Ven. Ott 16th, 2026

Presidente Pertini, abbiamo ancora bisogno delle sue parole

A 130 anni dalla nascita, un’intervista impossibile a Sandro Pertini tra Resistenza, Costituzione, politica, lavoro, giovani e quella Nazionale che nel 1982 fece esultare un Paese intero.

Persone realmente esistite, personaggi della letteratura, della storia e dell’immaginazione. Incontri che non potrebbero accadere, ma che attraverso la fantasia possono ancora farci parlare con chi non c’è più, con chi non esiste o con chi, forse, abbiamo sempre desiderato incontrare. Domande impossibili, risposte costruite sulle loro parole, sulle loro storie e sull’immaginario che hanno lasciato.


L’intervista impossibile a Sandro Pertini

Dicono che le interviste impossibili comincino sempre nello stesso modo: qualcuno bussa a una porta che non dovrebbe più aprirsi.

Io ho bussato a quella di Sandro Pertini.

Era il 25 settembre 2026, 130 anni esatti dalla sua nascita. Stella, Liguria, 1896. Una ricorrenza importante, almeno sulla carta. In Liguria non sono mancate le iniziative: Savona e Stella hanno costruito un programma di celebrazioni, mostre e incontri, mentre Genova ha annunciato il conferimento della cittadinanza onoraria alla memoria.

Eppure, fuori dai luoghi direttamente legati alla sua storia, il suo 130° compleanno è sembrato scivolare via quasi in sordina. Non per assenza assoluta di memoria, ma per la difficoltà, ormai evidente, di trovare spazio per una figura storica dentro un presente che corre continuamente dietro alla cronaca, alle emergenze, alle polemiche e agli slogan della politica.

Forse è proprio per questo che abbiamo pensato di provare a riportarlo qui.

La porta si apre. Pertini mi guarda.

«È per l’intervista?»

«Sì, Presidente.»

«Allora entri. Ma non mi chiami Presidente. Sono Sandro.»

È così che comincia questa conversazione che, naturalmente, non è mai avvenuta. Le domande sono nostre; le risposte sono una ricostruzione narrativa ispirata alla sua vita, ai suoi discorsi, alle sue lettere e alle sue posizioni documentate. Non sono citazioni autentiche.

Presidente, sono passati 130 anni dalla sua nascita. Quest’anno se ne è parlato, ma forse non abbastanza. Se lo aspettava?

«La memoria non si misura soltanto con le celebrazioni. Si misura con quello che rimane nelle coscienze. Se una generazione dimentica ciò per cui un’altra ha combattuto, allora il problema non è quante cerimonie siano state organizzate, ma quanto quella storia riesca ancora a parlare alle persone.»

Lei ha conosciuto il fascismo, il carcere, il confino e l’esilio. Prima ancora di diventare uno dei protagonisti della Resistenza, aveva già pagato personalmente le sue scelte. Che cosa significava, per lei, essere antifascista?

«Significava non accettare che la libertà potesse essere cancellata. Significava sapere che opporsi aveva un prezzo e decidere comunque di pagarlo. Io non ho mai pensato che la libertà fosse qualcosa che qualcuno ci avrebbe regalato.»

Pertini fu arrestato più volte per la sua attività politica, condannato dal Tribunale speciale e inviato al confino. La sua esperienza di prigionia e confino attraversò gli anni della dittatura e fu parte integrante della sua scelta antifascista.

Il confino doveva servire anche a questo: allontanare gli oppositori, renderli invisibili, cancellarli dalla vita del Paese. Lei che cosa provava sapendo che il regime voleva semplicemente farla sparire?

«Credevano che bastasse portarci lontano per farci tacere. Pensavano che, separandoci dalle nostre famiglie, dai nostri compagni, dalla vita del Paese, avrebbero potuto cancellare le nostre idee. Ma un uomo può essere confinato, non può essere confinata un’idea. E finché qualcuno continua a credere nella libertà, quella libertà non è morta.»

Il fascismo cercò di isolare gli oppositori anche attraverso il confino. Anni dopo, da quelle stesse esperienze di privazione della libertà sarebbe maturata anche l’idea di un’Europa diversa, quella del Manifesto di Ventotene. Che cosa significava, per voi antifascisti, pensare a un futuro oltre i confini nazionali?

«Significava pensare che la libertà non potesse fermarsi ai confini di un Paese. Avevamo visto dove potevano portare i nazionalismi e le dittature. Dopo una guerra, il compito non poteva essere soltanto ricostruire ciò che era stato distrutto, ma impedire che quelle tragedie potessero ripetersi.»

Ventotene, naturalmente, è un’altra storia: il Manifesto fu elaborato nel 1941 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, con il contributo di Ursula Hirschmann. Pertini non fu tra gli autori di quel documento e non va confusa la sua esperienza di confino con quella dei confinati politici presenti sull’isola. Ma le vicende appartengono allo stesso grande percorso dell’antifascismo italiano ed europeo.

E se oggi potesse guardare all’Europa, che cosa penserebbe?

«Penserei che l’Europa è ancora un progetto da costruire. Una comunità non vive soltanto di trattati e istituzioni: vive se i suoi cittadini sentono di condividere un destino. L’idea di un’Europa libera e senza più guerre non era un’utopia inutile. Era una necessità.»

Poi arrivò la Resistenza. Lei fu partigiano a Milano. Che cosa resta, dopo tanti decenni, di quella scelta?

«Resta la responsabilità. La Resistenza non fu una pagina astratta della storia. Furono uomini e donne che rischiarono la vita perché l’Italia potesse tornare libera. Quando si sceglie di combattere una dittatura non si sa come andrà a finire. Si sa soltanto da che parte si vuole stare.»

E quando la guerra finì, arrivò la Repubblica. Lei fu anche deputato alla Costituente. Che cosa rappresentò quel momento?

«Rappresentò la possibilità di ricominciare. Avevamo davanti un Paese ferito, ma avevamo anche la possibilità di costruire qualcosa di nuovo. La Costituzione nasce da quella responsabilità: impedire che l’Italia potesse tornare indietro.»

La Costituzione è ancora attuale?

Pertini mi guarda quasi sorpreso dalla domanda.

«Perché non dovrebbe esserlo? La Costituzione non è un documento da mettere in una teca. È la casa comune della Repubblica. Dentro ci sono la libertà, il lavoro, l’uguaglianza, la dignità della persona. Finché quei problemi esisteranno, sarà attuale.»

Ma sono passati quasi ottant’anni. Non crede che alcuni principi debbano essere adattati ai tempi?

«I tempi cambiano. Le società cambiano. Anche le leggi possono cambiare. Ma i principi fondamentali non sono una moda. Libertà, democrazia, giustizia e dignità non hanno una data di scadenza.»

È forse questo il filo che unisce il giovane Pertini al Presidente della Repubblica: la libertà non come parola astratta, ma come responsabilità personale. Prima nelle carceri fasciste e nella lotta clandestina, poi nelle istituzioni della Repubblica.

Poi è diventato Presidente della Repubblica. Che cosa ha significato per lei passare dalla lotta politica e dalla Resistenza alla più alta carica dello Stato?

«Prima di tutto, una grande responsabilità. Avevo combattuto perché l’Italia tornasse libera e democratica; ritrovarmi a rappresentare quella Repubblica significava difendere ciò per cui avevamo combattuto. Non ho mai considerato la Presidenza un privilegio personale. Era un servizio.»

Pertini fu eletto Presidente della Repubblica l’8 luglio 1978 e rimase al Quirinale fino al 1985. La sua presidenza fu caratterizzata anche da un rapporto diretto con i cittadini e da una forte presenza nella vita pubblica.

Lei, però, è rimasto molto vicino alla gente. Non ha mai dato l’impressione di voler essere soltanto il Presidente delle istituzioni.

«Le istituzioni hanno un senso se restano vicine ai cittadini. Un Presidente non deve stare chiuso nel palazzo. Deve ascoltare, capire, vedere il Paese reale. Io venivo da una storia nella quale avevo conosciuto il carcere, il confino, la clandestinità, la guerra. Non avrei potuto dimenticare la gente comune una volta arrivato al Quirinale.»

Presidente, so che su questo probabilmente cercherà di girarci intorno, ma è una domanda che devo farle: che cosa pensa della politica di oggi?

Pertini sorride, quasi come se la domanda se l’aspettasse.

«La politica cambia, gli uomini cambiano, i problemi cambiano. Io non sono qui per giudicare i partiti di oggi. Ma una cosa la direi: la politica non può diventare soltanto una ricerca del consenso. Deve avere un’idea del Paese, deve occuparsi delle persone e deve ricordarsi che il potere non appartiene a chi lo esercita, ma ai cittadini che lo affidano alle istituzioni.»

Oggi molti giovani sembrano lontani dalla politica.

«Non accuserei i giovani. Prima chiederei agli adulti che cosa hanno saputo consegnare loro. Un giovane si allontana quando non trova una ragione per partecipare. La politica deve tornare a dare un motivo per credere che le cose possano cambiare.»

E il lavoro?

«Il lavoro non è soltanto uno stipendio. È dignità, autonomia, possibilità di costruire la propria vita. Una Repubblica che non riesce a garantire dignità attraverso il lavoro deve interrogarsi.»

E se oggi fosse ancora il Presidente della Repubblica, che cosa direbbe agli italiani?

«Direi loro di non smettere di essere cittadini. Di non delegare tutto agli altri, di non pensare che la democrazia sia soltanto andare a votare ogni tanto. Una Repubblica vive quando le persone partecipano, quando si informano, quando discutono, quando pretendono che le istituzioni rispettino la Costituzione.»

Fa una pausa.

«E direi soprattutto ai giovani di non lasciarsi convincere che nulla possa cambiare. Io ho vissuto anni nei quali sembrava che nulla potesse cambiare. E invece è cambiato tutto.»

La conversazione potrebbe finire qui. Ma c’è un’altra domanda che non posso evitare.

«Sandro, possiamo parlare di calcio?»

Sorride.

«Finalmente una domanda seria.»

È impossibile non pensare a quella fotografia dell’11 luglio 1982: Pertini in tribuna al Santiago Bernabéu, accanto al re Juan Carlos, mentre l’Italia batte la Germania Ovest e conquista il suo terzo titolo mondiale. Poi il viaggio di ritorno, la partita a carte sull’aereo, l’arrivo a Roma. Immagini che hanno trasformato quella vittoria sportiva in uno dei momenti più riconoscibili della memoria collettiva italiana.

Che cosa ricorda di quella notte?

«La gioia. La gioia di un Paese che per qualche ora si sentì una cosa sola. Ma ricordo anche la squadra. Perché nessuno vince da solo.»

E la partita a carte sull’aereo?

«Quella la ricordano tutti. Io ricordo soprattutto che stavamo tornando a casa insieme.»

Oggi, però, la Nazionale è molto lontana da quella squadra. Che cosa direbbe ai giocatori?

«Che quella maglia pesa. Non perché rappresenti un potere, ma perché rappresenta milioni di persone. Quando la indossi non giochi soltanto per te stesso.»

E agli italiani che sono delusi?

«Di non smettere di tifare. Le vittorie passano. Anche le sconfitte. Quello che conta è non perdere il senso di appartenenza.»

Poi arriva l’ultima domanda.

A 130 anni dalla sua nascita, che cosa vorrebbe che gli italiani ricordassero di Sandro Pertini?

Pertini rimane in silenzio per qualche secondo.

«Non ricordate me. Ricordate la libertà. E ricordate che la libertà non è mai conquistata una volta per tutte.»

La porta si chiude.

Resto qualche secondo davanti a quella porta che non dovrebbe essersi mai aperta.

Poi torno nel 2026.

E penso che forse il modo migliore per ricordare Pertini non sia celebrare l’uomo che fu, ma tornare a leggere i principi sui quali è stata costruita la Repubblica.

Perché il problema non è soltanto che il suo 130° anniversario abbia avuto meno spazio di quanto avrebbe meritato. Il problema è più grande: che cosa siamo diventati, se una figura come Pertini rischia di trovare spazio soltanto quando ricorre un anniversario?

In un Paese dove la cronaca cambia ogni poche ore, dove la politica spesso si consuma nella velocità dello slogan e dove il dibattito pubblico sembra avere sempre meno memoria, forse Pertini avrebbe ancora qualcosa da dirci.

Non necessariamente sulla politica di oggi. Non necessariamente sul partito di oggi. E nemmeno sul Presidente di oggi.

Sulla libertà.

Sulla democrazia.

Sul lavoro.

Sulla dignità.

Sulla responsabilità di essere cittadini.

E forse, dopo averci ricordato tutto questo, tornerebbe a guardare una partita.

Perché anche questo era Sandro Pertini: un uomo capace di attraversare la parte più drammatica della storia italiana e, molti anni dopo, di esultare come un ragazzo per un gol della Nazionale.

Forse è proprio per questo che continuiamo a bussare alla sua porta.

foto: Il Presidente Sandro Pertini passa in rassegna un reparto dei Bersaglieri (Roma, 8 luglio 1978). Fonte: Archivio Storico della Presidenza della Repubblica / Immagine di pubblico dominio (Art. 92 L. 633/41).

Redazione ®Polis SA Magazine


Nota metodologica
Questa è un’intervista impossibile: le domande sono state formulate dalla redazione e le risposte sono una ricostruzione narrativa ispirata alla vita, agli scritti, ai discorsi e alle posizioni pubblicamente documentate di Sandro Pertini. Le risposte riferite all’Italia contemporanea non sono citazioni autentiche e non intendono attribuire a Pertini parole che non abbia realmente pronunciato. L’obiettivo è immaginare un dialogo tra la sua esperienza storica e le domande dell’Italia di oggi.


Fonti e riferimenti

FIGC: cronaca dell’esordio dell’Italia nella Nations League 2026/27 contro il Belgio. FIGC – Italia-Belgio, 25 settembre 2026

Presidenza della Repubblica – Portale storico: biografia di Sandro Pertini, dalla militanza antifascista al confino, dalla Resistenza alla Costituente e alla Presidenza della Repubblica. Portale storico della Presidenza della Repubblica – Sandro Pertini

Comune di Savona: iniziative ufficiali per il 130° anniversario della nascita di Pertini, compresa la mostra documentale del settembre-ottobre 2026. Comune di Savona – 130° anniversario di Sandro Pertini

Senato della Repubblica: testo vigente e materiali sulla storia della Costituzione italiana. Senato della Repubblica – Costituzione italiana

Parlamento europeo: documentazione sul Manifesto di Ventotene e sul ruolo di Altiero Spinelli nel federalismo europeo. Parlamento europeo – Federalismo da Ventotene al Parlamento europeo

Presidenza della Repubblica: documentazione storica sul Mundial del 1982 e sulla presenza di Pertini alla finale Italia-Germania Ovest. Portale storico – 11 luglio 1982, l’Italia vince il Mundial

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