OL – Speciale Estate 2026 (6)
Poesie e racconti per una calda estate

In questo numero
Poesie:
- La Poesia di Danila Olivieri: IL TEMPO DELLO STUPORE – di Danila Olivieri
- I versi Balzani di Sara: TRAN TRAN – di Sara Piccardo
- I versi dell’Aurora: SOGNARE IL VENTO – di Aurora Boreale
Racconti:
- I racconti del Capitano: QUANDO IL MARE SI ASCIUGÒ – di Antonello Rivano
- L’angolo dei lettori: FERRAGOSTO, MOGLIE MIA… – di Antonangelo Iannone
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POESIE
La Poesia di Danila Olivieri
Il tempo dello stupore
S’invola la lanugine dei pioppi
e di bambagia imbianca l’ aria,
il tramontano soffia
ma forte scalda il sole
e solo ricama un gabbiano
bianchi sentieri nell’ azzurro.
…E la gioia che fa trattenere il respiro
e prolunga l’istante,
(ché il vero tempo vissuto è soltanto
quello dello stupore e della bellezza),
la gioia è nel volo solitario
che indugia in giochi d’aria
e improvviso va via e s’inciela.
Danila Olivieri – Inedita – ©Tutti i diritti riservati
I Versi Balzani di Sara
Tran tran
Il tran tran quotidiano
Follia e lucidità verso l’abisso
Metti a fuoco l’incoscienza
La capacità di soffrire assorbe meno calore
Scopri subito se hai vinto
Scende il silenzio di un fallimento inequivocabile
Non ho sentito precipitare il linguaggio del corpo
è estremamente importante ricostruire la dinamica
Non riesci a correre minando la stabilità
Quante verità in un nuovo allestimento
Lasciati rinfrescare e consegnati al successo
Non puoi parcheggiare la forza
Per essere felice
Sara Piccardo-Inedita-©Tutti i diritti riservati
I Versi dell’ Aurora
Sognare il vento
Lentamente sognare il vento
Che si leva per gioco,
L’odore del caffè e della terra.
Ti domandi se imparerai a respirare
In questa immota periferia
Dove finisce ogni sorriso.
Non ti stupisce più la musica del sole
Né le canzoni d’amore delle foglie.
Gli anni riportano le voci
Che tu sola puoi ascoltare
Quando la notte ti avvolge.
Aurora Boreale – Inedita – ©Tutti i diritti riservati
Racconti
I racconti del Capitano
Il giorno che il mare si asciugò
Il Capitano si svegliò prima dell’alba. Non era stato un rumore a destarlo. Al contrario, era stato proprio il silenzio. Rimase qualche istante immobile nella cuccetta, con gli occhi aperti nel buio. Da una vita dormiva ascoltando il mare. Anche quando era calmo, il mare parlava: lo sciabordio contro lo scafo, il vento tra le sartie, una cima che tirava, il cigolio lento di una barca ancorata. Quella mattina non si sentiva niente.
Il Capitano si alzò, infilò i pantaloni e uscì in coperta. L’alba stava appena rischiarando il cielo, ma ciò che vide gli fece mancare il respiro. Il mare non c’era. Non era lontano. Non era mosso. Non era nascosto dalla nebbia. Non c’era. Davanti al porto si stendeva una distesa immensa, scura e lucida in alcuni punti, spaccata in altri. Il fondale era emerso per chilometri, fino a un punto indistinto dell’orizzonte. Le barche giacevano inclinate nel fango, come animali morti sorpresi dalla notte. Alcune erano adagiate su un fianco, altre erano rimaste dritte, sostenute dalla chiglia e dalla fortuna.
Il Capitano si passò una mano sugli occhi. «Non può essere.» Scese a terra senza nemmeno prendere il caffè. Il paese si stava svegliando e dalle case cominciavano a uscire persone in silenzio. Nessuno gridava. Nessuno sembrava avere il coraggio di dire ciò che tutti stavano pensando. Il mare si era asciugato.
Qualcuno, più coraggioso degli altri, si avventurò sul fondo. Poi un altro. E un altro ancora. Iniziarono a camminare dove, fino alla sera prima, passavano le barche. Il Capitano li seguì. All’inizio riconobbe i luoghi: una secca, un vecchio campo di boe, la rotta che prendevano i pescatori per uscire dal porto. Ma più si allontanava, più il mondo diventava estraneo. Sul fondo c’erano cose che nessuno avrebbe dovuto vedere. Reti perdute da anni, ricoperte di alghe ormai secche. Ancore spezzate. Pneumatici. Bottiglie. Una bicicletta. Resti di barche che il mare aveva inghiottito e che nessuno aveva più ritrovato.
Poi apparve qualcosa di diverso. Era un relitto. Il legno era scuro, consumato, ma la forma era ancora riconoscibile. Una piccola imbarcazione, forse affondata molti decenni prima. Il Capitano si avvicinò lentamente. Non sapeva perché, ma sentiva che quella barca non gli era estranea. Si chinò. Sul fianco, sotto uno strato di conchiglie e fango, c’era ancora un nome. Lo pulì con la mano. E si fermò.
Quel nome era il suo.
Il Capitano fece un passo indietro. La barca davanti a lui non poteva essere lì. Era stata la prima barca che avesse mai avuto. L’aveva venduta da giovane, quando ancora non aveva i capelli bianchi e credeva che il mare fosse soltanto libertà. La ricordava bene. La ricordava perfettamente. Ma allora perché era sul fondo del mare?
Guardò intorno a sé. Il fondale continuava fino all’orizzonte. Niente acqua. Niente onde. Niente mare. E allora il Capitano sentì una paura che non aveva mai conosciuto neppure durante le tempeste peggiori. Perché una tempesta passa. Il mare, invece, resta. O almeno, così aveva sempre creduto.
Cominciò a camminare verso il largo. Non sapeva cosa cercasse. Forse il mare stesso. Forse una spiegazione. Forse soltanto il punto in cui tutto era finito. Camminò a lungo. Il sole era ormai alto quando si fermò davanti a una voragine. Era immensa. Una spaccatura nera nel fondale, così profonda che non riusciva a vederne il fondo. E da laggiù arrivava un rumore. Un rumore lontano. Regolare. Il rumore delle onde.
Il Capitano si chinò per ascoltare meglio. Il rumore aumentò. Sempre di più. Le onde. Il mare. Improvvisamente l’acqua cominciò a salire dalla voragine. Prima lentamente. Poi con una forza terribile. Il Capitano cercò di correre, ma il fango gli tratteneva i piedi. L’acqua avanzava verso di lui. Una parete enorme, scura, infinita. Provò a gridare.
E si svegliò.
Era seduto sulla cuccetta, sudato, con il cuore che gli batteva forte nel petto. Per qualche secondo non capì dove si trovasse. Poi sentì lo sciabordio. L’acqua contro lo scafo. Il cigolio delle cime. Il vento. Il Capitano sorrise. «Un sogno», mormorò.
Si alzò e uscì in coperta. Fuori il sole stava appena sorgendo. Davanti a lui il mare era al suo posto. Calmo. Immenso. Vivo. Il Capitano rimase a guardarlo per un lungo momento. Poi abbassò gli occhi verso il pontile. Qualcosa galleggiava vicino alla barca. Si chinò, lo raccolse.
Era una piccola tavola di legno, annerita dal tempo.
La rigirò tra le mani. Su un lato, quasi cancellate dall’acqua, c’erano alcune lettere.
Il nome della sua prima barca.
Il Capitano non sorrise più. Rimase immobile, stringendo quel pezzo di legno. Poi guardò il mare.
E per la prima volta, dopo tanti anni, non seppe più se era lui ad aver sognato il mare.
O se era stato il mare a sognare lui.
Antonello Rivano – Inedito – ©Tutti i diritti riservati
L’angolo dei lettori
Ferragosto, moglie mia…
Ferragosto era sempre stato, per lui, una specie di prova generale dell’inferno. Non perché non gli piacesse l’estate, il mare o stare in compagnia, ma perché ogni anno, puntualmente, sua moglie riusciva a trasformare una giornata che avrebbe dovuto essere tranquilla in una piccola impresa organizzativa. Eppure, quell’anno, per la prima volta dopo molti anni, sembrava che le cose fossero cambiate. Avevano deciso di restare a casa, senza invitare nessuno, senza pranzi interminabili, senza parenti che arrivavano con il classico «stavamo passando di qua» e senza amici che, per qualche misteriosa ragione, consideravano casa loro una specie di area di ristoro estiva.
La mattina del quindici agosto cominciò quindi nel migliore dei modi. Caffè, finestre aperte, un po’ di vento e nessun rumore particolare. Sul tavolo c’erano soltanto due tazze e, soprattutto, nessun programma. L’uomo si sentiva quasi felice. Aveva persino pensato che forse, con gli anni, sua moglie avesse finalmente compreso che Ferragosto non richiedeva necessariamente quaranta persone, tre chili di carne e una quantità di piatti sufficiente per sfamare un battaglione.
Alle dieci e mezza arrivò sua suocera.
Non era stata invitata. Era semplicemente comparsa con una borsa contenente pomodori, melanzane, una teglia di lasagne e quella particolare espressione di chi considera l’ospitalità un obbligo morale. L’uomo non fece domande. Si limitò a spostare una sedia.
Mezz’ora dopo arrivò la cognata con il marito. Avevano saputo che la madre sarebbe stata lì e avevano pensato che fosse un peccato lasciarla sola. Poco dopo arrivò un nipote. Poi un’amica di sua moglie, che aveva portato una torta. Poi il vicino di casa, il quale si era presentato con una bottiglia di vino e la frase che in Italia precede spesso ogni catastrofe organizzativa: «Tanto siamo qui vicino».
A mezzogiorno il tavolo per due era diventato un tavolo per dodici.
L’uomo osservava la scena dalla cucina mentre sua moglie si muoveva tra frigorifero, fornelli e terrazza con l’energia di una donna che sembrava non avere mai pronunciato, in vita sua, la parola riposo. Sul barbecue cominciava a sfrigolare la carne, in cucina bolliva la pasta e sul tavolo comparivano piatti che nessuno aveva programmato. Il frigorifero, che quella mattina sembrava enorme, alle dodici e trenta era già pieno come un autobus all’ora di punta.
La cosa più curiosa era che nessuno sembrava trovare nulla di strano. Tutti mangiavano, ridevano, raccontavano episodi già raccontati negli anni precedenti e si lamentavano del caldo. Qualcuno sosteneva che quell’anno facesse più caldo dell’anno precedente, qualcuno ricordava un Ferragosto del 1987 in cui aveva piovuto e qualcun altro spiegava, con assoluta sicurezza, che un tempo le estati erano diverse.
L’uomo ascoltava e pensava che forse Ferragosto fosse proprio questo: un giorno in cui le persone si ritrovavano senza sapere esattamente perché, mangiavano più del necessario, bevevano qualcosa in più e raccontavano per l’ennesima volta le stesse storie, come se la memoria avesse bisogno di essere apparecchiata insieme al pranzo.
Nel pomeriggio, quando finalmente gli ospiti cominciarono ad andare via, la casa sembrava essere stata attraversata da un piccolo uragano. Bicchieri ovunque, piatti da lavare, sedie fuori posto, briciole sul pavimento e una quantità impressionante di contenitori che nessuno sapeva più a chi appartenessero. Sul tavolo era rimasto soltanto un piatto con una fetta di anguria e due bicchieri mezzi pieni.
Sua moglie si sedette accanto a lui. Era stanca, ma sorrideva.
L’uomo la guardò e pensò che, in fondo, aveva passato la giornata esattamente come aveva promesso di non passarla. Eppure non gli dispiaceva.
La sera uscirono a fare due passi. Il paese era pieno di gente, le strade affollate, i locali pieni e il lungomare illuminato. Camminavano lentamente, senza fretta, come se finalmente la giornata fosse terminata davvero.
A un certo punto sua moglie gli prese il braccio.
Lui la guardò.
Aveva ancora una macchia di sugo sul vestito.
Non disse nulla.
Nemmeno lei.
Continuarono a camminare.
E il pensiero che gli venne fu semplice: forse il vero problema di Ferragosto non era tutta quella gente, né il caldo, né il pranzo che durava sei ore. Il problema era aspettarsi che Ferragosto fosse diverso dagli altri giorni.
Perché Ferragosto, alla fine, era soltanto un giorno qualunque con più caldo, più cibo e più parenti.
E, probabilmente, con una moglie che ogni anno prometteva di fare una cosa tranquilla.
Quella promessa, ormai, era diventata una tradizione.
E lui aveva imparato a non crederci più.
Ferragosto, moglie mia…
Antonangelo Iannone – Inedito – ©Tutti i diritti riservati
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