Liste d’attesa: quanto si aspetta davvero?
Terza puntata del Dossier di Polis SA Magazine. Liste d’attesa nella sanità italiana: dati regionali, giorni di attesa, casi estremi e diritti dei cittadini oltre i tempi previsti.

La Sanità Italiana – A cura della Redazione di Polis Sa Magazine
Tutte le puntate del dossier di Polis SA Magazine sono raccolte qui.
Liste d’attesa: quanto si aspetta davvero?
Quando si parla di liste d’attesa, quasi sempre il dibattito si concentra su una percentuale.
Quante prestazioni vengono erogate nei tempi previsti?
È un dato importante. Ma per chi deve curarsi non è sufficiente.
Il cittadino ha una domanda molto più semplice:
«Quanti giorni devo aspettare?»
È da questa domanda che parte la terza puntata del nostro dossier.
Perché una percentuale può dirci che una determinata quota di prestazioni è stata erogata entro il limite previsto, ma non racconta da sola quanto abbiano aspettato le persone che sono rimaste fuori da quel limite.
Per questo mettiamo insieme tre livelli di lettura: il rispetto dei tempi, le differenze tra Regioni e i giorni effettivi di attesa.
A questi aggiungiamo un quarto elemento, spesso poco conosciuto: che cosa può fare il cittadino quando il tempo previsto non viene rispettato.
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I dati più aggiornati disponibili
Il monitoraggio AGENAS relativo al primo semestre 2026 consente di confrontare il rispetto dei tempi di garanzia tra Regioni e Province autonome.
Nel periodo considerato sono state monitorate 14 tipologie di prime visite specialistiche e 22 esami diagnostici.
A livello nazionale, per le prime visite, la quota di prestazioni erogate entro il tempo previsto sale al 78,5%, rispetto al 76,4% del primo semestre 2025.
Per gli esami diagnostici passa invece dall’82,8% all’84,6%.
Il dato nazionale, dunque, migliora.
Ma la media italiana nasconde differenze territoriali molto importanti.
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Prime visite: oltre 44 punti di differenza
Per le prime visite specialistiche, nel primo semestre 2026, la percentuale di prestazioni erogate entro i tempi previsti varia dal 54,7% della Provincia autonoma di Trento al 98,9% della Basilicata.
La distanza tra i due valori è di 44,2 punti percentuali.
→Prime visite specialistiche erogate nei tempi previsti
I semestre 2026
| Regione / Provincia autonoma | Nei tempi |
|---|---|
| Provincia autonoma di Trento | 54,7% |
| Puglia | 55,7% |
| Umbria | 63,7% |
| Sardegna | 64,1% |
| Friuli-Venezia Giulia | 67,9% |
| Piemonte | 71,5% |
| Abruzzo | 73,5% |
| Emilia-Romagna | 77,2% |
| Toscana | 77,2% |
| Valle d’Aosta | 77,7% |
| Provincia autonoma di Bolzano | 78,5% |
| Sicilia | 79,7% |
| Lombardia | 81,8% |
| Liguria | 82,9% |
| Campania | 84,5% |
| Calabria | 86,6% |
| Molise | 88,8% |
| Veneto | 91,5% |
| Lazio | 91,6% |
| Marche | 94,5% |
| Basilicata | 98,9% |
| Italia | 78,5% |
Fonte: AGENAS, monitoraggio Liste di Attesa, primo semestre 2026.
L’ordine della tabella è esclusivamente funzionale alla lettura: dal valore percentuale più basso al più alto.
Non è una classifica della qualità dei sistemi sanitari regionali.
Una percentuale di rispetto dei tempi misura infatti uno specifico indicatore, non la qualità complessiva della sanità di un territorio.
Esami diagnostici: il divario resta ampio
Per gli esami diagnostici il dato nazionale è più elevato: 84,6% delle prestazioni entro il tempo previsto.
Anche in questo caso, però, la distanza tra i territori è notevole.
Si passa dal 62,0% dell’Umbria al 97,1% del Veneto.
Sono 35,1 punti percentuali di differenza.
→Esami diagnostici erogati nei tempi previsti
I semestre 2026
| Regione / Provincia autonoma | Nei tempi |
|---|---|
| Umbria | 62,0% |
| Puglia | 63,5% |
| Abruzzo | 65,3% |
| Valle d’Aosta | 69,2% |
| Sicilia | 71,9% |
| Provincia autonoma di Trento | 77,0% |
| Provincia autonoma di Bolzano | 77,2% |
| Sardegna | 78,3% |
| Friuli-Venezia Giulia | 80,4% |
| Piemonte | 81,7% |
| Calabria | 84,7% |
| Lombardia | 85,5% |
| Liguria | 85,8% |
| Emilia-Romagna | 88,3% |
| Molise | 88,6% |
| Toscana | 89,6% |
| Lazio | 89,7% |
| Marche | 92,4% |
| Basilicata | 94,6% |
| Campania | 96,0% |
| Veneto | 97,1% |
| Italia | 84,6% |
Fonte: AGENAS, monitoraggio Liste di Attesa, primo semestre 2026.
Anche qui il confronto non deve essere trasformato in un giudizio complessivo sui Servizi sanitari regionali.
Ma una cosa è oggettiva: la probabilità che una prestazione venga erogata entro il tempo previsto cambia sensibilmente a seconda del territorio.
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Ma quanti giorni si aspettano davvero?
Qui il dato percentuale non basta più.
Una Regione può avere, per esempio, l’80% delle prestazioni erogate nei tempi previsti.
Ma cosa succede al restante 20%?
Quanto aspetta?
Una settimana?
Due mesi?
Sei mesi?
Un anno?
Per rispondere bisogna utilizzare un indicatore diverso: il tempo di attesa espresso in giorni.
AGENAS rende disponibili attraverso la Piattaforma Nazionale delle Liste di Attesa dati sui tempi medi, distinti per prestazione e classe di priorità.
Ma è fondamentale non fare confusione tra periodi diversi.
Le percentuali regionali riportate in questa puntata sono aggiornate al primo semestre 2026.
Per i tempi medi espressi in giorni, l’ultimo dato nazionale omogeneo disponibile per quello specifico indicatore è invece riferito al periodo gennaio-settembre 2025.
Non sarebbe quindi corretto presentare un dato del 2025 come se fosse un dato del 2026.
Nel nostro dossier li teniamo separati e indichiamo sempre il periodo di riferimento.
Il dato che trasforma la percentuale in giorni
Un esempio aiuta più di molte spiegazioni.
Per una prestazione in classe D, differibile, il tempo previsto è di 30 giorni per una visita specialistica e di 60 giorni per un esame diagnostico.
Ma i dati disponibili mostrano che, in alcune situazioni, l’attesa può andare molto oltre.
→Alcuni tempi documentati
| Prestazione | Classe / situazione | Tempo previsto | Attesa documentata |
|---|---|---|---|
| Visita dermatologica | D – differibile | 30 giorni | fino a 177 giorni |
| Mammografia | D – differibile | 60 giorni | fino a 147 giorni |
| TAC torace | caso segnalato | — | fino a 360 giorni |
| Colonscopia | caso segnalato | — | fino a 720 giorni |
Nota: questi valori non costituiscono una media nazionale e non provengono tutti dalla stessa rilevazione. I casi estremi vengono riportati come esempi documentati della dimensione che può assumere il fenomeno, non come rappresentazione dell’attesa tipica in Italia.
Il dato più importante da comprendere è proprio questo.
Dire che sono stati documentati casi di 720 giorni non significa dire che la colonscopia in Italia richieda mediamente 720 giorni.
Significa che sono state rilevate situazioni nelle quali l’attesa è arrivata a quella dimensione.
È una differenza fondamentale quando si leggono le statistiche.
Tre giorni sulla carta, mesi nella realtà
Le classi di priorità definiscono tempi differenti.
| Classe | Significato | Tempo previsto |
|---|---|---|
| U | Urgente | entro 72 ore |
| B | Breve | entro 10 giorni |
| D | Differibile – visita | entro 30 giorni |
| D | Differibile – diagnostica | entro 60 giorni |
| P | Programmata | entro 120 giorni |
Il caso più immediato da comprendere è quello della classe U.
Se una prestazione è prescritta come urgente, il riferimento è 72 ore.
Quando un caso documentato arriva invece a mesi di attesa, la distanza tra il tempo previsto e quello concretamente registrato diventa enorme.
È qui che la lista d’attesa non è più soltanto una statistica.
Diventa una questione di accesso effettivo alla prestazione.
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E quando il tempo massimo non viene rispettato?
Questa è forse la parte meno conosciuta del problema.
Il cittadino non dovrebbe essere lasciato semplicemente davanti a una prima disponibilità collocata molto oltre il termine previsto.
Il quadro normativo è stato rafforzato dal decreto-legge 73/2024, convertito nella legge 107/2024, che ha introdotto e rafforzato strumenti di governo delle liste d’attesa e i cosiddetti percorsi di tutela.
L’obiettivo è fare in modo che, quando il Servizio sanitario non riesce a garantire la prestazione nei tempi previsti dalla classe di priorità, vengano utilizzate modalità alternative per assicurare comunque l’erogazione.
Tra gli strumenti previsti rientrano, secondo le condizioni e le procedure stabilite dal sistema sanitario, attività libero-professionale intramuraria, prestazioni aggiuntive e ricorso al privato accreditato.
Il principio è importante:
il mancato rispetto del tempo di garanzia non dovrebbe tradursi automaticamente nell’obbligo per il cittadino di pagare privatamente la prestazione.
Il percorso di tutela serve proprio a verificare come garantire la prestazione quando il tempo previsto non può essere rispettato.
Ma attenzione: non significa “vado privatamente e poi mi faccio rimborsare”
È una distinzione essenziale.
Il percorso di tutela non significa che il cittadino possa scegliere autonomamente qualsiasi struttura privata, pagare la prestazione e ottenere automaticamente il rimborso.
La procedura deve essere attivata secondo le modalità previste dalla propria Azienda sanitaria e dalla Regione.
Quando la prima disponibilità supera il tempo massimo indicato dalla classe di priorità, è quindi importante chiedere al CUP o all’Azienda sanitaria quale sia il percorso di tutela previsto.
Cosa deve conservare il cittadino
Quando emerge un problema di tempi, la documentazione può diventare importante.
È quindi prudente conservare:
| Documento / informazione | Perché è importante |
|---|---|
| Prescrizione medica | Dimostra prestazione e classe di priorità |
| Data della richiesta | Permette di ricostruire i tempi |
| Numero di prenotazione / pratica | Identifica la richiesta |
| Prima disponibilità proposta dal CUP | Documenta il tempo concretamente offerto |
| Eventuale comunicazione dell’Azienda | Può documentare la richiesta di tutela |
| Data effettiva della prestazione | Permette di ricostruire l’attesa complessiva |
Se si vuole documentare il mancato rispetto di un tempo previsto, è importante poter ricostruire che cosa era stato prescritto, quando è stata richiesta la prestazione e quale disponibilità è stata effettivamente proposta.
Il vero problema: conoscere il diritto
Qui emerge una contraddizione.
Da una parte esistono tempi di riferimento, sistemi di monitoraggio e strumenti di tutela.
Dall’altra, il cittadino deve spesso conoscere questi meccanismi per poterli utilizzare.
E questo introduce una variabile che nelle statistiche sulle liste d’attesa difficilmente compare:
la conoscenza dei propri diritti.
Due persone possono trovarsi davanti alla stessa impossibilità di ottenere una prestazione nei tempi previsti.
Una accetta la prima data disponibile, anche se molto oltre il termine.
L’altra chiede informazioni sul percorso di tutela.
La situazione iniziale è la stessa.
Il risultato può essere diverso.
Per questo il governo delle liste d’attesa non riguarda soltanto l’offerta sanitaria.
Riguarda anche trasparenza, informazione e possibilità concreta di utilizzare gli strumenti previsti.
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Il tempo della cura non è uguale per tutti
C’è poi una conseguenza sociale che non può essere ignorata.
Quando una persona non riesce a ottenere una prestazione in tempi compatibili con la propria necessità, le alternative sono diverse:
aspettare;
cercare un’altra struttura;
spostarsi in un’altra zona;
rivolgersi al privato;
rinunciare o rimandare.
Ma queste possibilità non sono economicamente equivalenti.
Una persona con maggiore disponibilità economica può avere la possibilità di pagare una visita privata.
Un’altra potrebbe non averla.
Una può prendere un giorno di ferie e percorrere cento chilometri.
Un’altra potrebbe non avere né il tempo né le risorse per farlo.
Per questo le liste d’attesa non sono soltanto un problema organizzativo.
Sono anche una questione di accessibilità concreta al Servizio sanitario nazionale.
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Una fotografia più completa
I numeri del primo semestre 2026 raccontano dunque una situazione più complessa di quella che potrebbe apparire guardando soltanto la media nazionale.
Il rispetto dei tempi migliora:
78,5% per le prime visite; 84,6% per gli esami diagnostici.
Ma le differenze territoriali rimangono molto ampie.
Per le prime visite si passa dal 54,7% al 98,9%. Per gli esami diagnostici dal 62,0% al 97,1%.
E dietro quelle percentuali esistono poi tempi di attesa che, nei casi documentati, possono arrivare a mesi e persino a centinaia di giorni.
“Quante prestazioni vengono erogate nei tempi?”
“E quelle che non vengono erogate nei tempi, quanto fanno aspettare?”
E ancora: “Che cosa può fare il cittadino quando il termine previsto viene superato?”
Sono tre domande diverse.
Ma soltanto insieme permettono di comprendere davvero il problema delle liste d’attesa.
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Non una classifica
Questo dossier non vuole costruire classifiche delle Regioni.
I dati regionali vengono presentati perché le differenze territoriali fanno parte del problema e devono essere conosciute.
Una percentuale alta o bassa sul rispetto dei tempi non basta da sola a giudicare l’intero Servizio sanitario di una Regione.
Lo stesso vale per un caso estremo di 360 o 720 giorni: documenta una situazione limite, non la media nazionale.
Il nostro compito è un altro: Mettere insieme i dati ufficiali, dichiarare il periodo al quale si riferiscono, distinguere le fonti, spiegare cosa misurano e, quando possibile, trasformare le percentuali in qualcosa che il lettore possa comprendere immediatamente: giorni.
Perché dietro ogni giorno di attesa c’è una persona che aspetta una risposta sanitaria.
E dietro ogni percentuale c’è un numero di persone che può essere contato
FONTI
AGENAS – Monitoraggio nazionale delle liste di attesa e Piattaforma Nazionale delle Liste di Attesa.
Ministero della Salute – normativa e disposizioni relative al governo delle liste d’attesa e ai percorsi di tutela.
Cittadinanzattiva – Rapporto civico sulla salute 2025, per le segnalazioni relative ai tempi di attesa e ai casi estremi.
METODO
Le percentuali regionali riportate nelle tabelle si riferiscono al primo semestre 2026 e misurano la quota di prestazioni erogate entro il tempo massimo previsto dalla relativa classe di priorità.
I dati sui tempi medi di attesa in giorni appartengono a un indicatore distinto e a un periodo temporale differente. Per questo non vengono presentati come dati 2026 se l’ultimo aggiornamento omogeneo disponibile è precedente.
I casi estremi riportati nella sezione dedicata alle attese più lunghe non sono medie nazionali e non sono direttamente confrontabili con le percentuali AGENAS: vengono utilizzati per documentare la dimensione che può assumere il fenomeno nei casi segnalati.
Le tabelle regionali sono ordinate dal valore più basso al più alto esclusivamente per facilitare la lettura. L’ordine non costituisce una classifica della qualità complessiva dei Servizi sanitari regionali.
I dati utilizzati sono quelli più aggiornati disponibili, al momento della pubblicazione, per ciascun indicatore.
Elaborazione: Redazione Polis SA Magazine.
Nella prossima puntata
Quanto costa davvero curarsi?
Dopo aver analizzato la rinuncia alle cure e le liste d’attesa, il dossier entrerà nel rapporto tra sanità, reddito e spesa delle famiglie.
Ticket, farmaci, prestazioni acquistate privatamente, differenze territoriali e spesa sanitaria direttamente sostenuta dalle famiglie: quanto pesa davvero la cura sul bilancio di una famiglia?
Perché il diritto alla salute non si misura soltanto nella possibilità teorica di accedere a una prestazione.
Si misura anche nella possibilità concreta di poterla ottenere senza che il costo diventi un ostacolo.
© Polis SA Magazine
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