Fiori d’acciaio
l’Italia è presente e in buona posizione nella triste classifica dei femminicidi con una paurosa cadenza matematica, il massacro conta una vittima ogni due, tre giorni
Quel giorno che hai buttato via i collant neri ti ho amato lo stesso, quel giorno che mi proibisti il rossetto… ti amai per la tua gelosia, quel giorno che mi chiedesti di non lavorare più pensai che sì avevi ragione, in fondo ti amavo e mi sarei occupata di te totalmente, completamente.
Poi mi ritrovai chiusa a chiave in casa, con il telefono staccato e le imposte chiuse, ermeticamente; era davvero così totale ed assoluto il tuo amore. Perché è questo l’amore del quale si parla….
Improvvisamente realizzai che mi stavi segregando, totalmente e assurdamente. Aspettai pazientemente che facesse buio, ti sei addormentato, ho sfilato le chiavi di casa dalle tasche dei tuoi pantaloni e sono scappata.
Ho vissuto nascosta per un mese, protetta dalle mie amiche, poi non ce l’ho fatta più e sono uscita per strada.
Ero dal parrucchiere a tingermi i capelli e tu mi hai vista. Mi hai seguita fin dentro il portone, non ho fatto nemmeno in tempo a girarmi per lanciarti uno sguardo implorante. Le tue mani carezzevoli sono scese intorno al mio collo, le ho sentite calde e febbrili, poi hai stretto, hai stretto, hai stretto ancora.
Ieri il giudice ti ha dimezzato la pena, ha creduto alla tua ‘sincera’ confessione… quando hai urlato che dovevo essere solo tua e di nessun altro.
Il tuo amore ossessivo e prepotente non è un’aggravante, la relazione assoluta ed esclusiva, la segregazione e le umiliazioni, come se fossi ‘cosa tua’, ti hanno spinto a darmi la morte nel modo più classico e banale.
Strozzata a mani nude preda di una ‘tempesta emotiva’ del mio compagno, così recita la sentenza
Giudice, mi uccidi due volte.
Liberamente ispirato ad un libro di Serena Dandini, Ferite a morte, Milano, 2013
Maria Rosaria Anna Onorato

