Fauna selvatica in città: convivenza o abbattimenti?
Cinghiali, lupi e volpi sempre più presenti nelle aree urbane: tra sicurezza, tutela della biodiversità e gestione della fauna, una riflessione sul tema degli abbattimenti

Negli ultimi anni l’ingresso di cinghiali, lupi e volpi nelle periferie e nei centri urbani è diventato notizia da prima pagina. Immagini di branchi che rovistano nei cassonetti, incidenti stradali, paure.
La risposta istituzionale più immediata è stata una sola: abbattere.
Ma la domanda vera è un’altra: il problema sono loro che “entrano” nelle nostre città, o siamo noi che abbiamo occupato i loro territori e ora pretendiamo di decidere chi può vivere e chi no?
L’antropocentrismo esasperato pone l’uomo al centro e tutto il resto come sfondo.
L’antropocentrismo esasperato è l’idea che la natura abbia valore solo in funzione dell’uomo stesso.
Il bosco vale se fa legna.
Il lupo vale se non tocca le pecore.
La volpe vale se sta lontana dalle galline.
Trasportato in città diventa: “La città è mia, chi non è umano è un intruso”.
È una visione che ha due conseguenze etiche gravi:
- Riduce gli animali a “problemi di gestione”. Un cinghiale non è più un essere senziente con bisogni, gerarchie e territori. È un “cinghiale” e, quindi, un problema da schedare e rimuovere.
- Ci esime da responsabilità. Non ci chiediamo perché i cinghiali scendano. Non ci chiediamo perché gettiamo tonnellate di rifiuti accessibili. Non ci chiediamo perché cementifichiamo i corridoi ecologici. La colpa è sempre “loro”.
Questa logica ci porta a trattare la convivenza come un’eccezione e l’abbattimento come regola.
Perché sono in città?
Non è un’invasione, è una reazione.
I dati sono chiari e vanno letti al contrario rispetto al racconto dominante:
- I cinghiali scendono per fame e per l’assenza di predatori naturali. E trovano cibo facile: cassonetti aperti, terreni agricoli incolti al confine urbano, sfalci abbandonati.
- Le volpi sono tra gli animali più adattabili. In città trovano riparo, meno cacciatori e ratti. Non “invadono”. Occupano una nicchia ecologica che noi abbiamo creato.
- I lupi: il loro ritorno è un segnale di rinaturalizzazione. Si avvicinano ai centri solo dove l’uomo ha frammentato i boschi e dove il bestiame pascola senza protezione.
Non è la fauna selvatica che ha deciso di urbanizzarsi. Siamo noi che abbiamo urbanizzato il loro habitat.
Abbattere un branco risolve il sintomo per tre mesi. Poi ne arriva un altro. Perché l’ambiente che li attira è rimasto identico.
La convivenza è faticosa, ma è l’unica opzione etica.
Dire “convivenza” non significa “lasciar fare”. Significa assumersi la responsabilità di gestire lo spazio condiviso con criteri etici, non solo tecnici.
Nella pratica significa:
- Prevenzione e deterrenza, non sterminio. Cassonetti anti-intrusione, recinzioni elettrificate per gli orti, cani da guardiania per gli allevamenti, dissuasori acustici e luminosi. Costa meno di piani di abbattimento ripetuti e non uccide.
- Pianificazione urbanistica, ossia rispettare i corridoi ecologici. Non costruire fino all’ultimo metro di bosco. Lasciare “zone cuscinetto” dove uomo e fauna possano evitarsi.
- Educazione e cultura, per far capire che è errato nutrire gli animali selvatici. Smettere di lasciare rifiuti. Insegnare nelle scuole che condividere il territorio non è una debolezza, è civiltà.
- Promuovere una gestione scientifica e non ideologica che imponga, dove è strettamente necessario, di procedere a sterilizzazioni e traslochi. Gli abbattimenti devono essere solo l’ultima ratio, motivati, pubblici e mai come “sfogo” o “rassicurazione”.
La questione etica impone una riflessione: di chi è il territorio?
La domanda morale è semplice: abbiamo il diritto di dichiarare “umano” ogni metro quadrato e “vietato” a tutto il “resto”?
Se rispondiamo di sì, stiamo dicendo che il valore di una vita dipende dalla specie a cui appartiene. È la stessa logica che ha giustificato secoli di sfruttamento.
Se invece riconosciamo che anche cinghiali, lupi e volpi hanno un interesse a vivere, a non soffrire, a riprodursi, allora dobbiamo cambiare paradigma.
Non “come li eliminiamo”, ma “come ci organizziamo per vivere insieme”.
La convivenza è impegnativa.
Richiede soldi, tempo e regole.
Ma l’alternativa è una guerra permanente che perderemo comunque, perché la natura si riadatta sempre.
Abbattere è una scorciatoia morale.
È dire: “Non voglio cambiare le mie abitudini, cambio chi mi sta intorno”.
La politica ha il dovere di andare oltre la paura del momento. Deve smettere di cavalcare l’emergenza per proporre stragi e iniziare a costruire piani di convivenza strutturali, finanziati e controllati.
Non è buonismo. È realismo etico.
Una società civile si misura da come tratta i più deboli. E, in questa storia, i più deboli non siamo noi.
Bisogna credere in una gestione della fauna basata su scienza, prevenzione e rispetto. Perché la sicurezza dei cittadini e la dignità degli animali non sono in contraddizione. Lo sono solo se continuiamo a ragionare con l’antropocentrismo esasperato di chi pensa che il mondo sia solo suo.
[Immagine di copertina elaborata da AntoRiva con il supporto dell’intelligenza artificiale per © Polis SA Magazine]
Annalisa Carleo
| Annalisa Carleo. Laureata in Giurisprudenza, ha ricoperto l’incarico di Garante per i Diritti e la Tutela degli Animali del Comune di Nocera Superiore (SA) dal 2020 al 2024. Attualmente vicepresidente dell’Associazione di protezionismo animale Gli Amici di OREO odv. Tutti gli articoli di: Dalla parte degli Animali – a cura di Annalisa Scaleo |
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