Sab. Ago 29th, 2026

I Trilli, molto più di una storia musicale

Più di cinquant’anni di musica, memoria e cultura genovese. Dai grandi successi di Pippo e Pucci a Vladimiro Zullo con la formazione di oggi, fino a “Caruggi”, tra tradizione, nuove generazioni e un pubblico che continua a cantare insieme


I Trilli, molto più di una storia musicale

di Antonello Rivano

Ci sono concerti ai quali si va per ascoltare musica. E ce ne sono altri dai quali, quando le luci si spengono, si fa quasi fatica ad andare via. Quelli dei Trilli appartengono alla seconda categoria. Perché raccontarli soltanto come un gruppo musicale significherebbe fermarsi alla superficie. La loro è una storia che attraversa più di cinquant’anni di musica, ma anche una parte della storia culturale di Genova: il dialetto, i caruggi, le osterie, l’ironia, i modi di dire, i personaggi e quella particolare capacità dei genovesi di sorridere anche davanti alle difficoltà.

E oggi, ascoltandoli e soprattutto vedendoli sul palco, c’è qualcosa che va oltre la musica. C’è un pubblico che canta, ci sono generazioni diverse che si ritrovano insieme e c’è una città che, per qualche ora, sembra riconoscersi nelle proprie parole. Ma non è soltanto una questione genovese. È forse proprio questo il segreto dei Trilli: partire da una storia profondamente legata a un territorio e riuscire, attraverso la musica, a superarne i confini.

Dalle origini a una voce per Genova

La storia dei Trilli comincia nel 1973, con Pippo e Pucci, Giuseppe Zullo e Giuseppe Deliperi. Nello stesso anno arriva il primo 45 giri, Piccon, dagghe cianin! / Trilli Trilli, e prende forma un’esperienza destinata a diventare una delle più importanti della musica popolare genovese.

È l’inizio di un percorso nel quale il genovese non viene utilizzato soltanto per conservare una tradizione, ma per raccontare la vita: i quartieri, il porto, i caruggi, le osterie, le famiglie, gli amori, le difficoltà, le discussioni, i personaggi e naturalmente l’ironia. Tutto può diventare una canzone.

Ed è probabilmente questa la prima chiave per capire il successo dei Trilli. Non hanno soltanto cantato in genovese. Hanno cantato i genovesi.

Negli anni Settanta arrivano altri dischi e altri brani destinati a entrare nella memoria collettiva. Vico drïto Pontexello, Olidin Olidena, Boccadaze, Chitara zeneize: titoli che già raccontano una parte del mondo nel quale i Trilli sono nati e cresciuti.

La loro musica nasce dentro una cultura popolare nella quale il confine tra vita quotidiana e canzone è molto sottile. Si mangia, si beve, si discute, si raccontano storie e si canta. I Trilli portano sul palco qualcosa che nasce già nella vita di tutti i giorni. Ed è forse anche per questo che quelle canzoni hanno resistito al tempo.

Se c’è una canzone che permette di capire cosa siano le “ambasce”, è proprio Olidin Olidena. Le ambasce sono gli affanni, le preoccupazioni, le tribolazioni, i problemi della vita quotidiana. Ma nei Trilli diventano anche materia di ironia e di racconto. È uno degli aspetti più interessanti della cultura popolare genovese: anche davanti alle difficoltà c’è la capacità di trovare una battuta, un sorriso, una parola capace di sdrammatizzare.

E qui il dialetto diventa molto più di una lingua nella quale cantare. Diventa uno strumento per leggere la realtà e, qualche volta, anche per prenderla in giro.

Lo stesso vale per le “parole del gatto”, espressione con la quale si indicano le parolacce, il linguaggio colorito e le espressioni più crude della parlata popolare. Nei Trilli entrano nella comicità e nel racconto della vita quotidiana, senza essere semplicemente provocazione.

E poi c’è il “belin”, parola ormai conosciuta in tutta Italia, intercalare che ti identifica immediatamente come “genovese”, ma della quale fuori da Genova è difficile cogliere tutte le sfumature. Può esprimere stupore, rabbia, incredulità, meraviglia, approvazione o disappunto. Dipende dal tono, dal momento e da chi la pronuncia.

È questo il genovese dei Trilli: una lingua viva, popolare, ironica, a volte irriverente, capace di parlare tanto delle cose serie quanto di quelle più leggere.

La loro storia non rimane però confinata a Genova. Nel 1984 Pippo e Pucci arrivano al Festival di Sanremo con Pomeriggio a Marrakech, portando la loro esperienza davanti a un pubblico nazionale.

È un passaggio importante per il duo storico, arrivato a Sanremo dopo oltre un decennio di attività e numerosi dischi. Il brano è in italiano, ma Genova rimane il punto di riferimento della loro storia artistica.

La storia continua

Nel 1997 muore Pucci. Dieci anni dopo, nel 2007, muore Pippo. Con loro sembra finire anche una delle esperienze più rappresentative della canzone popolare genovese.

Ma la storia dei Trilli non si ferma. Dal 2008, il figlio di Pippo, Vladimiro Zullo, Vladi, porta avanti il progetto artistico del padre, custodendone la memoria e rilanciandone l’eredità.

Vladi è sì il figlio di Pippo. Ma fermarsi a questo significherebbe non raccontare chi è oggi. È un cantante dalla grande voce, autore, artista e interprete, ma sul palco dei Trilli c’è soprattutto una cosa che si nota: è un mattatore.

Sa coinvolgere il pubblico, farlo ridere, lasciargli spazio e riprenderlo quando serve. Sa trasformare una battuta in un momento di spettacolo e una canzone in un’occasione di partecipazione, con una naturalezza che non sembra affatto costruita.

Accanto a lui ci sono musicisti di grande esperienza: Alberto Marafioti al piano e alle tastiere, Fabio Bavastro al basso, Fabrizio Salvini alla batteria, Gian Paolo Casu alla chitarra e Stephanie Niceforo, in arte Nice, alla voce.

Prima ancora di far divertire il pubblico, sembrano divertirsi loro. Si guardano, si ascoltano, si scambiano battute, si sostengono. La professionalità è evidente, ma altrettanto evidente è la passione.

Non sono mestieranti che salgono sul palco per svolgere il proprio lavoro. Sono persone che credono in quello che fanno e che dimostrano avere ancora il piacere di suonare insieme.

La professionalità si può imparare, l’esperienza si può accumulare, la tecnica si può affinare. La passione, invece, non si può fingere a lungo.

Dai Trilli al cinema

La storia dei Trilli continua anche fuori dal palco. Vladimiro Zullo, Vladi, è tra i protagonisti di “Stelle di mare – I ragazzi di ieri”, docufilm diretto da Silvia Monga dedicato alla musica d’autore e alla storia dei cantautori e dei gruppi liguri.

Nel film Vladi racconta anche la storia dei Trilli, all’interno di un percorso che mette in relazione artisti e generazioni diverse. Tra gli intervistati ci sono, tra gli altri, Gino Paoli, Sandro Giacobbe, Francesco Baccini, Carlo Marrale, Silvia Mezzanotte, Gian Piero Alloisio ed Emanuele Dabbono, oltre a componenti dei New Trolls e dei Ricchi e Poveri.

Stelle di mare-I ragazzi di ieri _ le riprese girate nel chiostro di San Giuliano con l’intervista a Giorgio Usai e a Nico Di Palo, storici componenti del gruppo musicale New Trolls_fonte www.liguria.cultura.gov.it

Nel progetto è stato intervistato anche Alberto Marafioti, musicista che da molti anni fa parte del percorso dei Trilli e che ha collaborato nel corso della sua carriera con numerosi artisti. La sua testimonianza contribuisce a raccontare il legame tra la storia dei Trilli di ieri e quella del gruppo di oggi.

Il docufilm, la cui uscita è prevista indicativamente per novembre, ha già ottenuto un importante riconoscimento: “Stelle di mare” ha vinto il San Benedetto Film Fest 2026 come miglior documentario. Un risultato che apre ora al progetto un percorso attraverso altri festival nazionali.

“Caruggi”

Questa capacità di guardare avanti è presente anche nell’ultimo album, “Caruggi”, pubblicato nel 2025. Il disco contiene undici brani e nasce come un viaggio nella Genova dei caruggi, tra memoria, presente e nuove sonorità. Gli arrangiamenti sono stati curati da Gian Paolo Casu, chitarrista dei Trilli, insieme ad Alessandro Paolini.

Nel disco ci sono nove brani in genovese, uno in tabarchino e uno in italiano. Una scelta che amplia il racconto oltre i confini strettamente genovesi. Il brano in tabarchino, Que de cantò, realizzato con il Gruppo Serenate di Calasetta, rappresenta infatti un ponte musicale tra Genova e le comunità tabarchine della Sardegna sud-occidentale.

Il tabarchino racconta infatti una storia particolare: quella delle comunità di origine ligure che, attraversando quasi sei secoli, hanno mantenuto una propria identità linguistica e culturale a Carloforte e Calasetta. Inserirlo in un album intitolato Caruggi significa quindi allargare il racconto della cultura ligure oltre i confini geografici della Liguria, ricordando una storia di migrazioni, comunità e radici.

Ma Caruggi non è soltanto memoria. È anche confronto con il presente. Nel progetto compaiono infatti autori e musicisti appartenenti a generazioni e percorsi diversi, da Vittorio e Aldo De Scalzi a Pivio Pischiutta, fino a Emanuele Dabbono, autore dell’unico brano in italiano, Nuotare con te.

Ed è soprattutto nei concerti di oggi che si capisce quanto questa storia non sia rimasta ferma al passato. Nel repertorio dei Trilli convivono la tradizione e la nuova produzione, con le canzoni di Caruggi, ma anche i grandi protagonisti della Scuola genovese.

Così, accanto a Fabrizio De André, Luigi Tenco, Gino Paoli, Bruno Lauzi e agli altri protagonisti di quella stagione, trovano spazio anche gli artisti della nuova generazione, come Olly e Bresh, con linguaggi e percorsi completamente diversi, ma parte di una scena musicale genovese che continua a rinnovarsi.

E in questo percorso c’è anche Nice, con la sua voce giovane e potente, capace di aggiungere un’altra sensibilità allo spettacolo senza togliere nulla alla storia dei Trilli.

È così che il gruppo diventa un ponte tra generazioni. Non soltanto memoria, ma memoria che continua a produrre presente.

Quando il pubblico diventa parte dello spettacolo

Poi arriva il concerto. E qui bisogna esserci per capire davvero cosa succede.

È praticamente impossibile assistere a un concerto dei Trilli senza ritrovarsi, prima o poi, a cantare insieme a loro le “ambasce”. Il pubblico partecipa, risponde, anticipa le battute, ride. A quel punto la distanza tra palco e platea sembra quasi scomparire.

E alla fine arriva “Trilli Trilli”, la canzone che dà il nome al gruppo e che appartiene alla loro storia fin dall’inizio. Era già nel primo 45 giri del 1973.

Quando parte, il palco sembra quasi passare in secondo piano. Canta il pubblico, con un’energia che raramente si vede alla fine di un concerto.

Guardando la platea si vedono persone di ogni età: ragazzi, adulti, famiglie e molti uomini e donne dai capelli bianchi. Persone che, almeno per una sera, sembrano ritrovare una parte della propria storia.

Ma sarebbe un errore pensare che tutto questo riguardi soltanto i genovesi o chi quelle canzoni le conosce da sempre.

Le canzoni dei Trilli trascinano tutti. Anche chi non parla il dialetto e magari lo ascolta per la prima volta. Anche chi non parla italiano, ma arriva da un altro Paese e porta con sé una lingua diversa.

Perché quando la musica riesce davvero a parlare, non ha bisogno di traduzioni. Il ritmo, l’ironia, l’energia del palco e quella del pubblico fanno il resto. Si può non capire ogni parola e ritrovarsi comunque a battere le mani, sorridere, ridere e cantare.

È forse questo il punto più bello: i Trilli sono profondamente genovesi, ma quello che accade durante un loro concerto non rimane soltanto genovese.

Per qualche ora, davanti a quel palco, un pezzo d’Italia sembra dimenticare le proprie “ambasce” vere: le difficoltà quotidiane, le preoccupazioni, la rabbia, le contrapposizioni e persino le paure.

Ci sono persone con storie diverse, età diverse, idee diverse e problemi diversi. Eppure cantano insieme. Non servono spiegazioni. C’è una canzone che tutti conoscono. E basta quella.

Forse è proprio questo uno dei piccoli miracoli della musica. Non risolve i problemi e non cancella le difficoltà, ma può ricordarci che prima delle differenze esiste ancora qualcosa che possiamo condividere.

E i Trilli hanno fatto molto più di uno spettacolo.

Hanno fatto musica, hanno custodito una lingua, hanno raccontato una città e attraversato generazioni. Hanno tenuto insieme memoria e presente e creato un “luogo” nel quale persone diverse possono ancora incontrarsi, senza chiedersi in cosa credono, per quale squadra tifano, chi votano.

Certe cose non si creano e non si programmano. Accadono. E quando accadono, dietro ci sono professionalità, passione e soprattutto cuore.

Poi le luci del palco si spengono. Il concerto è finito, i musicisti scendono e la gente comincia lentamente a uscire. Ma qualcuno rimane ancora lì, seduto, come se sperasse che tutto potesse ricominciare daccapo. Ha ritrovato una musica conosciuta, parole da imparare o da ricordare, persone con cui condividerle e forse anche una parte di sé che nella vita di tutti i giorni rischia di rimanere nascosta.

Ha applaudito, si è emozionato con Piccon, dagghe cianin!, ha sorriso e riso con Trilli Trilli e Olidin Olidena, ha cantato, magari con una voce stonata, ma fusa alle altre, perché lì non conta più essere intonati: conta cantare insieme. Ha ritrovato una musica conosciuta, parole da imparare o da ricordare, persone con cui condividerle e forse anche una parte di sé che nella vita di tutti i giorni rischia di rimanere nascosta.

Poi bisogna tornare a casa. Restano le preoccupazioni, le contrapposizioni, le paure e le proprie “ambasce”. Ma resta anche quella sensazione difficile da spiegare che alcuni concerti lasciano più di altri.

La sensazione che, per qualche ora, sia successo qualcosa di vero. Qualcosa di bello, da conservare nella memoria e magari da andare a ripescare un giorno, quando arriveranno momenti meno belli, quando le nostre “ambasce” torneranno a farsi sentire e avremo bisogno di ricordare che, almeno per qualche ora, siamo stati capaci di stare bene insieme.

E forse, allora, per scacciare le brutture della vita, qualcuno ripenserà a quello che era scritto sulla maglietta di Vladi: “Canto Trilli Trilli e me ne batto ö belin”. E, quasi senza accorgersene, prima a bassa voce e poi sempre più forte, comincerà a canticchiare. Perché le ambasce torneranno, gli ostacoli pure. Ma una canzone, qualche volta, può aiutare a superarli o, perlomeno, a rendere tutto un po’ meno pesante.

[Le immagini pubblicate nell’articolo sono tratte dai profili social ufficiali de I Trilli, con autorizzazione all’utilizzo. Le foto del concerto sono state scattate a Carloforte da Giuseppe Vitiello]

Antonello Rivano


Antonello RivanoDirettore/Coordinatore Nazionale della Redazione di Polis SA Magazine. Giornalista, scrittore e direttore editoriale, si occupa di informazione, cultura, società e territorio, con particolare attenzione alle comunità locali, alle identità culturali, alle problematiche territoriali e alle trasformazioni sociali, oltre che alle nuove tecnologie e alla comunicazione digitale.
Ha esperienza nella gestione e progettazione di siti giornalistici e nella comunicazione attraverso web e social media. È autore di romanzi, saggi e raccolte poetiche e ha ricevuto diversi riconoscimenti letterari e premi per la comunicazione.
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