Gio. Apr 16th, 2026

OL-Orizzonti Letterari N°9

Rubrica di narrativa e poesia

In questo numero:


Poesia

“La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve” Mario Ruoppolo (Massimo Troisi) in Il postino


Alla fine la quiete

Anche tu sei bosco muto stasera
e scuri tronchi fradici di pini
e foglie rade nei vigneti,
ma conosci gli ulivi
che hanno scaglie argentoluna
sotto un cielo di latte.

C’è la gatta che finge di dormire
sulla sedia a dondolo del gazebo
al riparo dalla pioggia sottile
e osa il pettirosso che tace
nel folto della siepe.

C’è un silenzio a gravare
sull’arancio che non ha frutti
e inarca foglie gialle sulle cime.

Una terra malata in attesa,
questa di novembre, un tempo che rallenta
e non dice parole.

Lontani gli anni sotto cieli festosi
quando giocavi nelle vigne
e tra le zolle appena smosse,
ora sei l’ arancio antico che in giardino
tace ingiallito sulle cime.

Ritroverai le agavi sul sentiero
e tutte le voci come barbagli
argentoluna tra gli ulivi
e risentirai parole
oltre l’infanzia spensierata,
oltre la bellezza adulta giocosa
accarezzata dal respiro del mare,
e sarà gentile l’ascoltare.

Alla fine la quiete
incendierà la valle
come lucciole le sere fanciulle.

Danila Oliveri – Inedita – ©Tutti i diritti riservati

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Universo temporaneo


Stanotte hai perso i pezzi del puzzle
Parole che si scioglievano come luci all’orizzonte
Hai ingoiato le lacrime e gli attacchi di panico
Hai urlato senza voce ad un mondo irraggiungibile
Le mille sfaccettature dello sconforto
Ma a quei volti sconosciuti non importa il tuo destino
Hai cercato di destabilizzare il loro ordine
Troppo comodo per renderti felice
Ma hai sfiorato appena le loro certezze luccicanti
Il tuo monito è scivolato loro addosso
E ora diventa difficile guardare al futuro
Trovare qualcosa di familiare che non si sgretola
E tradurre in parole il bisogno di respirare

Sembra incomprensibile questo universo temporaneo
Emozioni veloci e domande giuste
Risposte troppo agevoli e commenti scontati
Trascinati nella realtà guardiamo l’alba
Un pugno nello stomaco perfettamente mimetizzato
In un mondo ideale tutto era pianificato
Ma in un battito di ciglia ci siamo impantanati
In questo flusso elettrizzante senza via d’uscita

Sara Piccardo – Inedita – ©Tutti i diritti riservati

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Narrativa

Va’ là fuori, trova una storia che ami e poi raccontala” Ron Howard


La stanza delle luci spente

Ivan

Silas scese dall’autobus con la sensazione di essere scesa anche da sé stessa. Era stata una giornata di lavoro troppo lunga e troppo piena di parole inutili. Pensava solo a tornare a casa, poi qualcosa attirò il suo sguardo. Un edificio vecchio, murato a metà, con una porta socchiusa e una scritta stinta sulla facciata: Entra solo se sei pronta a cambiare luce.

Non aveva motivo per fermarsi. Lo fece comunque.

La porta cedette con un rumore secco e un odore di legno umido. Dentro trovò un ampio stanzone buio, dove si vedevano solo i profili di vecchi macchinari. Il pavimento era coperto di polvere, ma c’era anche una linea pulita, come se qualcuno fosse passato di recente.

“C’è qualcuno?” chiamò. Nessuna risposta.

Fece un passo, poi un altro. La luce del corridoio alle sue spalle proiettava un’ombra lunga, che sembrava non appartenerle. Aveva l’impressione che la stanza stesse respirando piano. Vide una serie di lampadine appese a fili metallici, tutte spente. Accanto a una colonna, un interruttore.

Prima di toccarlo, una voce arrivò dal fondo.

“Non funzionano tutte. Alcune sono bruciate da anni.”
Silas sobbalzò. Una donna anziana, minuta, con un cappotto troppo grande e un’aria sveglia. “Tranquilla. Non faccio niente a nessuno. Sono la custode, o almeno lo ero.”

Silas stava già per scusarsi e uscire, ma la donna annuì come se avesse capito il suo pensiero. “Entra. Se sei entrata fin qui, qualcosa da cercare ce l’hai.”

Silas avanzò. Non sapeva cosa rispondere. La custode camminò verso una vecchia sedia e si sedette.

“Questa stanza serve a chi deve fermarsi un attimo prima che gli crolli tutto addosso,” disse. “La gente pensa di venire qui per curiosità, ma non è vero. Ci arriva chi ha perso il filo.”

Silas sentì una fitta. Rimase in piedi, come se sedersi volesse dire confessare troppo.

“Funziona così?” chiese, indicando l’interruttore.

La custode fece un gesto della mano. “Prova.”

Silas abbassò la leva. Una sola lampadina si accese. Una luce fioca, gialla, più triste che utile.

“Quella si salva sempre,” mormorò la donna. “Quando tutte le altre si spengono, lei resta.”

Silas si sentì sciocca, eppure non riusciva a distogliere lo sguardo da quella luce. Era debole, ma stabile. Una presenza che non chiedeva nulla.

“Quanto resta aperto questo posto?” chiese.

“Finché serve,” rispose la custode. “Poi si richiude da solo. Non devi decidere tu.”

Silas rimase nella stanza qualche minuto senza parlare. L’anziana non la incalzò. Quando decise di uscire, la luce tremolò un istante e poi si stabilizzò di nuovo, come un saluto trattenuto a metà.

In strada l’aria sembrava più limpida. Silas non sapeva spiegare cosa avesse trovato, ma la sensazione di schiacciamento che l’accompagnava da settimane si era allentata. Il mondo non era cambiato. Lei sì, anche se di poco. A volte basta quello per ripartire.

Ivan – Inedito – ©Tutti i diritti riservati

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