Lun. Set 21st, 2026

OL – Speciale Estate 2026 (8)

Poesie e racconti per un calda estate

©Polis SA Magazine®

In questo numero

Poesie:

Racconti:

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POESIE


La Poesia di Danila Olivieri

C’è qualcosa

C’ è qualcosa nel cielo di settembre
un chiaroscuro d’ombre
e nubi vagabonde-
forse l’attesa della fine
la luce flebile d’un tempo
che vuole morire.
Ma s’assolve il presente
e sa di lontananza-
le nuvole s’arrosano
e svelano il futuro già passato.


Danila Olivieri – Inedita – ©Tutti i diritti riservati


I versi Balzani di Sara

Un senso

Si prepara una tempesta
Forse è solo un simbolo
Luci di navigazione su uno schermo spento
Devi fare una scelta
Un piatto caldo o un bersaglio in movimento
È stato un piacere
Non ti ha ancora ucciso e lo credevi impossibile
Cosa ti è saltato in mente?
Ti rifiuti di parlare?
Faresti meglio a sorridere finché non rispondi
Sei uno dei tanti che lasciano cadere la penna
Scruti immobile i tuoi desideri di bambino
Ridi senza ragione sotto la pioggia gelata
La tua canzone preferita è troppo caotica
Cantare per cercare un senso?
Ti senti così stupido…

Sara Piccardo – Inedita – ©Tutti i diritti riservati


Briciole

Vuoto di parole, mani vuote, cadere nel vuoto…

pensieri
tempo che stiamo vivendo
tempo dell’esilio
mancanza di rassicuranti abitudini
immagini di chi abbiamo nel cuore
lontananze inattingibili, immobili

briciole

trasparenti come corteccia di betulla
tutti nella luce lenta della solitudine

briciole

ingiustamente spazzate via
lasciate a rimpiangere l’odore del mondo fuori

abitiamo ricordi di abbracci
carezze, sorrisi donati con luce e amore

briciole

Donatella Toniutti – Inedita – ©Tutti i diritti riservati


RACCONTI


I racconti del Capitano

Il Capitano e il paese capovolto

Il Capitano aveva navigato per mari che non comparivano sulle carte, attraversato tempeste nate nel bel mezzo di giornate senza vento e parlato con uomini che sostenevano di essere stati pesci in una vita precedente. Ma quella mattina si trovò davanti a qualcosa di molto più difficile da comprendere: un paese.

Era un paese normalissimo. Case, finestre, una piazza, una fontana e un campanile che segnava sempre le undici, anche quando erano le quattro del pomeriggio. Il Capitano guardò il campanile, poi il suo orologio e infine di nuovo il campanile.

«Qui c’è qualcosa che non torna.»

«Torna tutto», gli rispose una voce alle sue spalle.

Era un omino con un ombrello chiuso sotto il braccio.

«Cosa?»

«Tutto.»

«Anche l’orologio?»

«Soprattutto quello.»

Il Capitano non insistette. Aveva imparato, durante i suoi viaggi, che quando qualcuno rispondeva con troppa sicurezza a una domanda semplice era meglio cambiare strada.

Entrò nella piazza. C’erano alcune persone sedute ai tavolini del bar. Nessuno beveva, nessuno parlava. Tutti guardavano il proprio bicchiere.

«Che cosa state facendo?» domandò il Capitano.

«Aspettiamo.»

«Cosa?»

«Che qualcuno ci dica cosa dobbiamo aspettare.»

Il Capitano si sedette.

«E da quanto aspettate?»

«Da ieri.»

«E ieri cosa aspettavate?»

Gli uomini si guardarono.

«Oggi.»

Il Capitano ordinò un caffè. Il barista gli mise davanti una tazzina vuota.

«Manca il caffè.»

«Lo so.»

«E allora?»

«È finito.»

«Tutto il caffè?»

«No. È finita la voglia di metterlo nelle tazzine.»

Il Capitano bevve comunque. Era un caffè eccellente.

Quando uscì dal bar, vide una donna correre verso il municipio. Aveva una grande borsa piena di fogli.

«Dove va così di corsa?»

«A consegnare una domanda.»

«Per ottenere cosa?»

La donna si fermò.

«Non lo so.»

«E allora perché la presenta?»

«Perché senza domanda non posso sapere cosa posso ottenere.»

Il Capitano annuì. Gli sembrò una risposta perfettamente sensata. Ed era proprio questo il problema.

Davanti al municipio c’era una lunga fila. Il Capitano si mise in coda e, dopo un’ora, chiese all’uomo davanti a lui:

«Cosa stiamo aspettando?»

«Il nostro turno.»

«Per fare cosa?»

«Non lo sappiamo.»

«E nessuno lo sa?»

«Lo sapremo quando arriverà il nostro turno.»

«E quando arriverà?»

L’uomo sorrise.

«Quando sarà il momento.»

Il Capitano cominciò a sospettare che in quel paese il tempo fosse diventato una forma di burocrazia.

A mezzogiorno il campanile suonò undici rintocchi. Alle due ne suonò ancora undici. Alle sei, undici. Alle undici di sera, undici.

Il Capitano guardò il cielo. La luna era al posto giusto. Le stelle pure. Solo il paese sembrava essersi dimenticato di che giorno fosse.

Allora ebbe un’idea. Prese dalla tasca una vecchia bussola. L’ago girò, girò ancora e poi si fermò. Indicava il municipio.

«Finalmente qualcosa funziona», disse.

Entrò. Trovò un uomo seduto dietro una scrivania.

«Vorrei sapere dove porta questa strada.»

L’uomo guardò la bussola.

«Non possiamo dirglielo.»

«Perché?»

«Perché la strada non è ancora stata approvata.»

«Ma esiste.»

«Questo non significa niente.»

Il Capitano si avvicinò alla finestra. Fuori, la strada c’era e continuava fino al mare.

Per un momento pensò di tornare alla nave. Poi vide un bambino camminare contromano sul marciapiede.

«Perché vai dalla parte sbagliata?» gli chiese.

Il bambino lo guardò serio.

«Come fai a sapere qual è quella giusta?»

Il Capitano non seppe cosa rispondere.

Il bambino sorrise e continuò a camminare.

Quella notte il Capitano lasciò il paese. Prima di salire sulla nave guardò ancora una volta il campanile.

Segnava le undici.

«Almeno lui è coerente», disse.

Poi partì.

Navigò per tre giorni e tre notti. Al quarto giorno vide una terra all’orizzonte. Si avvicinò.

C’era una piazza, case, finestre, una fontana e un campanile.

Il Capitano guardò il campanile.

Segnava le undici.

Scese dalla nave. Un uomo con un ombrello chiuso sotto il braccio gli venne incontro.

«Benvenuto nel Paese delle cose normali.»

Il Capitano rimase immobile.

Poi scoppiò a ridere.

«Allora sono tornato indietro.»

L’uomo scosse la testa.

«No, Capitano.»

«E dove sono?»

L’uomo sorrise.

«Dove siamo tutti.»

Il Capitano guardò il mare. Per la prima volta gli sembrò che anche il mare avesse un appuntamento.

E che fosse in ritardo.

Antonello Rivano – Inedito – ©Tutti i diritti riservati


Il lettore

Ho sempre pensato che leggere fosse un modo abbastanza tranquillo per stare al mondo. Ci si siede, si apre un libro e, almeno per qualche ora, si può avere la fortuna di essere qualcun altro: un principe, un assassino, un esploratore, persino un uomo che sa esattamente cosa fare della propria vita. Io, invece, sono sempre stato un lettore.

La cosa è cominciata molti anni fa, quando qualcuno mi regalò un libro che non avevo chiesto. Non ricordo più il titolo, ma ricordo perfettamente la copertina: una porta socchiusa, un sentiero e un cielo stranamente azzurro. Lo lessi in tre giorni e, da allora, cominciai a sospettare che i libri sapessero qualcosa che noi non sappiamo. Naturalmente non ne parlai con nessuno. A una certa età si imparano alcune regole fondamentali: non discutere con chi è convinto di avere sempre ragione, non raccontare i propri sogni a colazione e non dire mai ad alta voce che un libro ti sta guardando. Perché i libri guardano. Il problema è che nessuno se ne accorge.

Me ne accorsi una mattina di novembre. Ero seduto al solito tavolo, davanti alla finestra, con il caffè ormai freddo e un romanzo aperto. Avevo letto la stessa pagina almeno quattro volte senza riuscire a ricordare una sola frase. Poi mi accorsi che il protagonista del libro aveva smesso di parlare. Rimasi fermo. Aspettai. Niente. Voltai pagina. Anche la pagina successiva era bianca. Poi quella dopo ancora. Il libro era diventato completamente bianco. Pensai che fosse uno scherzo, anche se non c’era nessuno in casa. Chiusi il volume, aspettai qualche secondo e lo riaprii.

La storia era tornata, ma il protagonista non c’era più. Al suo posto c’ero io. Non nel senso figurato. Proprio io: seduto al tavolo, con il caffè freddo, il maglione che portavo quel giorno e quell’aria da persona che non ha ancora deciso cosa fare della propria giornata. Lessi la pagina fino in fondo. Diceva: «Il lettore si accorse finalmente di essere entrato nel libro».

Chiusi tutto.

Da quel giorno smisi di leggere. Per una settimana.

L’ottavo giorno, però, mi mancò terribilmente quella sensazione di aprire una storia e lasciarsi portare via. Così presi un altro libro. Non successe niente. Ne presi un secondo. Niente. Un terzo. Ancora niente. Mi rilassai. Forse era stato soltanto un sogno.

Poi, mentre leggevo, sentii bussare alla porta.

Andai ad aprire. Non c’era nessuno. Guardai per terra. C’era un libro. Lo raccolsi. Era il mio. Quello che avevo chiuso una settimana prima.

Lo aprii. Alla prima pagina c’era scritto: «Il lettore torna sempre».

A quel punto avrei dovuto spaventarmi. Invece sorrisi. Perché avevo finalmente capito una cosa: non siamo noi a scegliere i libri che leggiamo. Sono loro che, prima o poi, scelgono noi.

Da allora continuo a leggere, con una piccola precauzione. Ogni volta che arrivo all’ultima pagina, prima di chiudere il libro, controllo che il mio nome non sia scritto da qualche parte. Finora non l’ho mai trovato.

Ma qualche sera fa ho aperto un romanzo nuovo. A pagina trentadue c’era una frase che non ricordavo di aver letto: «Il lettore, a questo punto, alzò gli occhi dal libro».

Io li ho alzati davvero.

E da allora ho un sospetto: che qualcuno, dall’altra parte della pagina, stia leggendo me.

Davide Serra – Inedito – ©Tutti i diritti riservati


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