Monaci buddisti in marcia a Washington, D.C. (Foto: G. Edward Johnson / CC‑BY 4.0)
3.700 chilometri per la pace: la marcia dei monaci buddisti attraverso gli Stati Uniti
Un cammino silenzioso tra fatica, incidenti e solidarietà, quasi ignorato dai media italiani
Dalle highway americane a Washington: la “Walk for Peace” dei monaci buddisti e il silenzio italiano
di Antonello Rivano
Sono partiti il 1° novembre 2025 dal Texas, attraversando a piedi quattro Stati americani per oltre 3.700 chilometri. Dopo 108 giorni di cammino, sono arrivati l’11 febbraio 2026 a Washington, D.C., concludendo la loro “Walk for Peace” davanti alla capitale federale, nei pressi del National Mall e della National Cathedral. Un pellegrinaggio laico e spirituale insieme, guidato dal monaco buddhista Bhikkhu Paññakāra, che ha trasformato strade, periferie e highway in un lungo sentiero di meditazione e testimonianza pubblica.
È, il pellegrinaggio compiuto dai monaci del centro Hương Đạo Vipassana Bhavana, durato 108 giorni.
Nessun corteo rumoroso, nessuno slogan gridato, nessuna rivendicazione politica. Solo passi lenti e ordinati, abiti color ocra e lo sguardo fisso sulla strada. Davanti a loro, chilometri di asfalto, traffico, gelo e pioggia; dietro, un’idea radicale nella sua semplicità: la pace non si proclama, si pratica.
La strada, la fatica, la partecipazione
Col passare dei giorni, il cammino ha smesso di essere solo gesto silenzioso. Persone di ogni età e provenienza si sono fermate lungo le strade, offrendo acqua, frutta o semplicemente un sorriso. In città come Siler City o Alexandria, centinaia di persone si sono riunite per meditare con i monaci o per accompagnarli per brevi tratti. La marcia, inizialmente privata, è diventata un evento collettivo, una comunità temporanea che cresceva di giorno in giorno.
«Il nostro cammino ci ha condotti attraverso sole splendente e pioggia leggera, calore avvolgente e freddo pungente, sentieri scorrevoli e percorsi che hanno messo alla prova ogni passo».
Le parole dei monaci descrivono non solo il paesaggio, ma la fatica fisica e spirituale: la pace non è un dono facile, non si trova con facilità. È una pratica quotidiana, che richiede costanza, respiro e attenzione.
Fatiche reali e incidenti
La marcia non è stata priva di pericoli. Il 19 novembre 2025, nei pressi di Houston, un veicolo ha colpito un mezzo di supporto dei monaci. Due religiosi sono rimasti feriti, e uno, il venerabile Maha Dam Phommasan, ha subito la perdita di una gamba. Nonostante questo, Maha Dam ha raggiunto la fine della marcia in carrozzina, accolto da applausi e ammirazione.

Questi episodi ricordano quanto il cammino fosse faticoso anche fisicamente. La pace, nei loro termini, si conquista passo dopo passo, tra dolore, resistenza e determinazione.
Aloka, il cane della marcia
Non meno significativa è stata la presenza di Aloka, un cane adottato dai monaci. Ha percorso migliaia di chilometri accanto a loro, diventando una figura simbolica di fedeltà e perseveranza, e conquistando i cuori dei follower sui social. Anche Aloka ha affrontato ostacoli: un infortunio al ginocchio ha richiesto un intervento chirurgico, ma il cane si è riunito al gruppo per le tappe finali, mostrando ancora una volta che la pazienza e la costanza non conoscono scorciatoie.
Il messaggio: pace interiore e consapevolezza
Nei loro post, i monaci hanno spiegato il senso della marcia con parole semplici e potenti:
«La pace non è qualcosa che troviamo solo quando le condizioni sono ideali. La pace è ciò che rimane stabile dentro di noi, anche mentre tutto fuori continua a cambiare».
«Quando ritorniamo al nostro respiro, quando torniamo a questo unico istante, scopriamo che la pace dentro di noi ha sempre brillato in silenzio».
Il messaggio è chiaro: la pace è pratica quotidiana, non dipende dalle circostanze esterne, e non si acquisisce con facilità. Serve coraggio, resistenza e, a volte, l’aiuto discreto di chi ci accompagna lungo la strada.
L’eco mediatica e il silenzio italiano
Negli Stati Uniti, e non solo, il pellegrinaggio ha ricevuto attenzione da media nazionali e agenzie internazionali. In Italia, invece, la copertura è stata limitata: ANSA ha diffuso un lancio, TG La7 un servizio video, e Euronews ha realizzato un breve articolo. Ma sui grandi quotidiani, la storia è passata quasi inosservata.
Perché? Forse perché non c’era conflitto. Forse perché non era direttamente legata alla politica italiana. O forse perché la pace, quando non è associata a guerra o emergenza, non è considerata “notizia”.
Eppure, gli elementi c’erano tutti: un attraversamento epico, incidenti gravi, partecipazione della comunità, un cane simbolo di fedeltà e resistenza, e soprattutto un messaggio universale e praticabile.
Una riflessione finale
E mentre i monaci chiudevano il loro cammino con i piedi stanchi e lo sguardo sereno, con Aloka fedele accanto, rimane la forza del loro messaggio: la pace non è facile da trovare, non nasce dall’emergenza né dal clamore, ma dalla pratica quotidiana, dal respiro, dalla consapevolezza di ogni passo.
Forse la vera notizia, oggi, non è che un gruppo di monaci abbia camminato 3.700 chilometri, né che un cane abbia condiviso il percorso al loro fianco. La vera notizia è il silenzio dei grandi media italiani di fronte a un gesto che parla di pace, resilienza e comunità, un gesto che invita tutti noi a fermarci, guardare, riflettere.
La domanda è: siamo disposti a raccontare e ad ascoltare storie di pace quando non coincidono con la frenesia della cronaca o l’emergenza mediatica?
E come loro stessi scrivono al termine dei post:
“Che tu e tutti gli esseri possiate essere in salute, felici e in pace.”
Un invito semplice e universale, che resta sospeso sulle strade che hanno percorso e sulle pagine che, forse, dovremmo ancora raccontare.
Antonello Rivano

