Mer. Mag 27th, 2026

Non chiamatele più “morti bianche”

Tre operai morti in poche ore tra Toscana, Sicilia ed Emilia-Romagna: una nuova giornata di sangue riaccende l’urgenza di smettere di considerare le morti sul lavoro semplici fatalità.



Ieri, tre operai morti nello stesso giorno, in tre luoghi diversi d’Italia. Toscana, Sicilia, Emilia-Romagna. Dinamiche simili, destini identici: corpi schiacciati mentre lavoravano. Non è più una sequenza di episodi isolati. È una scia continua che attraversa fabbriche, magazzini, cantieri e silenzi.

E forse il primo passo da compiere è proprio questo: smettere di raccontarle come semplici “incidenti”.

Per anni il linguaggio ha addolcito la realtà. “Morte bianca”, “fatalità”, “tragedia”. Espressioni che finiscono per togliere peso, responsabilità, contesto. Ma quando il lavoro continua a uccidere con questa frequenza, quando le dinamiche si ripetono quasi identiche, quando ogni settimana aggiunge nuovi nomi a un elenco interminabile, allora non siamo più davanti all’eccezione. Siamo davanti a un sistema che continua a consumare vite.

Ed è forse ancora più inquietante il modo in cui queste morti vengono ormai assorbite dal flusso quotidiano dell’informazione.

Perché oggi le morti sul lavoro non solo continuano, ma sembrano non fare più nemmeno notizia. Anche mentre scriviamo queste righe, trovare informazioni su queste tre tragedie nelle homepage dei grandi siti d’informazione diventa difficile. Le notizie esistono, certo, ma scivolano rapidamente verso il basso, sommerse da altro, come se il Paese si fosse lentamente abituato all’idea che si possa uscire di casa per lavorare e non tornare più.

E anche i Tg nazionali tacciono, troppo presi dalle ultime notizie su possibili pandemie, guerre, efferati delitti o dalle dichiarazioni del governante di turno che rivendica l’aumento dell’occupazione in Italia. Come se lavorare fosse ormai un privilegio da accettare a qualsiasi costo. Come se morire di lavoro fosse diventata una normalità

Una normalità che non dovrebbe esistere.

Eppure il lavoro, quello stesso lavoro su cui si fonda la nostra Repubblica, troppo spesso smette di essere diritto, dignità, emancipazione, futuro. Diventa invece precarietà, pressione, corsa contro il tempo, rischio quotidiano. Una roulette silenziosa che colpisce soprattutto operai, magazzinieri, lavoratori invisibili, persone che raramente finiscono al centro del dibattito pubblico se non nel momento della tragedia.

Tre uomini di trent’anni morti nel giro di poche ore non rappresentano solo una notizia di cronaca. Raccontano la normalizzazione del rischio. Raccontano ambienti in cui la sicurezza viene evocata dopo, mai prima. Raccontano una cultura produttiva che pretende velocità, efficienza, rendimento, e che troppo spesso considera la prevenzione un costo anziché un diritto.

E ogni volta il copione sembra identico: sequestri, fascicoli aperti, cordoglio istituzionale, promesse, scioperi, dichiarazioni. Poi il ciclo ricomincia. Un altro operaio. Un altro muletto. Un altro macchinario. Un’altra famiglia che aspetta qualcuno che non tornerà.

Forse il problema è anche nell’assuefazione collettiva. Le morti sul lavoro non interrompono più davvero il Paese. Non scuotono il dibattito pubblico. Restano per qualche ora nelle aperture dei giornali e poi vengono sostituite da altro. Come se perdere la vita lavorando fosse diventato un rischio accettabile, quasi previsto.

Ma lavorare non dovrebbe significare sopravvivere a fine turno.

Per questo oggi parlare soltanto di “incidenti” non basta più. Serve il coraggio di usare parole più dure, più scomode, ma più vicine alla realtà. Perché quando le morti si moltiplicano, si assomigliano e continuano nonostante tutto, il termine “strage” smette di essere un’esagerazione e diventa una domanda inevitabile rivolta a tutti: istituzioni, imprese, politica, società.

E forse anche all’informazione, che troppo spesso rincorre queste tragedie soltanto nel giorno del lutto, per poi lasciarle scomparire rapidamente nel rumore incessante dell’attualità. Raccontare il lavoro dovrebbe significare raccontare anche il prezzo umano che ancora oggi troppe persone pagano semplicemente tentando di vivere.

Perché morire di lavoro, nel 2026, non può mai diventare normale.

Antonello Rivano

Antonello Rivano è direttore/coordinatore nazionale di redazione di Polis SA Magazine. Scrittore e poeta, ha al suo attivo romanzi e raccolte poetiche, con riconoscimenti in premi letterari internazionali. Nel 2025 è stato insignito del premio per la comunicazione nell’ambito della Festa del Libro in Mediterraneo. Collabora con diverse testate di informazione online ed è direttore editoriale di Carloforte Magazine. A livello giornalistico si occupa di cultura, società, attualità e territorio, con particolare attenzione alla narrazione sociale, alle identità locali e alle realtà delle comunità e delle periferie.

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