Ven. Ago 14th, 2026
Giovane immerso in un'interfaccia di dati e social media proiettata mentre usa lo smartphone

Le sette nell’era digitale: il reclutamento passa dagli schermi

Le organizzazioni settarie hanno cambiato volto, il reclutamento passa sempre più dal digitale, attraverso social, piattaforme criptate e tecniche di manipolazione psicologica

Quando si parla di sette, l’immaginario collettivo continua a essere ancorato a un passato fatto di rituali, comunità isolate e leader carismatici nascosti tra boschi o montagne. Un’immagine alimentata da decenni di cronaca nera e cinematografia che oggi rischia di essere profondamente fuorviante.

Le sette non sono scomparse. Hanno semplicemente cambiato indirizzo.

Nel 2026 il luogo privilegiato del reclutamento non è più una piazza o un luogo di culto, ma il mondo digitale. Social network, piattaforme di messaggistica criptata, forum privati e ambienti virtuali rappresentano oggi il terreno ideale per avvicinare persone psicologicamente vulnerabili, instaurare un rapporto di fiducia e costruire, passo dopo passo, una dipendenza emotiva.

La manipolazione non inizia con un rito esoterico o con la richiesta di aderire a un credo religioso. Inizia con un messaggio. Con qualcuno che ascolta, comprende, rassicura. Con la promessa di una comunità capace di colmare il senso di solitudine, di dare risposte a domande esistenziali o di offrire un’apparente rinascita personale.

È proprio questa la forza delle moderne organizzazioni settarie: non impongono immediatamente una nuova identità, ma la costruiscono lentamente, fino a sostituire quella precedente.

La letteratura criminologica e psicologica descrive questo processo come una progressiva destrutturazione dell’autonomia individuale. Attraverso tecniche di persuasione coercitiva, isolamento relazionale, controllo delle informazioni e dipendenza psicologica, la vittima viene progressivamente privata della propria capacità critica. Non servono catene. È sufficiente alterare la percezione della realtà.

L’aspetto più inquietante è che oggi questo processo può avvenire interamente online.

Gli investigatori parlano sempre più spesso di ecosistemi digitali chiusi, accessibili soltanto attraverso inviti, piattaforme cifrate o reti anonime, dove il controllo psicologico si intreccia con dinamiche economiche e criminali. Alcuni gruppi sfruttano il web per ottenere denaro attraverso donazioni forzate, altri esercitano ricatti emotivi, altri ancora utilizzano la manipolazione per finalità di sfruttamento sessuale, lavorativo o patrimoniale.

Ed è qui che il fenomeno assume una dimensione ancora più complessa.

Una parte di queste attività si sviluppa negli spazi meno visibili della rete, compreso il dark web, quell’insieme di servizi accessibili tramite reti anonime che garantiscono elevati livelli di riservatezza. Il dark web non è sinonimo di criminalità: ospita anche strumenti utilizzati da giornalisti, dissidenti politici e attivisti. Tuttavia, il suo anonimato può essere sfruttato anche da organizzazioni criminali e gruppi che intendono sottrarsi ai controlli delle autorità.

In questi ambienti è possibile creare comunità virtuali estremamente difficili da monitorare, utilizzare sistemi di pagamento anonimi, diffondere materiale propagandistico e mantenere contatti attraverso comunicazioni cifrate. È una trasformazione che ha modificato profondamente anche il lavoro investigativo.

Le sezioni specializzate della Polizia di Stato, la Polizia Postale, le Procure della Repubblica e, quando emergono collegamenti con associazioni criminali, riciclaggio di denaro, tratta di esseri umani o altre forme di criminalità organizzata, anche le Direzioni Distrettuali Antimafia (DDA) sono chiamate a confrontarsi con scenari sempre più sofisticati.

Oggi non è sufficiente intercettare una conversazione telefonica o perquisire un luogo fisico. Occorre seguire tracce digitali, ricostruire identità virtuali e comprendere dinamiche psicologiche che spesso non lasciano alcuna prova materiale.

Le moderne organizzazioni settarie, infatti, possono non possedere una sede, uno statuto o un simbolo riconoscibile. Possono cambiare nome in poche ore, migrare da una piattaforma all’altra e ricostituirsi rapidamente dopo ogni intervento delle autorità. Il loro punto di forza è la fluidità.

Ma il vero errore sarebbe pensare che le vittime siano persone ingenue o culturalmente fragili.

La ricerca psicologica dimostra il contrario. Chiunque, in un momento di particolare vulnerabilità — un lutto, una separazione, una crisi economica, una malattia, una condizione di isolamento sociale — può diventare maggiormente esposto a forme sofisticate di manipolazione.

Le sette non selezionano le persone meno intelligenti; individuano quelle che stanno attraversando il momento più difficile della loro vita.

Per questo il contrasto al fenomeno non può essere affidato esclusivamente al diritto penale. È necessario investire nella prevenzione, nell’educazione al pensiero critico, nell’alfabetizzazione digitale e nella formazione di professionisti capaci di riconoscere precocemente i segnali della manipolazione psicologica.

Le sette del XXI secolo non hanno necessariamente un altare. Hanno algoritmi.

Non distribuiscono volantini. Inseguono gli utenti attraverso i social.

Non vivono isolate dal mondo. Si nascondono dentro la normalità della rete.

Ed è proprio questa la loro evoluzione più pericolosa: non fanno più paura perché sembrano diverse da noi. Fanno paura perché hanno imparato a confondersi perfettamente con il mondo in cui viviamo ogni giorno.

Lucia Sforza

Lucia Sforza è giornalista pubblicista e scrittrice di romanzi gialli a sfondo psicologico e politico. Laureata in Scienze dei Servizi Giuridici con indirizzo in Scienze delle Investigazioni e della Sicurezza presso l’Università “Luigi Vanvitelli”, ha approfondito criminologia, diritto penale e psicologia criminale.
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