittadini stranieri intervenuti, tra cui due egiziani che avrebbero contribuito in modo decisivo a contenere la situazione, disarmando l’aggressore e, molto probabilmente, salvando il primo intervenuto da possibili gravi conseguenze. Il riconoscimento pubblico e istituzionale si è concentrato quasi esclusivamente sulla figura italiana, lasciando sullo sfondo gli altri protagonisti. Una dinamica che apre una riflessione su chi venga raccontato come simbolo positivo e chi invece resti invisibile.
Più in generale, il caso mostra un meccanismo ricorrente nel dibattito pubblico: alcuni episodi vengono amplificati perché funzionali a determinate narrazioni politiche, soprattutto quando coinvolgono immigrati o persone di origine straniera, mentre altri fatti di cronaca — come il caso del migrante ucciso a Taranto — restano fuori dal circolo mediatico o vengono rapidamente rimossi dal discorso pubblico. Si alimenta così un circolo vizioso che, mentre rafforza paura e ostilità verso il diverso, tace su altre tragedie e sulle fragilità sociali, economiche e psicologiche che restano invisibili fino a quando non esplodono, contribuendo anche a mascherare un’incapacità politica strutturale nell’affrontare davvero temi come integrazione, disagio sociale, salute mentale e sicurezza attraverso prevenzione, investimenti e strumenti concreti, preferendo spesso la semplificazione propagandistica alla comprensione delle cause profonde.
Mi piace chiudere questo mio editoriale “In punta di penna” con le parole di Luca Signorelli, l’uomo che per primo è intervenuto per fermare Salim El Koudri: “È inutile che il signor Ministro Salvini e l’onorevole Vannacci si mettano lì a dire: ‘Ah, qui è una questione di fanatismo religioso’. Il signore in questione non ha usato frasi che inneggiavano a problemi religiosi, fanatismo, assolutamente. Quando l’ho fermato a terra urlava e basta. No, non è niente di tutto questo. Buttiamo dell’acqua su questo fuoco perché non porta da nessuna parte. Insieme a me c’erano ragazzi di altre nazionalità. L’unione fa la forza. C’è solo una nazionalità: l’Umanità.”
Antonello Rivano
Antonello Rivano è direttore e coordinatore nazionale di redazione di Polis SA Magazine. Scrittore e poeta, ha al suo attivo romanzi e raccolte poetiche, con riconoscimenti in premi letterari internazionali. Nel 2025 è stato insignito del premio per la comunicazione nell’ambito della Festa del Libro in Mediterraneo. Collabora con diverse testate di informazione online ed è direttore editoriale di Carloforte Magazine. A livello giornalistico si occupa di cultura, società, attualità e territorio, con particolare attenzione alla narrazione sociale, alle identità locali e alle realtà delle comunità e delle periferie.
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