Dom. Ott 18th, 2026

Pronto soccorso, quando l’emergenza diventa attesa

Settima puntata del Dossier Sanità Italiana. Dal sovraffollamento dei pronto soccorso alle carenze della medicina territoriale, fino al confronto tra le isole minori: dati e servizi a confronto per capire come l’organizzazione sanitaria incida sull’accesso alle cure e sulla tutela della salute, soprattutto nei territori più fragili.

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La Sanità Italiana – A cura della Redazione di Polis Sa Magazine

Tutte le puntate del dossier di Polis SA Magazine sono raccolte qui.


Pronto soccorso, quando l’emergenza diventa attesa

Dai tempi di permanenza in ospedale alla disponibilità delle cure vicino a casa: il confronto tra le Regioni mostra quanto sia importante verificare se la rete territoriale possa offrire alternative concrete all’emergenza. I dati AGENAS, il carico dei medici di famiglia e lo stato delle nuove strutture aiutano a individuare le criticità, ma anche i limiti di ciò che oggi possiamo affermare.

Il problema non comincia sempre in ospedale

Quando si parla di pronto soccorso, l’attenzione si concentra quasi sempre su ciò che accade dentro l’ospedale: pazienti in attesa, barelle nei corridoi, tempi lunghi per una visita, difficoltà nel trovare un posto letto. È comprensibile, perché è lì che il problema diventa visibile. Ma per capire perché il sistema arrivi a queste situazioni bisogna allargare lo sguardo.

Un pronto soccorso non è un ambulatorio aperto a ogni ora per qualsiasi necessità. È il servizio destinato a valutare e trattare le condizioni acute, stabilendo le priorità sulla base della gravità clinica. Se una persona rischia la vita, deve essere assistita immediatamente; chi presenta una condizione meno grave può dover attendere mentre vengono trattati i casi più urgenti. Il tempo trascorso in sala d’attesa, quindi, non può essere giudicato senza conoscere il codice di triage e il percorso clinico.

Ma c’è un’altra domanda, altrettanto importante: quante persone che si rivolgono all’emergenza avrebbero potuto trovare una risposta appropriata in un altro servizio, se quel servizio fosse stato realmente accessibile? E quanti pazienti, dopo una prima valutazione o una decisione di ricovero, restano in pronto soccorso perché mancano posti letto o alternative assistenziali?

Non possiamo rispondere a queste domande contando soltanto gli accessi. Dobbiamo esaminare l’intera rete, dal medico di famiglia alla continuità assistenziale, dalle Case della Comunità all’assistenza domiciliare, dagli Ospedali di Comunità alle Centrali Operative Territoriali. È il passaggio che collega questa settima puntata del Dossier Sanità italiana alle precedenti: dopo aver verificato le risorse, il personale e lo stato della sanità territoriale, dobbiamo capire se e quanto questi elementi possano incidere sulla pressione esercitata sui pronto soccorso.

Che cosa raccontano i dati dell’emergenza

Il Ministero della Salute raccoglie attraverso il Sistema informativo per il monitoraggio dell’assistenza in Emergenza-Urgenza (EMUR) i dati relativi agli interventi del 118 e agli accessi in pronto soccorso. Il flusso informativo comprende le caratteristiche delle strutture, gli accessi e le dimissioni, le prestazioni erogate e gli esiti dei percorsi. AGENAS utilizza questi dati anche per analizzare la distribuzione regionale degli accessi, i codici di triage, la permanenza in pronto soccorso e gli accessi seguiti da ricovero.

La valutazione delle performance pubblicata nel novembre 2025, riferita ai dati 2024, ha evidenziato differenze significative tra strutture. Tra gli indicatori esaminati figurano la quota di accessi con permanenza pari o superiore a otto ore e gli accessi che si interrompono prima della conclusione del percorso assistenziale. Sono risultati riferiti a singoli ospedali e a specifici indicatori: non costituiscono una classifica complessiva delle Regioni e non descrivono una situazione aggiornata all’intero 2026.

Per comprendere la portata del problema, è essenziale interpretare correttamente le misure utilizzate. Una permanenza di almeno otto ore non significa necessariamente che il paziente abbia aspettato otto ore prima di essere visitato: misura la durata complessiva dell’accesso, che può comprendere accertamenti, consulenze, osservazione e attesa del trasferimento in reparto. Per valutare il funzionamento dell’emergenza occorre distinguere il tempo alla prima valutazione clinica dalla durata dell’intero percorso.

Nei risultati AGENAS diffusi nel novembre 2025, tra le strutture con una quota elevata di accessi con permanenza superiore alle otto ore figuravano il Sant’Andrea di Roma, con il 23,6%, e l’Azienda ospedaliero-universitaria di Cagliari, con circa il 23%. Per l’AOU di Verona era riportato il 17,5%, mentre per l’AOU di Padova il 2,9%. Anche Tor Vergata, a Roma, risultava tra le strutture con valori elevati.

Il confronto segnala una forte variabilità, ma non basta da solo a stabilire quali ospedali funzionino meglio in assoluto. I dati vanno letti considerando la complessità dei casi, il tipo di accesso, gli esiti e il metodo di calcolo dell’indicatore. La permanenza prolungata può dipendere da più fattori: difficoltà nel percorso diagnostico, necessità di ulteriori consulenze, osservazione clinica o indisponibilità di posti letto nei reparti.

Quest’ultimo aspetto è decisivo. Quando un paziente deve essere ricoverato ma il reparto non può accoglierlo, l’area dell’emergenza rischia di trasformarsi in uno spazio di attesa improprio. I posti occupati da chi è già in attesa di ricovero non sono disponibili per i nuovi arrivi: la pressione si trasferisce così sull’intero servizio. È una delle ragioni per cui il sovraffollamento non può essere attribuito soltanto al numero di persone che si presentano al pronto soccorso.

Un’altra criticità riguarda gli accessi che si interrompono prima della conclusione del percorso assistenziale. Nelle ricostruzioni dei risultati diffusi nel novembre 2025, tra le strutture con valori elevati figuravano il Cervello di Palermo, con il 24%, e l’Azienda dei Colli di Napoli, con il 23%; il Civico e il Giaccone di Palermo erano indicati al 18%, mentre Tor Vergata a Roma risultava al 15%. Tra i valori più contenuti figuravano Terni, con lo 0,3%, Padova, con l’1%, e il San Matteo di Pavia, con l’1,2%.

Anche in questo caso bisogna rispettare la definizione dell’indicatore: non è corretto trasformare automaticamente questi valori in una misura generale di tutti i pazienti che rinunciano alle cure o affermare che ogni interruzione sia causata dall’attesa. Per comprenderne le ragioni occorre distinguere le diverse situazioni, verificare i criteri di rilevazione e analizzare i dati di ogni struttura. Quando il fenomeno assume dimensioni rilevanti, tuttavia, è necessario chiedersi se i tempi, l’organizzazione e le modalità di presa in carico siano adeguati.

L’emergenza comincia prima dell’ospedale

La tempestività della risposta sanitaria non dipende soltanto da ciò che accade dopo l’arrivo al pronto soccorso. Per una persona in condizioni critiche, anche il tempo necessario perché un mezzo di soccorso raggiunga il luogo dell’evento può incidere sulla possibilità di ricevere cure tempestive. La distribuzione delle postazioni, la disponibilità di mezzi e personale, la viabilità e le distanze concorrono a determinare il risultato.

I tempi di risposta del 118 e le permanenze in pronto soccorso misurano fasi differenti e non devono essere confusi. Il primo indicatore riguarda la risposta prima dell’arrivo del personale sanitario sul luogo dell’emergenza; il secondo descrive una parte del percorso all’interno della struttura. Entrambi, però, contribuiscono a delineare la capacità complessiva del sistema di rispondere al bisogno.

Per confrontare correttamente le aziende sanitarie occorre utilizzare indicatori omogenei, verificare il periodo di riferimento e distinguere i tempi medi dai singoli interventi. Una media regionale o aziendale, infatti, non racconta da sola le differenze tra aree urbane, zone rurali, territori montani e località difficili da raggiungere. Per questo, prima di inserire in una graduatoria editoriale i tempi medi di arrivo dei mezzi di soccorso, è necessario ricondurre ciascun valore alla relativa scheda ufficiale e alla definizione dell’indicatore.

La stessa cautela vale per il trasferimento del paziente verso una struttura più attrezzata. La disponibilità di un mezzo non coincide automaticamente con la possibilità di completare rapidamente il percorso: incidono la distanza, le condizioni ambientali, la disponibilità della struttura di destinazione e il coordinamento fra i servizi.

La domanda decisiva: che cosa succederebbe con una rete territoriale più efficiente?

Immaginiamo un sistema in cui una persona che non presenta segnali di emergenza possa ottenere una valutazione medica tempestiva anche fuori dall’ospedale; in cui il medico di famiglia abbia il tempo e la possibilità di seguire i pazienti cronici; in cui la continuità assistenziale sia disponibile quando serve; in cui l’assistenza domiciliare riesca a intervenire sulle persone fragili e le strutture territoriali lavorino in collegamento con i reparti ospedalieri.

In una rete di questo tipo, una parte dei bisogni non urgenti potrebbe ricevere una risposta alternativa al pronto soccorso. Alcuni peggioramenti clinici potrebbero essere riconosciuti prima, alcuni trasferimenti potrebbero essere evitati e alcuni pazienti dimessi dall’ospedale potrebbero proseguire il percorso assistenziale a domicilio o in una struttura intermedia appropriata. Non sarebbe una soluzione a ogni problema, ma potrebbe contribuire a utilizzare meglio le risorse disponibili.

La distinzione è importante: una rete territoriale efficiente non serve a impedire ai cittadini di andare in pronto soccorso, ma a garantire che ciascuno trovi il servizio adatto al proprio bisogno. Un dolore toracico, un trauma importante, una difficoltà respiratoria grave o un sintomo improvviso potenzialmente pericoloso richiedono una valutazione urgente. Non è possibile invitare le persone a evitare l’ospedale sulla base di una valutazione autonoma della gravità.

Il beneficio potenziale riguarda soprattutto i casi in cui esista un’alternativa clinicamente appropriata e accessibile. Se il medico di famiglia non è disponibile, la continuità assistenziale non è raggiungibile, una Casa della Comunità non offre il servizio necessario o non esiste un percorso chiaro per la presa in carico, il pronto soccorso può diventare l’unica porta percepita come affidabile.

C’è poi il problema del ricovero. Un paziente che ha già ricevuto le cure necessarie in pronto soccorso può restare in attesa di un letto in reparto. In questo caso, la medicina territoriale può aiutare soltanto in situazioni selezionate e quando esistono le condizioni cliniche per un percorso alternativo. La pressione dipende anche dall’organizzazione ospedaliera, dalla disponibilità dei posti letto, dai tempi di dimissione e dalla capacità di trasferire i pazienti verso altri livelli assistenziali.

Per questo non sarebbe corretto affermare che una migliore sanità territoriale risolverebbe da sola il sovraffollamento. Potrebbe contribuire a ridurre una parte degli accessi evitabili e a migliorare la continuità delle cure; non può sostituire il personale, i posti letto e le competenze necessari all’ospedale.

La mappa regionale: strutture previste, servizi attivi e carico della medicina generale

Per verificare quanto sia plausibile questa relazione abbiamo incrociato il monitoraggio AGENAS sul decreto ministeriale 77/2022, con dati al 31 dicembre 2025 e rapporto pubblicato nell’aprile 2026, con i dati SISAC sui medici di medicina generale al 1° gennaio 2025, analizzati dalla Fondazione GIMBE nel marzo 2026.

La tabella non è una classifica della qualità sanitaria. È una fotografia comparativa di alcuni elementi che possono influire sulla capacità di rispondere ai bisogni prima che arrivino in ospedale. Per le Case della Comunità distinguiamo il numero programmato, quelle dichiarate con almeno un servizio attivo, quelle con tutti i servizi obbligatori dichiarati attivi e quelle che risultavano pienamente operative, con i requisiti di presenza medica e infermieristica previsti dal DM 77. Per le COT indichiamo quante risultavano pienamente funzionanti rispetto al totale programmato.

Per l’assistenza domiciliare, la copertura indica la percentuale di distretti con almeno un erogatore pubblico o privato operativo. La colonna relativa all’assistenza medica del MMG indica invece la presenza del servizio in almeno un erogatore nei distretti regionali: non misura quanti medici siano disponibili né la frequenza delle visite domiciliari. Il carico medio dei medici di famiglia è riferito ai dati SISAC al 1° gennaio 2025.

Case della Comunità, COT, assistenza domiciliare e carico dei medici di famiglia: confronto regionale
Regione o Provincia autonoma Case della Comunità programmate Almeno un servizio attivo Tutti i servizi obbligatori attivi* Pienamente operative** COT funzionanti / programmate Distretti con ADI attiva Distretti con assistenza domiciliare MMG Assistiti medi per MMG
Abruzzo4221113/13100%100%1.216
Basilicata190006/6100%100%1.153
Calabria6322021/21100%100%1.242
Campania168391063/66100%85%1.425
Emilia-Romagna187143431547/47100%100%1.420
Friuli-Venezia Giulia32300012/12100%100%1.473
Lazio1459613661/61100%78%1.314
Liguria342212417/1774%42%1.345
Lombardia2071507622106/127100%20%1.533
Marche46438115/15100%100%1.406
Molise132223/3100%100%1.154
Provincia autonoma di Bolzano120005/5100%100%1.525
Provincia autonoma di Trento135205/5100%100%1.388
Piemonte96369543/43100%100%1.407
Puglia12130044/44100%100%1.331
Sardegna79410016/24100%100%1.384
Sicilia154124250/50100%100%1.177
Toscana1597927239/39100%100%1.413
Umbria228529/9100%100%1.223
Valle d’Aosta44111/1100%100%1.432
Veneto996413349/49100%100%1.526
Italia 1.715 781 219 66 625/657 99% 92% 1.383

Fonte: AGENAS, Monitoraggio DM 77/2022, II semestre 2025, dati al 31 dicembre 2025; Fondazione GIMBE, analisi su dati SISAC al 1° gennaio 2025.

* Strutture con tutti i servizi obbligatori dichiarati attivi, senza includere necessariamente il rispetto degli standard di presenza medica e infermieristica.

** Strutture con tutti i servizi obbligatori dichiarati attivi e presenza medica e infermieristica conforme agli standard del DM 77/2022.

Il dato di 219 Case della Comunità con tutti i servizi obbligatori dichiarati attivi e quello di 66 strutture pienamente operative descrivono due livelli distinti. Le prime non necessariamente rispettavano anche gli standard di presenza medica e infermieristica; le seconde risultavano conformi anche a tali requisiti. In totale, quindi, 285 strutture avevano tutti i servizi obbligatori dichiarati attivi, ma soltanto 66 risultavano pienamente operative secondo gli standard del DM 77/2022. La distinzione è sostanziale: l’attivazione dei servizi non coincide automaticamente con la piena operatività della struttura.

Il dato di 219 strutture nella terza colonna e quello di 66 nella quarta descrivono due livelli distinti del monitoraggio. GIMBE considera complessivamente 285 Case della Comunità con tutti i servizi obbligatori dichiarati attivi; tra queste, 66 risultavano pienamente operative secondo i requisiti di personale. La differenza è sostanziale: attivare i servizi e garantire la presenza dei professionisti secondo gli standard previsti non sono la stessa cosa.

Che cosa emerge dal confronto

Il primo dato è la distanza tra programmazione e operatività delle Case della Comunità. Alla fine del 2025, a fronte di 1.715 strutture programmate, 781 risultavano dichiarate con almeno un servizio attivo. Di queste, 219 avevano tutti i servizi obbligatori dichiarati attivi, senza necessariamente soddisfare i requisiti di presenza medica e infermieristica; 66 risultavano pienamente operative secondo gli standard del DM 77. Questo non significa che tutte le altre fossero prive di attività: indica che attivazione iniziale, completezza dei servizi e piena operatività sono livelli diversi, che non devono essere confusi.

Le differenze regionali sono rilevanti. L’Emilia-Romagna aveva 143 strutture con almeno un servizio attivo su 187 programmate, mentre la Lombardia ne aveva 150 su 207. In Friuli-Venezia Giulia erano 30 su 32 e nelle Marche 43 su 46. In Campania, su 168 strutture programmate, 39 risultavano con almeno un servizio attivo, ma nessuna era pienamente operativa secondo tutti gli standard. In Puglia, su 121 programmate, tre avevano almeno un servizio attivo e nessuna risultava pienamente operativa. In Basilicata non risultavano Case della Comunità con almeno un servizio attivo nella rilevazione di fine 2025.

Sono dati riferiti a quella data, non una certificazione della situazione al 16 ottobre 2026. Il monitoraggio AGENAS del primo semestre 2026 compare nel catalogo dei servizi dell’Agenzia, ma nella documentazione pubblica consultata non è disponibile un nuovo rapporto nazionale consolidato con i risultati regionali. Il termine del 30 giugno 2026 previsto per i target PNRR è ormai trascorso: per valutare il risultato raggiunto occorre distinguere le strutture dichiarate attive, quelle conformi agli standard e quelle formalmente validate ai fini del target. Non possiamo presumere che il quadro di fine 2025 sia rimasto invariato, né anticipare risultati non ancora documentati pubblicamente.

Il quadro delle Centrali Operative Territoriali è diverso. AGENAS registrava 625 COT pienamente funzionanti su 657 programmate. In molte Regioni il numero delle centrali funzionanti coincideva con quello delle strutture programmate; le differenze più evidenti riguardavano la Lombardia, con 106 COT funzionanti su 127, e la Sardegna, con 16 su 24. Il target PNRR di 480 COT era già stato raggiunto secondo il monitoraggio. La presenza di una centrale funzionante, tuttavia, non dimostra da sola che l’intera rete sia coordinata efficacemente: il suo compito dipende dalla disponibilità dei servizi con cui deve lavorare.

Anche gli Ospedali di Comunità mostrano una distanza tra programmazione e attività. Nel rapporto AGENAS al 31 dicembre 2025 risultavano attive 163 strutture, per un totale di 2.921 posti letto. Il monitoraggio dei servizi dichiarati attivi evidenziava, tuttavia, che nessuna Regione aveva ancora completato tutti i requisiti per la piena operatività del modello. Sono strutture pensate per pazienti che non necessitano di un ricovero per acuti ma non possono essere assistiti in sicurezza a domicilio: la loro funzione dipende quindi dalla disponibilità di personale, dall’effettiva attivazione dei servizi e dal collegamento con ospedali e assistenza territoriale.

L’assistenza domiciliare richiede una lettura altrettanto attenta. Il monitoraggio AGENAS indicava una copertura ADI pari al 99% dei distretti italiani: significa che in quasi tutti i distretti era presente almeno un erogatore pubblico o privato operativo. Non garantisce che ogni cittadino possa ricevere tempestivamente tutte le prestazioni necessarie. La presenza dell’assistenza medica del MMG in almeno un erogatore era indicata nel 92% dei distretti a livello nazionale, con differenze regionali marcate: 42% in Liguria, 20% in Lombardia, 78% nel Lazio e 85% in Campania. Questi valori non misurano la qualità complessiva dell’assistenza domiciliare, ma mostrano che una copertura formalmente elevata può nascondere differenze nella composizione dei servizi disponibili.

Infine, il carico medio dei medici di famiglia aiuta a completare il quadro. Secondo SISAC, al 1° gennaio 2025 i 36.812 medici di medicina generale avevano in carico oltre 50,9 milioni di assistiti, con una media nazionale di 1.383 persone per medico. Il dato non equivale al numero di cittadini privi di medico: misura il carico medio dei professionisti in servizio. Una media regionale relativamente bassa, inoltre, non esclude che singoli comuni o ambiti siano privi di un medico disponibile.

Medici di famiglia: la crisi non si ferma al dato medio

L’analisi pubblicata da Fondazione GIMBE il 17 marzo 2026, basata sui dati SISAC al 1° gennaio 2025, stima una carenza complessiva di 5.716 medici di famiglia, distribuiti in 18 Regioni e Province autonome. Per calcolarla, GIMBE ha assunto come riferimento un medico ogni 1.200 assistiti, considerando anche la distribuzione territoriale e la prossimità degli ambulatori. Si tratta di una stima del fabbisogno, non del conteggio ufficiale di altrettanti posti vacanti: il fabbisogno effettivo dipende dagli ambiti territoriali e dalle regole applicate dalle singole aziende sanitarie.

Le situazioni più critiche, secondo questa stima, riguardavano Lombardia, con 1.540 medici mancanti, Veneto con 747 e Campania con 643. Seguivano Emilia-Romagna, Piemonte, Toscana e Lazio. La Sicilia non presentava una carenza nella stima basata sulla media regionale, ma questo non esclude che esistano ambiti territoriali o singole aree in cui i cittadini incontrino difficoltà nel trovare un medico.

La riduzione del numero di medici è un elemento strutturale. Tra il 2019 e il 2024 i MMG sono diminuiti di 5.197 unità, pari al 14,1%, passando da 42.009 a 36.812. Il calo più marcato è stato registrato in Sardegna, con il 40,3%. GIMBE segnala inoltre che, tra il 2025 e il 2028, 8.180 medici raggiungeranno o raggiungerebbero il limite di età pensionabile, mentre le borse di formazione in medicina generale sono diminuite nel 2025 rispetto all’anno precedente. Anche nello scenario più favorevole considerato dalla Fondazione, il ricambio generazionale non sarebbe sufficiente a compensare tutte le carenze stimate e i pensionamenti attesi.

Questi dati aiutano a capire perché la medicina generale debba essere considerata parte della discussione sui pronto soccorso. Ma il rapporto non può essere semplificato: non possiamo affermare che ogni medico mancante produca un determinato numero di accessi in più in ospedale, né che una media regionale favorevole garantisca ovunque un servizio accessibile. Per dimostrare una relazione servirebbe confrontare, nello stesso periodo e per ciascun territorio, carico dei medici, disponibilità effettiva degli ambulatori, accessi in pronto soccorso, codici di triage, ricoveri e tempi di permanenza.

Le Regioni: dove si aprono le domande più importanti

Lombardia e Veneto. Sono tra le Regioni con il maggior carico medio di assistiti per medico di famiglia: rispettivamente 1.533 e 1.526. In Lombardia, inoltre, il monitoraggio di fine 2025 mostrava 150 Case della Comunità con almeno un servizio attivo su 207 programmate, ma soltanto 22 pienamente operative secondo tutti gli standard. Le COT funzionanti erano 106 su 127. In Veneto, 64 Case su 99 avevano almeno un servizio attivo e tre risultavano pienamente operative; tutte le 49 COT programmate erano dichiarate funzionanti. Questi dati non dimostrano che il carico dei MMG provochi un aumento degli accessi al pronto soccorso, ma indicano che la disponibilità reale dei servizi e la pressione sulla medicina generale meritano di essere esaminate insieme.

Campania. Su 168 Case della Comunità programmate, 39 risultavano con almeno un servizio attivo e nessuna era pienamente operativa secondo tutti gli standard. Le COT funzionanti erano 63 su 66 e la copertura ADI risultava presente in tutti i distretti, con assistenza medica del MMG in almeno un erogatore nell’85%. Il carico medio dei medici di famiglia, pari a 1.425 assistiti, era superiore alla media nazionale. La domanda da verificare è se i servizi già disponibili riescano a garantire risposte tempestive e se la rete territoriale sia in grado di intercettare una parte dei bisogni che oggi arrivano in ospedale.

Sicilia. Alla fine del 2025, 12 Case della Comunità su 154 programmate risultavano con almeno un servizio attivo e due erano pienamente operative secondo tutti gli standard. Le 50 COT programmate risultavano tutte funzionanti; la copertura ADI era indicata nel 100% dei distretti e il carico medio dei MMG era di 1.177 assistiti. Quest’ultimo valore, più basso della media nazionale, non è sufficiente per concludere che la medicina generale sia facilmente accessibile in ogni territorio. Le medie regionali possono nascondere differenze tra città, aree interne, isole minori e comuni distanti dai presidi sanitari. La disponibilità dei servizi territoriali deve essere valutata anche in termini di orari, personale, distanze e tempi di accesso.

Sardegna. Il monitoraggio rilevava 41 Case della Comunità con almeno un servizio attivo su 79 programmate, ma nessuna risultava pienamente operativa secondo tutti gli standard. Le COT funzionanti erano 16 su 24. La copertura ADI risultava presente in tutti i distretti e il carico medio dei MMG era di 1.384 assistiti. In un territorio caratterizzato da aree interne, distanze e insularità, il dato medio non basta a descrivere l’accessibilità. Bisogna verificare anche la distribuzione dei presidi, la disponibilità dei mezzi di soccorso, i tempi effettivi di intervento e i collegamenti tra servizi territoriali e ospedali.

Liguria. La Regione presentava 22 Case della Comunità con almeno un servizio attivo su 34 programmate e quattro strutture pienamente operative secondo tutti gli standard. Tutte le 17 COT programmate risultavano funzionanti. Il dato più rilevante per l’assistenza domiciliare era la copertura ADI nel 74% dei distretti e la presenza dell’assistenza medica del MMG in almeno un erogatore nel 42%. Questi indicatori non dimostrano che l’assistenza domiciliare sia assente nel restante territorio, ma segnalano una copertura meno uniforme rispetto ad altre Regioni e giustificano una verifica più approfondita dei servizi disponibili.

Il confronto regionale non consente di stilare una graduatoria della qualità sanitaria. Una Regione può avere molte strutture attive e mantenere criticità nei pronto soccorso; un’altra può avere un’organizzazione territoriale differente e rispondere ai bisogni attraverso servizi diversi. Per stabilire se la prossimità riduca davvero la pressione ospedaliera occorre confrontare indicatori omogenei, riferiti allo stesso periodo e alla stessa popolazione, considerando anche la gravità dei casi e la disponibilità di posti letto.

Le isole minori: quando la distanza diventa una variabile sanitaria

Nei territori insulari, la stessa rete deve confrontarsi con un elemento aggiuntivo: il collegamento con strutture e servizi che possono trovarsi fuori dall’isola. La disponibilità di un presidio locale, la presenza di personale, l’operatività dei collegamenti marittimi e la possibilità di attivare un trasferimento sanitario non sono aspetti accessori, ma componenti dell’effettivo accesso alle cure.

Il tema è stato affrontato anche in sede istituzionale. Nell’audizione del 23 luglio 2025 davanti alla Commissione parlamentare per il contrasto degli svantaggi derivanti dall’insularità, AGENAS ha esaminato le criticità connesse all’accesso ai servizi sanitari nei territori insulari. La documentazione richiama una disparità tra il bisogno di ricovero e la capacità delle strutture presenti sulle isole minori di rispondervi: una parte rilevante della domanda richiede il ricorso a presidi esterni. Il dato riguarda i ricoveri e non deve essere confuso con il numero di accessi ai pronto soccorso o con una misura diretta dei tempi di soccorso.

Non tutte le isole hanno la stessa organizzazione: alcune dispongono di un ospedale con pronto soccorso, altre si affidano a servizi territoriali e a trasferimenti verso strutture sulla terraferma. Per questo non è corretto descrivere l’intero sistema insulare con un’unica formula. Il punto comune è un altro: quando una prestazione non può essere erogata sul posto, la sua accessibilità dipende anche dalla possibilità concreta di raggiungere il servizio alternativo. La distanza geografica diventa così una variabile dell’organizzazione sanitaria.

La presenza di un servizio sanitario su un’isola non garantisce necessariamente la disponibilità di un pronto soccorso. Per valutare l’accesso alle cure urgenti occorre distinguere tra ospedali per acuti, pronto soccorso ospedalieri, punti di primo intervento e servizi territoriali, considerando anche la possibilità di trasferire i pazienti verso strutture sulla terraferma o su altre isole. La tabella mette a confronto le principali isole minori con almeno 3.000 residenti, includendo anche i casi di particolare interesse nei quali l’emergenza viene gestita senza un ospedale tradizionale.

Il confronto distingue il pronto soccorso ospedaliero dagli altri punti di emergenza. Per “altro punto” si intendono PPI e PTE, non la semplice presenza del 118 o della guardia medica. I residenti sono riferiti ai dati ufficiali indicati nella colonna: quando il dato riguarda il Comune o un gruppo di isole, è specificato nella tabella.

Regione Isola Residenti PS ospedaliero Altro punto di emergenza Quale servizio / struttura
Sicilia Lipari 12.475* SÌ NO Ospedale con pronto soccorso; il dato demografico comprende il Comune insulare.
Sicilia Pantelleria 7.496* SÌ NO Ospedale Bernardo Nagar.
Sicilia Lampedusa 6.356** NO SÌ PTE, Punto territoriale di emergenza. Residenti riferiti a Lampedusa e Linosa insieme.
Sicilia Favignana 4.289* NO NO documentato Continuità assistenziale; nessun PPI/PTE autonomo confermato in questa ricognizione.
Sardegna La Maddalena 10.874* SÌ NO Ospedale Paolo Merlo, con pronto soccorso.
Sardegna Isola di San Pietro 5.996* NO NO documentato Casa della Salute e servizi territoriali; non equivalgono a un PS ospedaliero.
Sardegna Sant’Antioco 10.854* NO NO documentato Servizi territoriali; rete ospedaliera di riferimento nel Sulcis.
Campania Ischia Circa 62.000 SÌ NO Ospedale Anna Rizzoli.
Campania Procida Circa 10.400 NO SÌ PPI, Punto di primo intervento; da distinguere dal PS ospedaliero.
Campania Capri Circa 14.000 SÌ NO Ospedale G. Capilupi, con pronto soccorso.
Lazio Ponza Circa 3.300 NO NO documentato 118, poliambulatorio e continuità assistenziale; non sono equivalenti a un PS o a un PPI.
Toscana Isola d’Elba Circa 32.000 SÌ NO Ospedale di Portoferraio, con pronto soccorso.

Fonti sanitarie: Ministero della Salute, elenco delle strutture della rete dell’emergenza ospedaliera attive al 31 dicembre 2025; aziende sanitarie regionali competenti. Il 118 e la continuità assistenziale sono riportati come servizi territoriali e non conteggiati come punti fisici di pronto intervento.

Quanto si potrebbe ridurre la pressione sui pronto soccorso?

È la domanda che più interessa ai cittadini, ma anche quella a cui non è corretto rispondere con una percentuale inventata. I dati disponibili non consentono di stabilire in modo affidabile quanti accessi potrebbero essere evitati se tutte le Case della Comunità fossero operative o se l’assistenza domiciliare fosse più sviluppata. Per farlo occorrerebbe identificare gli accessi effettivamente gestibili altrove, tenere conto della gravità clinica e confrontare territori simili prima e dopo il potenziamento dei servizi.

È però possibile indicare quali risultati ci si dovrebbe attendere da una rete più efficace e quali indicatori utilizzare per verificarli. Una maggiore disponibilità di servizi territoriali potrebbe contribuire a ridurre una parte degli accessi non urgenti; una migliore presa in carico dei pazienti cronici potrebbe prevenire alcuni peggioramenti; un’assistenza domiciliare tempestiva potrebbe evitare trasferimenti non necessari; una maggiore disponibilità di strutture intermedie potrebbe facilitare il passaggio dall’ospedale al domicilio quando clinicamente appropriato.

Per misurare questi effetti, però, bisogna osservare non soltanto gli accessi totali, ma anche quelli per codice di triage, i ricoveri, gli accessi interrotti prima della conclusione del percorso, i tempi di permanenza, i tempi di risposta del 118 e la disponibilità dei posti letto. Se gli accessi diminuissero ma aumentassero i ricoveri urgenti o i tempi di risposta, non sarebbe possibile parlare automaticamente di un miglioramento. Allo stesso modo, una struttura territoriale potrebbe essere utile anche senza ridurre il numero totale degli accessi, perché potrebbe migliorare la presa in carico e la continuità delle cure.

Il risultato più importante, quindi, non sarebbe semplicemente avere meno persone in pronto soccorso. Sarebbe garantire che ciascuna riceva la risposta appropriata, nel luogo giusto e nel tempo necessario.

La conclusione: non basta aprire una struttura

I dati mostrano che la rete territoriale italiana è ancora disomogenea. Le COT risultavano in larga parte funzionanti alla fine del 2025, mentre per le Case della Comunità esisteva una distanza significativa tra programmazione, attivazione di almeno un servizio e piena conformità agli standard. Gli Ospedali di Comunità erano attivi in 163 strutture, ma nessuna Regione aveva ancora completato tutti i requisiti del modello. L’assistenza domiciliare aveva raggiunto una copertura nominale del 99% dei distretti, ma la presenza di almeno un erogatore non garantisce automaticamente una presa in carico continua, tempestiva e adeguata alla complessità dei bisogni.

Il quadro regionale mette in evidenza situazioni differenti, ma non autorizza una classifica semplice tra sistemi sanitari. Una Regione può avere un numero elevato di strutture attive e mantenere criticità nei pronto soccorso; un’altra può avere una rete formalmente meno sviluppata ma organizzare diversamente i servizi. Per stabilire se la prossimità riduca davvero la pressione ospedaliera occorre confrontare indicatori omogenei e riferiti allo stesso periodo.

Il punto da cui partire è dunque chiaro: una sanità territoriale efficiente potrebbe contribuire a ridurre gli accessi evitabili e a migliorare il percorso dei pazienti, ma il suo effetto deve essere misurato. Non basta contare le strutture inaugurate, né attribuire automaticamente ogni attesa alla carenza di servizi fuori dall’ospedale. Servono dati sulla disponibilità reale dei professionisti, sugli orari, sui tempi di accesso e sulla capacità di coordinare i diversi livelli assistenziali.

Il pronto soccorso è il luogo in cui le difficoltà del sistema diventano più evidenti, ma la risposta non può essere cercata soltanto al suo interno. Bisogna seguire il percorso del paziente, dal primo bisogno di assistenza fino alla valutazione, alla cura e, quando necessario, al ricovero. È lì che si potrà capire se la riforma della sanità territoriale stia diventando un’alternativa concreta oppure resti, almeno in parte, un progetto ancora da completare.



Nella prossima puntata

Sanità italiana, il diritto alla salute è ancora uguale per tutti?

Ottava e ultima puntata del Dossier Sanità Italiana. Finanziamento pubblico, liste d’attesa, rinuncia alle cure e divari territoriali: il bilancio di un sistema chiamato a garantire a tutti lo stesso diritto alla salute.


Fonti e metodo

Il confronto sulle strutture territoriali utilizza i dati AGENAS al 31 dicembre 2025; il carico medio dei medici di famiglia si riferisce al 1° gennaio 2025. I dati sulle permanenze in pronto soccorso e sugli accessi interrotti si riferiscono alla valutazione delle performance pubblicata nel novembre 2025, basata sui dati 2024, e non costituiscono una serie completa di risultati regionali per il 2026. Per aggiornare il quadro dopo il 30 giugno 2026 occorre acquisire il successivo rapporto nazionale AGENAS e verificare le eventuali certificazioni dei target PNRR. I dati sono presentati distinguendo le strutture programmate, quelle con servizi attivi e quelle pienamente operative; non vengono dedotti rapporti causali tra attivazione dei servizi territoriali e pressione sui pronto soccorso in assenza di confronti omogenei.

I dati utilizzati sono quelli più aggiornati disponibili per ciascun indicatore al momento della pubblicazione.

Elaborazione: Redazione Polis SA Magazine

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