Sab. Mag 30th, 2026

Leonardo Del Vecchio: da Baggio a Forbes

Ha superato l’ostacolo della miseria più dura per costruire un impero. La storia del fondatore di Luxottica

‘Oltre gli ostacoli‘ è una rubrica che racconta storie di chi ha trasformato una condizione inizialmente limitante in una forza. Persone che non si sono fermate davanti alle difficoltà, ma le hanno affrontate con coraggio, trovando modi nuovi per esprimersi, lavorare, vivere. Un viaggio tra vite che ispirano, capaci di andare oltre ciò che sembrava un confine invalicabile…

Leonardo Del Vecchio

“Viene dall’ambiente delle Case Minime e passa la giornata nel più completo abbandono”.
A chi si riferiscono queste parole? A uno degli uomini che, quando era in vita, era stabilmente ai vertici delle classifiche dei più ricchi del mondo e, ancor più, d’Italia: Leonardo Del Vecchio, ribattezzato da molti “il re degli occhiali”.
Finora, in questa rubrica ho parlato (e continuerò a farlo) di persone che si sono realizzate superando limiti di natura “fisica” – la cecità, la sordità e malattie estremamente invalidanti. Oggi vi parlo di una persona che, seppur fisicamente sana, ha dovuto superare un ostacolo altrettanto grande: la povertà, anzi, la miseria vera e propria.


Leonardo Del Vecchio era l’ultimo di quattro figli di una famiglia di origine pugliese trapiantata a Milano. Non fece in tempo a conoscere suo padre, che morì prima della sua nascita e dal quale ha preso il nome.
I primi anni di vita li trascorse nelle cosiddette Case Minime del quartiere Baggio, alloggi popolari noti per la mancanza di servizi e il sovraffollamento dei locali. All’età di sette anni, la madre lo affidò all’orfanotrofio dei Martinitt, essendo impossibilitata a mantenere in maniera decente i quattro figli. Vi rimarrà per sette anni e vi acquisirà una determinazione e una disciplina che saranno fondamentali per il suo percorso verso il successo imprenditoriale.
A quattordici anni lasciò l’orfanotrofio con l’obiettivo di diventare un meccanico specializzato, ma le cose non andarono come aveva preventivato. Trovò lavoro alla Johnson, fabbrica che si occupava di incisione di medaglie e trofei. Furono i suoi datori di lavoro, notando la sua precisione e dedizione, a consigliargli di iscriversi ai corsi serali di incisione e design presso l’Accademia di Brera. Una volta ottenuta tale specializzazione, il volo di Leonardo verso i vertici del mondo ebbe inizio.


La storia di Luxottica è ben nota: una piccola officina che produceva montature per conto terzi, poi il passaggio alla produzione di occhiali finiti e il lancio di un marchio proprio, in seguito il successo, le acquisizioni di marchi storici come la celeberrima Ray-Ban, le scalate finanziarie, insomma, la costruzione di un impero. Ma tutto è partito da quella miseria totale, da una casa senza servizi igienici né riscaldamento, dalle camerate sovraffollate di disperazione dell’orfanotrofio dei Martinitt.
E proprio per questo, la storia di Leonardo Del Vecchio si inscrive perfettamente nella locuzione che dà il titolo a questa rubrica: anche il giovane orfano di padre venuto da Baggio, infatti, di ostacoli ne ha dovuti affrontare non pochi. E non li ha mai dimenticati.


Sono innumerevoli gli esempi di welfare aziendale che Del Vecchio ha introdotto in Luxottica, dall’asilo nido aziendale ai contributi per vacanze studio, dal trasporto gratuito alla possibilità di permessi extra. È del 2009 l’introduzione del cosiddetto “carrello della spesa”, un contributo volto ad aiutare le famiglie dei dipendenti ad affrontare il caro vita nel pieno della crisi economica più grande degli ultimi ottant’anni.
L’impegno nel sociale di Del Vecchio non ha riguardato solo (si fa per dire!) i suoi dipendenti e le loro famiglie, ma anche la comunità in cui Luxottica è nata e si è sviluppata, ovvero la provincia bellunese. Il patron di Luxottica, infatti, ha contribuito alla realizzazione di asili nido e centri per anziani ad Agordo e nel territorio circostante.
Ed è forse questa la lezione più importante che “il re degli occhiali” ci ha lasciato: gli ostacoli bisogna superarli, certo, ma bisogna anche ricordarsene, guardarsi indietro e fare in modo che anche altri possano “saltarli”.

Sara Piccardo

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