Ven. Ago 14th, 2026

L’industria della pelliccia tra profitto, sofferenza animale e questione etica

Un settore in trasformazione: l’Italia ha vietato gli allevamenti, ma il mercato continua tra importazioni, moda e nuove sensibilità etiche.

A cura di Annalisa Carleo

L’industria della pelliccia tra profitto, sofferenza animale e questione etica

Cosa c’è dietro una pelliccia? Dietro un cappotto, un bordo di cappuccio o un accessorio “in vero pelo” c’è una filiera che inizia e finisce in gabbia.
La stragrande maggioranza delle pellicce in commercio oggi non arriva più dalla caccia, ma da allevamenti intensivi. Gli animali più allevati sono: visone, volpe, procione, cincillà, furetto.

La vita media in un allevamento da pelliccia è di 6-8 mesi. Nascono, crescono e vengono uccisi in spazi ristrettissimi, senza poter esprimere i comportamenti naturali: scavare, nuotare, correre, stare in gruppo.

Disumane, quindi, sono le condizioni in cui vivono gli animali negli allevamenti.

Le associazioni animaliste e le inchieste internazionali documentano da anni le stesse criticità:

  • Spazio e stress: visoni e volpi sono animali solitari e territoriali. Vengono tenuti in gabbie di rete metallica di pochi metri, spesso impilate su più piani. Lo stress porta ad automutilazioni, cannibalismo e comportamenti ripetitivi.
  • Metodi di uccisione: per non rovinare il pelo non si usano proiettili. I metodi più diffusi nei Paesi produttori sono la gassazione con monossido di carbonio o l’elettrocuzione anale/genitale. Procedure rapide per l’industria, traumatiche per l’animale.
  • Sanità e zoonosi: l’alta densità favorisce malattie e focolai. Durante la pandemia da Covid-19, diversi allevamenti di visoni in Europa sono stati abbattuti preventivamente perché considerati serbatoi del virus.
  • Impatto ambientale: letame, ammoniaca, scarti di lavorazione. Un allevamento da pelliccia ha un impatto simile a quello di un piccolo allevamento intensivo, ma senza produrre cibo.

Nessuna certificazione o “etichetta” cambia la natura della gabbia. Il benessere non è compatibile con 6 mesi di vita destinati a morire per il pelo.

I dati in Italia parlano di un settore in declino

L’Italia non è più un grande Paese produttore, ma resta un grande mercato di trasformazione e vendita.

Fino al 2021 in Italia erano attivi circa 10 allevamenti di visoni e volpi, soprattutto in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Con la Legge di Bilancio 2022 è stato disposto il divieto di allevamento di animali da pelliccia in Italia a partire dal 30 giugno 2022. Il Governo ha stanziato 3 milioni di euro per la chiusura e la riconversione degli allevamenti.

Nonostante il divieto di allevamento, però, l’Italia importa ancora ingenti quantitativi di pelli grezze, semilavorate e capi finiti. I principali fornitori sono Cina, Danimarca, Finlandia e Polonia. I distretti di Santa Croce sull’Arno e della Riviera del Brenta lavorano e rifiniscono pellicce per grandi marchi.

Secondo i dati di AIP – Associazione Italiana Pelliccerie, il fatturato del settore in Italia, prima del divieto, superava i 200 milioni di euro. Oggi il mercato si regge su importazioni, stock e “pelliccia vintage”. I dati ISTAT segnalano comunque un calo costante della domanda da parte dei consumatori under 40.

In sintesi: non alleviamo più, ma continuiamo a vendere e a indossare pellicce prodotte altrove.

Il nodo non è solo tecnico. È etico

La pelliccia è stata per secoli una protezione dal freddo. Oggi abbiamo alternative tecniche, sintetiche e vegetali che garantiscono le stesse prestazioni senza allevamento.

Ma per molti brand la pelliccia rappresenta status symbol e artigianato. Il lusso, però, non può essere fondato sulla sofferenza di un essere senziente. Sempre più maison hanno annunciato fur-free policy: Gucci, Prada, Armani, Versace, Valentino. La pressione dei consumatori e degli investitori ha spostato il mercato.

Chi difende il settore parla di posti di lavoro e filiera. Chi lo contrasta risponde che nessun lavoro può reggersi sulla sofferenza sistematica di animali allevati solo per morire.

L’Europa va verso restrizioni sempre più dure. 21 Paesi UE hanno già introdotto limitazioni o divieti totali sugli allevamenti da pelliccia. La proposta di iniziativa dei cittadini europei “Fur Free Europe” ha raccolto 1,5 milioni di firme per chiedere un divieto, a livello UE, di allevamento e immissione sul mercato.

In Italia il divieto del 2022 ha chiuso un capitolo. Resta aperto quello dell’importazione e della trasparenza in etichetta. Spesso “pelliccia ecologica” o “eco-fur” crea confusione, mentre “vero pelo” non indica mai da quale animale provenga.

L’industria della pelliccia si regge su tre pilastri: gabbie, uccisione, desiderio.
I dati italiani dicono che stiamo uscendo dal primo pilastro, ma siamo ancora dentro gli altri due.

La domanda da porsi non è solo “mi sta bene?”, ma “a quale costo sta bene?”.
E se quel costo è la vita di un animale trascorsa per 6 mesi in una gabbia, allora forse la risposta è già scritta.

Annalisa Carleo

Annalisa Carleo. Laureata in Giurisprudenza, ha ricoperto l’incarico di Garante per i Diritti e la Tutela degli Animali del Comune di Nocera Superiore (SA) dal 2020 al 2024. Attualmente vicepresidente dell’Associazione di protezionismo animale Gli Amici di OREO odv.
Tutti gli articoli di: Dalla parte degli Animali – a cura di Annalisa Scaleo

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