Gio. Ott 15th, 2026

OL – Speciale Estate 2026 (5)

Poesie e racconti per una calda estate

In questo numero

Poesie:

Racconti:


POESIE


La Poesia di Danila Olivieri

Parmaria – Poesia in lingua genovese

Into canto de mâ averto
-o scianco ciù frustou da-o vento-
röchi öchin deliggian
da-e erte scuggee e se riflettan
into spëgio schillente.
Dapeu co-i becchi affoinæ
se bollan à cacciâ into bleu
sensa domandâse quante segge
intenso e fondo o respio do mâ
e lontan l’orizzonte.

Palmaria
Nel versante di mare aperto/ -il fianco più sferzato dal vento-/rauchi gabbiani precipitano/dagli altissimi dirupi e si riflettono/nel fulgente specchio./
Poi con gli avidi becchi/si tuffano a predare nel blu/senza chiedersi quanto siano/intenso e profondo il respiro del mare/e lontano l’orizzonte.

Danila Olivieri – Inedita – ©Tutti i diritti riservati


I versi Balzani di Sara

Almanacco

Almanacco del giorno
La tua prossima avventura non è una profezia
Resta in bilico il lato positivo
Rimanete aggiornati per una nuova partenza
Ho già freddo nonostante i compromessi
Ti prendo le mani senza lieto fine
Questa bella società non suona più
Il pubblico non si diverte
Se c’è da difendere un gusto amaro
Chi risponde per voi?
La voce guida ha impostazioni predefinite
Vuoti di memoria in leggera differita
Linee senza tempo che non ti appartengono
Nodi che non sei in grado di sciogliere
La benzina che metti dentro diventa respiro
Figlio di un qualche problema

Sara Piccardo – Inedita – ©Tutti i diritti risevati


L’angolo dei lettori

Sogno di metà agosto

Stanotte il mare
ha dimenticato il suo nome
e la luna, scivolando sull’acqua,
ha lasciato aperta una porta.

Sono entrata nel silenzio
senza sapere dove,
tra cieli capovolti
e stelle addormentate.

L’estate respirava piano,
come un animale buono
disteso sulla riva.

Ho cercato il tuo volto
nel riflesso delle onde,
ma ho trovato soltanto
un’estate mai vissuta
che continuava a sognarmi.

E all’alba,
quando il cielo ha riaperto gli occhi,
non sapevo più
se ero tornata
o se stavo ancora sognando
.

Elena Veyra – Inedita – ©Tutti i diritti riservati


RACCONTI


I racconti del Capitano

Il Capitano e la voce di Guccini

Il Capitano non aveva mai voluto un televisore.Diceva che la televisione mostrava troppe immagini e lasciava poco spazio ai pensieri. Lui preferiva la sua vecchia radio, quella con la manopola consumata dal tempo, capace di portare dentro casa voci lontane e storie da ascoltare in silenzio.

Era la sua compagna nelle lunghe giornate trascorse a terra, quando il mare era soltanto un ricordo e non una strada da percorrere.

La accendeva al mattino presto, mentre il sole entrava piano dalle finestre, e la sera, quando il vento iniziava a raccontare le sue storie e la casa si riempiva di quei rumori che solo chi ha vissuto vicino al mare sa riconoscere.

Quella mattina il Capitano era seduto nella sua vecchia poltrona.

La radio parlava a basso volume. Una voce del giornale radio raccontava le notizie del giorno, finché arrivò quella che non avrebbe mai voluto ascoltare.

Francesco Guccini se n’era andato.

Il Capitano rimase immobile.

Per qualche istante sembrò che tutto intorno si fosse fermato. Il rumore del vento, il tempo che passava fuori dalla finestra, persino il battito dell’orologio appeso alla parete.

Rimase soltanto quel nome.

Guccini.

Per il Capitano non era soltanto un cantautore. Era una voce che aveva accompagnato una parte della sua vita, un compagno di viaggio incontrato attraverso le canzoni.

Gli tornarono alla mente gli anni della giovinezza, quando la musica arrivava da una radio, da un vecchio giradischi o da un disco prestato da un amico. Erano tempi in cui una canzone poteva fermarti, farti pensare, diventare parte della tua storia.

Tra un imbarco e l’altro, un giorno aveva deciso di andare a un suo concerto.

Non era andato soltanto per ascoltare quelle canzoni che conosceva così bene. Voleva vedere da vicino quell’uomo che aveva saputo raccontare le persone comuni, le loro speranze, le loro sconfitte, i sogni e le ferite di un’intera generazione.

Alla fine del concerto era riuscito anche a incontrarlo.

Un momento breve, poche parole, ma alcuni incontri non hanno bisogno di durare a lungo per rimanere dentro. Ma ciò che il Capitano ricordava più di tutto era la sua erre. Quell’erre arrotata e un po’ ruvida che, quando parlava, sembrava dare peso alle parole. Nel canto diventava musica; nel parlare era semplicemente Francesco.

Il Capitano fu colpito da quella semplicità, quel modo di parlare senza costruzioni, come se davanti non avesse un artista famoso ma una persona conosciuta da sempre.

Da quel giorno Guccini non era stato più soltanto una voce uscita dalla radio o dal giradischi.

Era diventato un ricordo.

E i ricordi, il Capitano lo sapeva bene, sono come il mare: possono sembrare lontani, ma basta un vento particolare per riportarli a riva.

Quel giorno spense la radio.

Rimase qualche minuto in silenzio, poi si alzò lentamente e andò verso il mobile dove custodiva i suoi vecchi dischi.

Ne prese uno.

La copertina era sbiadita dal tempo, consumata agli angoli dalle tante volte in cui era stata presa e riposta. Anche quella portava i segni del viaggio.

La guardò per un momento, poi sorrise.

Posò il disco sul giradischi, abbassò la puntina e attese.

Prima arrivò il leggero fruscio della musica che prendeva vita.

Poi quelle note conosciute tante volte.

Era Il vecchio e il bambino, una delle canzoni che più aveva amato.

Il Capitano rimase ad ascoltare in silenzio quella storia di un incontro tra generazioni, tra chi porta sulle spalle il peso dei ricordi e chi guarda ancora il mondo con gli occhi del futuro.

E mentre la voce di Guccini riempiva la stanza, gli sembrò che anche il tempo avesse rallentato.

Fuori il vento continuava a soffiare.

Dentro casa, invece, una vecchia voce continuava il suo viaggio.

Perché alcune persone non se ne vanno davvero.

Cambiano soltanto il modo di restare con noi.

Antonello Rivano – Inedito – ©Tutti i diritti riservati


L’angolo dei lettori

La casa che ricordava

Quando tornò a casa, trovò la porta aperta.

Non si spaventò.
La cosa strana era un’altra: non ricordava di aver mai avuto quella porta.

Entrò.

I mobili erano gli stessi, i quadri erano gli stessi, persino il vecchio orologio in corridoio segnava le 18.17, come faceva da anni.

Ma c’era una fotografia sul tavolo.

La prese.

Ritraeva lui, da bambino, seduto sulla spiaggia accanto a una donna che non aveva mai visto.

Sul retro, una frase scritta con la sua calligrafia:

“Non dimenticare di tornare.”

Si mise a ridere.

Poi smise.

Perché sotto la frase c’era una data.

Quella di domani.

Annibale Terranova – Inedito – ©Tutti i diritti riservati


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