Guccini, una “intervista impossibile” tra musica, memoria e tempo
Dalla morte al tempo, da “La Locomotiva” a “Il vecchio e il bambino”, da “Auschwitz” a “Dio è morto”: una conversazione immaginaria con Francesco Guccini, costruita sulle sue parole e sui suoi pensieri

Persone realmente esistite, personaggi della letteratura, della storia e dell’immaginazione. Incontri che non potrebbero accadere, ma che attraverso la fantasia possono ancora farci parlare con chi non c’è più, con chi non esiste o con chi, forse, abbiamo sempre desiderato incontrare. Domande impossibili, risposte costruite sulle loro parole, sulle loro storie e sull’immaginario che hanno lasciato.
Guccini, una “intervista impossibile” tra musica, memoria e tempo
di Antonello Rivano
Sono passati pochi giorni da quando Francesco Guccini se n’è andato.
A Pavana, il suo ultimo saluto si è svolto in forma privata, come deciso dalla famiglia. Una cerimonia laica, nella casa che per tanti anni è stata il suo rifugio, il luogo dove tornava, dove scriveva, dove aveva scelto di vivere lontano dal rumore.
Forse è proprio da lì che bisogna cominciare.
Non dalla morte, ma dal modo in cui si sceglie di salutare una persona.
Così ho provato a cercarlo.
Non a Pavana, non a Bologna, non in uno dei luoghi che hanno attraversato la sua vita.
L’ho cercato dove, forse, è più facile incontrare chi non c’è più: nella memoria.
L’ho trovato seduto davanti a un vecchio tavolo di legno. Un bicchiere vicino, qualche foglio, gli occhiali e quell’aria di chi sembra avere già capito dove voglio arrivare.
Francesco, ti hanno salutato a Pavana. Poche persone, niente clamore. Se potessi scegliere tu come essere salutato, sarebbe questo il modo?
«Non sono mai stato particolarmente interessato alle cerimonie. E poi, quando una persona muore, credo che il modo migliore per ricordarla sia continuare a parlarne, oppure ascoltare quello che ha lasciato. Una canzone, un libro, una storia. Il resto dura poco.»
E la morte? Adesso che ci sei arrivato, è davvero così diversa da come la immaginavi?
«Questa è una domanda alla quale non posso rispondere. Però ho sempre pensato che la vita fosse soprattutto fatta di cose quotidiane. E forse è proprio questo che rende la morte così strana: il mondo continua a fare le stesse cose anche quando tu non ci sei più. Qualcuno prende un caffè, qualcuno va al lavoro, qualcuno litiga, qualcuno mette su un disco. E tu, improvvisamente, sei diventato un ricordo.»
E il tempo? Negli ultimi anni ne hai parlato spesso, anche attraverso la tua scrittura. Hai detto di essere tornato a Pavana tardi, quando ormai non riuscivi più a fare le cose di prima, andare per boschi, cercare funghi, camminare come un tempo. È forse questo il vero problema dell’invecchiare: accorgersi che il tempo non restituisce quello che si è portato via?
«Sì. Quando sei giovane pensi che certe cose saranno sempre lì. Il bosco, gli amici, la possibilità di camminare per ore, di leggere per tutta la giornata. Poi un giorno scopri che non è più così. Io ho sempre letto moltissimo. A un certo punto ho avuto problemi alla vista e leggere è diventato difficile. E per uno come me, che aveva detto di considerare quasi il leggere il proprio mestiere, è stato un bel guaio.»
Quindi la memoria diventa una specie di risarcimento? Quando non puoi più fare una cosa, puoi almeno ricordare quando potevi farla?
«Forse. Ma la memoria non è un risarcimento, perché ti restituisce le cose soltanto per un momento. E qualche volta te le restituisce proprio quando non vorresti. Io ho raccontato molto il passato perché il passato fa parte di quello che siamo. Non perché fosse necessariamente migliore. Semplicemente perché è quello che abbiamo vissuto.»
C’è una cosa curiosa nelle tue canzoni: sei stato considerato per decenni un punto di riferimento politico, eppure hai sempre detto di non aver scritto molte canzoni direttamente politiche. Hai spiegato che le tue erano soprattutto canzoni esistenziali, della vita quotidiana, di personaggi incontrati per strada. È forse per questo che sono riuscite a superare il loro tempo?
«Può darsi. Io non sono mai stato un guru, né un profeta. Ho sempre raccontato quello che vedevo e quello che mi interessava. Anche quando una canzone sembrava parlare di politica, spesso dentro c’era una storia, una persona, una situazione. “La locomotiva”, per esempio, è una storia vera che ho trasformato in una ballata. Poi è diventata una specie di simbolo, ma quello non lo puoi decidere tu.»
Eppure quella locomotiva è diventata una bandiera. Una di quelle canzoni che vengono cantate a squarciagola e che, per molte persone, rappresentano qualcosa di più della storia che raccontano. Ti è mai capitato di sentirla cantare e pensare: “Non è più mia”?
«Le canzoni, quando le hai pubblicate, smettono di essere completamente tue. È inevitabile. Se una persona ci trova qualcosa che le appartiene, quella canzone diventa anche sua. E va bene così. L’importante è non pretendere che tutti la interpretino nello stesso modo.»
E se oggi qualcuno la usasse per dire qualcosa di completamente diverso da quello che avevi in mente?
«Pazienza. Del resto mi è capitato anche con altre canzoni. Se le mie canzoni piacciono a qualcuno che ha idee molto diverse dalle mie, non posso certo impedirglielo. Una volta ho detto, più o meno scherzando, che anche Dante è stato letto da cani e porci.»
A proposito di rabbia: “L’Avvelenata”. È forse la canzone che più di tutte viene associata al Guccini arrabbiato. Ma qualche anno fa sei stato tu stesso a ridimensionarla, dicendo di considerarla inferiore ad altre tue canzoni e raccontando persino che non volevi inserirla nell’album. È curioso: una delle canzoni che il pubblico ama di più non è necessariamente una delle tue preferite.
«È una cosa che succede spesso. Il pubblico sceglie una canzone e decide che quella rappresenta l’autore. Io invece magari ne preferisco un’altra. “L’Avvelenata” non l’ho mai considerata una delle mie cose migliori. È nata da una situazione precisa, da una certa rabbia, e forse proprio per questo ha avuto fortuna. Ma non bisogna confondere il successo con il valore che uno dà a quello che ha scritto.»
Quindi, se potessi tornare indietro, la riscriveresti?
«Probabilmente no. Una cosa scritta in un certo momento appartiene a quel momento. Se la riscrivi quarant’anni dopo, diventa un’altra cosa. E magari non avrebbe più senso.»
C’è invece una canzone che forse oggi ascoltiamo con un’attenzione diversa: “Auschwitz”. Hai scritto quella canzone nel 1964, in un pomeriggio mentre studiavi latino, e hai raccontato che per te fu una specie di svolta, uno shock. Eppure, molti anni dopo, sorprendentemente, hai detto che anche quella non ti sembrava una delle tue migliori canzoni. Come si può dire una cosa del genere di un brano che è diventato memoria collettiva?
«Perché una cosa è quello che una canzone rappresenta e un’altra è il giudizio tecnico che ne dai tu. Io posso pensare che una canzone sia importante, che abbia avuto un significato enorme per chi l’ha ascoltata, e contemporaneamente non considerarla la migliore cosa che ho scritto. Sono due piani diversi.»
Eppure “Auschwitz” contiene quei bambini nel vento. Oggi, guardando il mondo, pensi che ci siano ancora bambini nel vento?
«Purtroppo i bambini continuano a essere quelli che pagano le colpe degli adulti. E questa è una cosa che non è cambiata. Quando scrissi quella canzone avevo davanti una tragedia precisa, ma le tragedie cambiano soltanto nei nomi e nei luoghi. Il problema rimane sempre lo stesso: cosa siamo capaci di fare gli uni agli altri.»
E poi c’è “Il vecchio e il bambino”. Forse la canzone che più di tutte permette a un uomo anziano di parlare a un ragazzo senza mettersi in cattedra. Un vecchio racconta a un bambino un mondo che non esiste più, e il bambino, non avendolo mai visto, pensa che siano fiabe. Tu hai incontrato ragazzi che conoscevano quella canzone. Pensi che oggi i giovani abbiano ancora bisogno delle storie dei vecchi?
«Sì, ma non credo che abbiano bisogno dei vecchi soltanto perché sono vecchi. Se hai una storia da raccontare, qualcuno che ascolta lo trovi. Io ho incontrato ragazzi che conoscevano le mie canzoni e spesso mi hanno detto che le avevano ascoltate dai genitori. È una specie di eredità familiare. Non è necessariamente la canzone che appartiene alla loro generazione: è la storia che passa da una generazione all’altra.»
Ma nel mondo raccontato dalla canzone c’è qualcosa di terribile: il bambino non riconosce più la realtà che il vecchio descrive. Gli parla di alberi, pioggia, fiori, grano, colori. E per lui tutto questo è una fiaba. È forse questo il punto più drammatico: quando una generazione perde il ricordo del mondo che esisteva prima di lei?
«Sì. E forse è proprio per questo che bisogna raccontare. Non per dire ai giovani che prima era tutto meglio, perché non è vero. Ma per lasciare una traccia. Io ho scritto molto di persone comuni, di personaggi minimi, di cose che sembravano non avere importanza. Perché poi scopri che sono proprio quelle le cose che raccontano un’epoca.»
Se potessi riscrivere oggi “Il vecchio e il bambino”, cambieresti qualcosa?
«No. Quella canzone appartiene a quel momento. E poi il vecchio e il bambino non sono soltanto due persone. Sono due età della vita. Prima sei quello che ascolta, poi diventi quello che racconta. E a un certo punto ti accorgi che sei contemporaneamente entrambi.»
E allora arriviamo a Dio. Hai scritto “Dio è morto”, una delle frasi più forti della canzone italiana. E oggi, dopo una vita intera passata a interrogarti sulle persone, sulla storia, sulla politica, sul tempo, ti trovi dall’altra parte. Se esiste un’altra parte, naturalmente. Posso finalmente farti la domanda che forse ti hanno fatto più volte di tutte: Dio è davvero morto?
Guccini sorride.
«Questa è una domanda che non ha mai avuto una risposta semplice. E non credo che una canzone debba necessariamente darla. “Dio è morto” non era un trattato di teologia. Era il racconto di una crisi, di un mondo nel quale certi valori sembravano essere venuti meno. Poi ognuno ci ha letto quello che voleva.»
Ma adesso potresti aver avuto la risposta.
«Potrei. Ma se l’avessi avuta, non so se sarei autorizzato a raccontartela.»
Perché?
«Perché forse certe domande devono rimanere domande. Io sono stato sempre più interessato alle domande che alle risposte definitive.»
Tra tutte le tue canzoni, allora, qual è quella che hai amato davvero più delle altre?
«Questa è una domanda difficile. Le canzoni sono come figli: alcune ti danno più problemi, altre ti somigliano di più, altre ancora prendono una strada che non avevi previsto.»
Ma una preferita ce l’hai.
«Diciamo che il pubblico spesso sceglie per me. Mi chiedono sempre le solite: “L’Avvelenata”, “Dio è morto”, “La Locomotiva”, “Incontro”. E io magari penso ad altre.»
Per esempio?
«Non te lo dico.»
Perché?
«Perché poi domani scrivete che Guccini ha detto che la sua canzone preferita era quella. E non è vero. Una canzone può piacerti in un giorno e non piacerti più nello stesso modo dopo vent’anni.»
Quindi non vuoi scegliere.
«No. Preferisco lasciare che scelgano gli altri.»
Allora lasciamo scegliere agli altri anche come ricordarti. Ma prima di andartene, vorrei chiederti una cosa molto semplice. Tu hai passato una vita a raccontare il tempo, le persone che se ne vanno, i luoghi che cambiano, i vecchi che ricordano e i bambini che ancora devono scoprire il mondo. Cosa vorresti che restasse, davvero, dopo di te?
Guccini guarda il vecchio giradischi.
«Non lo so. Uno scrive, canta, racconta. Poi quello che resta non lo decide più lui. Se qualcuno, tra vent’anni, metterà su una canzone e penserà che quella canzone gli sta dicendo qualcosa, allora sarà rimasto abbastanza.»
E se quel qualcuno fosse un ragazzo?
«Meglio ancora.»
E se quel ragazzo ascoltasse “Il vecchio e il bambino”?
Guccini sorride.
«Allora speriamo che ascolti anche il vecchio.»
E che faccia domande?
«Soprattutto quello.»
Anche quando il vecchio non c’è più?
«Forse è proprio allora che bisogna farne di più.»
La puntina scende sul vinile.
Per qualche secondo si sente soltanto il fruscio del disco.
Poi comincia la musica.
Non gli chiedo quale canzone abbia scelto.
Forse, in fondo, non importa.
L’intervista è finita.
Ma forse, con Guccini, le interviste non finiscono mai davvero.
Perché certe persone, quando se ne vanno, non lasciano il silenzio.
Lasciano domande.
E una voce.
Una voce che torna ogni volta che qualcuno apre un libro, mette un disco, ascolta una canzone e si accorge che, dentro quelle parole scritte magari cinquant’anni prima, c’è ancora qualcosa che riguarda il mondo di oggi.
Forse è questo il modo migliore per salutare Francesco Guccini.
Non con un addio, con una domanda.
| Nota dell’autore Questa è un’“intervista impossibile”, dunque un incontro immaginario con Francesco Guccini dopo la sua morte. Le domande e la struttura del dialogo sono frutto di una ricostruzione narrativa. Per le risposte non sono state inventate dichiarazioni da attribuire direttamente a Guccini. Il testo è stato costruito partendo da interviste, dichiarazioni pubbliche, testimonianze e materiali relativi alla sua attività artistica, oltre che dai temi e dai significati delle sue canzoni. Le risposte sono quindi una rielaborazione narrativa di pensieri e concetti realmente espressi da Guccini nel corso degli anni, adattati al contesto immaginario dell’intervista. Le eventuali citazioni testuali sono state mantenute brevi e utilizzate come riferimenti all’interno della ricostruzione. La finzione riguarda dunque l’incontro e il dialogo; non l’attribuzione a Guccini di parole mai pronunciate come se fossero sue dichiarazioni reali. L’obiettivo non è imitare Francesco Guccini, ma provare a immaginare quali domande avremmo potuto ancora fargli, lasciando che a suggerire le possibili risposte fossero soprattutto le sue parole, le sue interviste e la sua opera. |
[Immagine di copertina elaborata da AntoRiva con il supporto dell’intelligenza artificiale per © Polis SA Magazine]
Antonello Rivano

Antonello Rivano è Direttore/Coordinatore Nazionale della Redazione di Polis SA Magazine. Giornalista, scrittore e poeta, ha al suo attivo romanzi e raccolte poetiche, con riconoscimenti in premi letterari internazionali. Nel 2025 è stato insignito del premio per la comunicazione nell’ambito della Festa del Libro in Mediterraneo. Collabora con diverse testate di informazione online ed è direttore editoriale di Carloforte Magazine. E’ stato Caporedazione di il PONENTINO.it, versione digitale della storica testata del Ponente genovese. A livello giornalistico si occupa di cultura, società, attualità e territorio, con particolare attenzione alla narrazione sociale, alle identità locali e alle realtà delle comunità e delle periferie.
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