Mer. Lug 15th, 2026

Reminiscenze sui rapporti Stato-Mafia

Un viaggio tra fatti, vicende giudiziarie e interrogativi rimasti aperti nella storia italiana degli ultimi decenni


Reminiscenze sui rapporti Stato-Mafia

di Girogio Saba

Vi racconto, in forma di sunto molto succinto, una serie di curiosi avvenimenti, risalenti ad alcune decine di anni fa, sui quali ancora non sono emerse le effettive responsabilità.

– 1982 Il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo con l’incarico di contrasto a Cosa nostra, facendo seguito ai suoi incarichi nella lotta al terrorismo, ricevette un nuovo incarico per indagare sui rapporti tra mafia e politica.
A Palermo lamentò più volte il mancato rispetto degli impegni assunti dal Governo e la carenza di sostegno da parte dello Stato.
Fu ucciso pochi mesi dopo il suo insediamento, nella strage di via Carini, della quale ancora si parla.

– 1985 Carlo Palermo, sostituto procuratore di Trapani, che indagava sui rapporti Stato-mafia, venne coinvolto in un attentato in cui perse la vita una donna con i suoi due figli, trovatasi, per uno sfortunato caso, tra un’autobomba e l’auto del giudice (destinatario dell’attentato). Carlo Palermo si salvò per miracolo, ma si dimise dalla carica e si trasferì a fare l’avvocato in Calabria.

– 1992 La strage di Capaci (sabato 23 maggio 1992, sul territorio di Isola delle Femmine) fu un attentato di stampo terroristico-mafioso – per il quale si utilizzò un esplosivo di potenza pari a 300 kg di tritolo – compiuto per uccidere Giovanni Falcone.
Il giudice indagava sui rapporti mafia-politica (in particolare su un partito di cui non scrivo il nome, tanto lo conoscono tutti).

– 1992 Paolo Emanuele Borsellino (Palermo, 19 gennaio 1940 – Palermo, 19 luglio 1992) è stato un magistrato italiano, vittima di Cosa nostra.
Ereditò dal collega Falcone (col quale collaborava) le indagini sui rapporti Stato-mafia; in un’intervista a una rete televisiva francese dichiarò che, a quel punto delle indagini, non poteva far finta di non sapere del coinvolgimento con la mafia di un celebre personaggio televisivo (non scrivo il nome).
Borsellino morì, pochi mesi dopo Falcone, nella strage di via D’Amelio, assieme ai cinque agenti della sua scorta.

Ancora nel 1992 Luciano Violante venne messo a capo della Commissione Parlamentare Antimafia.

Siamo in pieno periodo chiamato “Tangentopoli”, il noto scandalo che vide coinvolti numerosi partiti italiani (DC, PSI, PLI, PSDI); in particolare il PSI diretto da Bettino Craxi (ritenuto il padrino di Silvio Berlusconi), che venne accusato di aver incassato cospicue tangenti dall’imprenditore Mario Chiesa.

L’accusa era gestita dalla Procura di Milano, in particolare da Antonio Di Pietro, il giudice più conosciuto della fase “Mani Pulite”; Craxi, per evitare l’arresto, fuggì ad Hammamet, in Tunisia, andando a vivere da esiliato in una villa principesca, dove ricevette numerosissime visite da parte di personaggi noti alla cronaca e dove morì di malattia qualche anno dopo.

– 1993 Il magistrato Filippo Mancuso fu chiamato dal ministro dell’Interno Nicola Mancino a presiedere una commissione d’inchiesta incaricata di verificare le accuse dell’ex direttore del SISDE Riccardo Malpica – all’epoca in stato di arresto – circa il rinvenimento di un deposito di circa 14 miliardi di lire sul conto di alcuni agenti dei servizi segreti. Malpica aveva dichiarato che quei fondi facevano parte di un “tesoretto” messo a disposizione dei vari ministri dell’Interno, dei quali anche l’allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, avrebbe beneficiato quando rivestiva quella carica.

– 1993 Il 3 novembre, davanti ai microfoni della RAI, a reti unificate, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro pronunciò un epico discorso contro le insinuazioni fatte nei propri confronti dall’ormai ex direttore del SISDE Riccardo Malpica.

Scalfaro reagì con durezza, rivolgendosi alla Nazione con un discorso che comprendeva le parole: «A questo gioco allo sfascio, io non ci sto!» (qualcuno lo ricorda ancora).

Scalfaro dichiarò che, per consentire alla Commissione diretta da Filippo Mancuso di proseguire le indagini sul caso di corruzione sollevato dal SISDE, si sarebbe dimesso non appena insediato il nuovo Governo, non potendo lasciare, in periodo di elezioni già indette, un vuoto istituzionale nella Nazione (senza Presidente, senza Primo Ministro).

Quelle stesse elezioni politiche videro attivarsi in prima persona Silvio Berlusconi, avendo ricevuto il rifiuto di Mario Segni (il politico più popolare dell’epoca); Berlusconi quindi decise di candidarsi al ruolo di Presidente del Consiglio, inventando, per l’occasione, la nuova allocuzione verbale “scendere in campo”, entrata a far parte della semantica del linguaggio italiano.

Quando i media resero noto che la Commissione Antimafia, presieduta da Luciano Violante, indagava ancora sui legami tra Politica, Mafia e lo stesso Berlusconi (Craxi era ormai fuggito in Tunisia), Silvio andò su tutte le furie e ottenne di essere ricevuto privatamente da Scalfaro. Nessuno rivelò i contenuti della conversazione tenutasi tra i due, ma immediatamente Scalfaro convocò il Consiglio Superiore della Magistratura e Violante si dovette dimettere.

Poi Berlusconi vinse le elezioni e governò da maggio a novembre 1994.

Nel frattempo, la relazione della commissione d’inchiesta presieduta da Filippo Mancuso, riguardante i fondi neri del SISDE, concluse che non erano emersi illeciti nell’uso dei fondi medesimi (anche se Riccardo Malpica, principale accusatore di Scalfaro, non fu nemmeno interrogato).

In definitiva, Scalfaro non si dimise, come promesso prima delle votazioni politiche. Nel Governo Dini (che ebbe l’incarico dopo le dimissioni di Berlusconi), Mancuso venne nominato a presiedere il Dicastero di Grazia e Giustizia (1995), ma, poco dopo, consegnò alla stampa il testo del suo discorso sui risultati dell’inchiesta di cui sopra, comprensivo di quelle parti che non aveva voluto né leggere né consegnare al Senato. In tali parti Mancuso accusava il presidente Scalfaro di avergli chiesto di negare, nella relazione della Commissione, di aver utilizzato i fondi del SISDE, pur nella legittimità del loro uso.

Con questa denuncia — in ritardo di un anno e mezzo rispetto al caso di cui trattasi — annullò praticamente le sue precedenti dichiarazioni ufficiali al Senato, che, per tale motivo, non ebbe difficoltà a votare per le sue dimissioni.

Questo resoconto è evidentemente incompleto, ma mi sono potuto basare SOLO su notizie effettivamente rese note dai media. Anche con queste parziali informazioni, viene fuori qualcosa che non sto a dire, non voglio dire, non posso dire… e non voglio nemmeno suggerire.

[Immagine di copertina elaborata da AntoRiva con il supporto dell’intelligenza artificiale per © Polis SA Magazine]

Giorgio Saba

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