Mar. Mag 5th, 2026

Racconti per una calda estate -6-

Brevi storie tra il reale e la fantasia: un po’ vissuto, un po’ inventato, come certi racconti che nascono davanti a un caffè o in riva al mare. Non importa cosa sia vero e cosa no, importa solo lasciarsi portare via
[Sesta e ultima puntata]

In questo numero:



Sprazzi di passato: L’ultimo d’agosto

Antonello Rivano

Non era solo l’ultimo giorno del mese: era l’ultimo d’agosto. Le giornate ancora calde promettevano lunghe ore di sole, ma il calendario diceva il contrario, e nel paese tutti lo sentivano, come un respiro trattenuto che presto sarebbe svanito.

Le strade erano ancora piene di vita: bambini correvano a piedi nudi sull’asfalto caldo, biciclette cigolavano e motorini ronzavano, talvolta si udiva anche il motore asfittico di una cinquecento, una delle poche auto che circolavano in paese. Ma c’era nell’aria qualcosa di diverso, un’ombra leggera che faceva percepire che quei giorni, così pieni e spensierati, stavano scivolando via.

I genitori sedevano davanti alle case, sulle panchine o ai davanzali, chiacchierando delle ferie finite troppo presto, dei figli da riportare a scuola, dei lavori e delle responsabilità che li attendevano. Le mamme piegavano panni ancora caldi di sole, i papà riposavano sulle sedie di legno, e i nonni raccontavano storie di estati passate, aggiungendo un senso di continuità e memoria.

Quella sera, nell’aria c’era anche il sapore dei saluti. Le famiglie che tornavano in paese solo per quel mese estivo, alcuni in verità anche a Natale, perché erano state costrette ad andare altrove in cerca di una vita migliore, o i villeggianti che ogni anno tornavano perché qui avevano trovato un legame, un rifugio, un senso di casa. C’erano abbracci, pacche sulle spalle, promesse di ritrovarsi l’anno prossimo, e qualche occhiata velata di tristezza mentre ci si separava, sapendo che quel luogo li avrebbe attesi.

Dal jukebox gracchiava qualche hit che attraversava la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70: “La Bambola” di Patty Pravo, “Il Mondo” di Jimmy Fontana, “Se telefonando” di Mina, “Azzurro” di Adriano Celentano, “Senza fine” di Gino Paoli e “California Dreamin’” dei The Mamas & the Papas. Le note attraversavano le strade, legando le generazioni in un momento che era insieme festa e addio. Ogni risata, ogni scherzo, ogni gelato che colava sulle mani diventava un piccolo frammento da custodire.

Con il calare del sole, il cielo si tingeva di rosa, arancio e viola, e i lampioni si accendevano uno a uno, spargendo luce dorata sulle pietre calde delle vie. L’aria si caricava dei profumi delle cene che si preparavano nelle case: sughi che sobbollivano, fritture di pesce, odori di basilico, aglio e pomodoro. Alcuni aromi si mescolavano a quelli più lontani, dolci o speziati, mentre la brezza portava con sé il sentore di salsedine, delle reti bagnate al sole lungo il porto e del legno dei moli che scricchiolava al ritmo delle onde. Fiori appassiti sui balconi sfumavano tra le vie del paese come un ricordo effimero di un’estate ormai sul punto di chiudersi. Il vento leggero avvolgeva ogni cosa, mentre le chiacchiere rallentavano e i passi diventavano più lenti.

Dal mare vicino arrivava lo sciabordio dell’acqua contro gli ormeggi, mentre i gabbiani volteggiavano pigri in cerca degli ultimi resti. Sulle banchine, i pescherecci accendevano le prime luci, che si riflettevano tremolanti sull’acqua scura, e il porto prendeva quel respiro profondo e lento che precede la notte.

L’ultimo d’agosto non era più solo un giorno sul calendario: era la percezione di un’estate che avrebbe voluto restare, ma che il tempo aveva deciso di portare via. E in quella luce calda e tremolante, tutti — genitori, nonni, amici, ragazzi — sembravano comprendere la stessa verità: ciò che conta non è quanto dura l’estate, ma ciò che resta dentro di noi.

E mentre il sole scompariva dietro le colline e l’aria si riempiva dell’ultimo respiro caldo del giorno, restavano solo i profumi del mare e delle cene, il silenzio che avvolgeva le vie e la certezza che, in qualche angolo del cuore, quell’estate avrebbe continuato a vivere. Perché, in fondo, tutta la vita non è che una fabbrica di ricordi, e anche quell’agosto già si stava trasformando in memoria.


Chi scrive si rende conto che questi momenti — il ronzio dei motorini, il sapore dei gelati, le risate nel vicolo, le storie dei genitori e dei nonni, le canzoni che riempiono l’aria, i saluti delle famiglie e degli amici che tornano ai loro paesi, i profumi delle cene che si preparano e sfumano tra le case, la brezza calda e il rumore vicino del mare e del porto, i gabbiani che gridano e le luci dei pescherecci che si accendono — restano impressi dentro, parte di ciò che si è e di chi si diventa.

E ciò che abbiamo raccontato in questi “racconti di una calda estate”, in questi “sprazzi di passato” è memoria, ma anche radici, un filo che ci lega al passato e a chi eravamo, alle estati che ci formano e alle persone che ci attraversano, portando con sé la dolce malinconia di un tempo che sfugge, ma che, in fondo, non se ne va mai del tutto.

Antonello Rivano


Storie di porti, volti e miraggi: Porti, volti e miraggi

Corto Maltese

Ho imparato che ogni porto porta con sé un volto, e ogni volto un ricordo. Alcuni sono rimasti incisi come cicatrici, altri sono svaniti come fumo al mattino. Viaggiando, ho cercato di raccoglierli tutti, come conchiglie smarrite sulla riva, sperando di poterli riconoscere anche dopo anni, anche quando le acque cambiano e i fari si spengono.

I porti hanno odori diversi, profumi di spezie e di legno bagnato, di pesce appena pescato o di legna bruciata. I volti che vi si affacciano raccontano storie di partenze e ritorni, di attese senza promessa, di sorrisi che si spengono al tramonto. Ho visto ragazzi correre tra le banchine, donne piangere dietro le tende delle finestre, vecchi seduti sui gradini con occhi di chi ha visto troppo e parla poco. Ho incrociato mercanti di tappeti in città che odorano di caffè, marinai dai gesti lenti che sembrano memorie di altre epoche, bambini che giocano tra le corde come se il mondo fosse ancora un sogno possibile.

Ma i porti cambiano, i volti si confondono, e io continuo a inseguire linee d’orizzonte che non si lasciano raggiungere. Non è la meta che conta, ma il cammino che lascia tracce leggere nella sabbia. Ogni onda che si infrange contro lo scafo sembra ricordarmi che tutto passa, tutto scivola via, eppure certe sensazioni restano, come impronte che il mare non può cancellare.

A volte mi fermo a osservare la vita che scorre come fiume, tra i moli e le navi, tra le lanterne tremolanti e le reti stese al sole. Ogni porto ha la sua poesia nascosta, un mistero da cogliere, un segreto sussurrato dal vento o dalle conchiglie. E in ogni volto che ho incontrato, ho letto un frammento di me stesso, un riflesso dei miei desideri, delle mie nostalgie, dei miei errori.

Così mi accorgo che i miei passi non cercano approdo, ma soltanto la bellezza di un istante. Ed è allora che comprendo: quello che ho seguito fin qui non era un approdo, né un volto preciso. Era soltanto un miraggio.

Sul mio taccuino ho scritto una frase, l’unica che ancora resiste al tempo e al sale:
«Non ho mai cercato un porto sicuro. Ho cercato solo il senso dei porti, dei volti… e dei miraggi.»

E mentre il sole cala dietro le vele, so che questa frase racchiude tutto ciò che ho visto e vissuto. Ogni porto che ho attraversato, ogni volto che ho incontrato, ogni miraggio che mi ha guidato: tutto si raccoglie qui, in queste poche righe, come l’eco di un viaggio che non finirà mai. E forse, tra qualche anno, qualcuno leggerà queste parole e sentirà il richiamo di quegli stessi porti, di quegli stessi volti, di quei miraggi che non smettono mai di apparire e scomparire, come il mare al ritmo delle maree.


Questo è l’ultimo racconto dei miei racconti di porti, volti e miraggi, l’ultimo scritto per questa calda estate. Forse scriverò d’altro, di altre terre, altri viaggi, altri volti, altre cose, di altre stagioni e di altre vite, o forse no; del resto io esisto solo nella fantasia di chi mi dà vita ogni volta che racconta di me, e nella immaginazione di chi mi legge.

Per ora, come sempre, mi firmo non per chi sono, ma per chi ancora desidero diventare, e forse già lo sono in parte. Perché in ognuno di noi, in fondo, c’è un po’ di avventura, un po’ di memoria e un po’ di miraggio.

Sempre vostro,

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🖋️ Ho scelto di firmare come Corto Maltese perché, come lui, credo che il viaggio non sia una fuga, ma un modo di restare fedeli a sé stessi anche quando il mondo cambia rotta. Corto Maltese racchiude il viaggio come destino e libertà, il silenzio come compagno e il mistero come compasso. È l’eco di chi cerca il mondo senza volerlo possedere, e l’ombra di chi sogna il mare anche quando non lo vede
Il mio vero nome non importa. In fondo, cosa è un nome se non una sequenza di lettere scelta da altri, un’etichetta che il tempo scolora?

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