Mer. Ott 28th, 2026

Il dono: tra etica ed economia

Dalla solidarietà alla reciprocità, il valore della gratuità nelle relazioni umane e nelle scelte economiche di una società

©Polis SA Magazine

L’economia non è soltanto numeri, mercati e statistiche. È dentro le nostre scelte quotidiane, nei servizi che utilizziamo, nei prezzi che paghiamo, nel lavoro, nell’ambiente e nelle trasformazioni della società. Economia Viva prova a raccontarla partendo dalla realtà di ogni giorno.


Il dono: tra etica ed economia

di Massimo Bramante

Il 4 ottobre 2026 è stata celebrata la “Giornata Nazionale del Dono”.

Nell’attuale acceso dibattito sulle prospettive future della nostra economia e della nostra società in seguito all’affermarsi dell’Intelligenza Artificiale, assistiamo purtroppo ad una sorta di desertificazione dello spazio dedicato al dono e al concetto di gratuità. Meglio: dono e gratuità trovano ampio spazio nelle discussioni intorno all’etica, ma vengono relegati in campo economico, troppo spesso, ad una sorta di mera solidarietà compassionevole: mitigare il disagio dei meno fortunati con un’elargizione occasionale in denaro, nell’ottica di fare qualcosa per gli altri più che con gli altri. Elargizioni certamente meritevoli, ma altrettanto degno di attenzione è indagare sul rapporto che, attraverso dono e gratuità, può/deve connettere etica ed economia.

Come ha fatto notare un teologo, padre Giampiero Gambaro, in un brillante saggio dal titolo di per sé illuminante, La vita è dono (2013): “L’uomo moderno e contemporaneo sembra soffocare il significato e il valore del dono. La logica del mercato e dello scambio mercantile e, all’opposto, quella statalista, che riduce le relazioni tra cittadini semplicemente a ragioni di diritto e dovere, hanno minato profondamente il senso di stupore del dono di beni, di tempo, di servizi e soprattutto del sé”. In altre parole: il circolo virtuoso del dono-donato, ricevuto e, non rare volte, in forme impensate che generano appunto stupore, ricambiato, assume il valore di connettere etica ed economia.

“Dobbiamo pensare in grande”, ammoniva in una sua dotta conversazione Tenzin Gyatso, il Dalai Lama, Nobel per la pace 1989, “e se proprio vogliamo essere egoisti”, aggiungeva con sottile ironia, “dobbiamo esserlo in modo intelligente; solo preoccupandoci degli altri riusciamo ad ottenere il massimo beneficio per noi stessi. Questo è l’unico modo intelligente di essere egoisti… Un’etica che si basa appunto sull’intelligenza”. Donare come azione eticamente ed economicamente intelligente. Siamo tutti legati da un comune destino, dipendiamo tutti gli uni dagli altri, ricerchiamo tutti la felicità. Forse non è un caso che il poverissimo Bhutan, con una popolazione che pratica diffusamente l’economia del dono di beni e tempo, sia sempre ai primi posti nelle classifiche internazionali dei Paesi “felici” (vedasi il bellissimo docufilm Agent of Happiness – Il Bhutan e la felicità di A. Bhattarai e D. Zurbò).

Ben venga quindi il Giorno del Dono, ricorrenza che ha ottenuto il plauso anche da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un’iniziativa che, sotto l’egida dell’Istituto Italiano della Donazione, con numerosi partner territoriali e nazionali e organizzazioni del volontariato, ha promosso nel 2026 la Liguria come “capitale del dono”.

Il dono, ha scritto per l’occasione Luisella Battaglia, presidente dell’Istituto Italiano di Bioetica (Il dono, fondamento della società viene prima di denaro e mercato, 2026), ha natura intrinsecamente relazionale: “Se è sempre per definizione gratuito, libero, senza aspettative di retribuzione, non può comunque pensarsi nell’assenza completa di quei desideri, scambi, affetti attraverso cui si costruisce una relazione morale”. Chi dona, infatti, spera di non avere bisogno di ricevere, ma spera anche che altri compirebbero lo stesso gesto se un giorno fosse lui stesso ad avere bisogno. Donare è un atto di per sé generatore di fiducia e speranza. Fai buon uso di quanto ti è stato donato e, se puoi, domani o dopodomani, dona a tua volta.

“Diffidiamo”, ci avverte tuttavia il teologo (non un economista, bensì un teologo) Roberto Repole, nel bellissimo saggio del 2013 che reca il titolo Dono, “da quel dono che ha la pretesa di essere puro, pienamente disinteressato, totalmente a perdere e perfettamente unilaterale”. In particolare, se dalla sfera microeconomica passiamo all’analisi dei sempre più complessi rapporti tra nazioni ricche e nazioni povere dell’economia-mondo: “Doni umanitari devoluti a Paesi più poveri in denaro, viveri, medicine, personale specializzato… possono incentivare una sempre maggiore dipendenza di questi stessi Paesi da coloro che elargiscono doni, non favoriscono un cambiamento delle politiche, perché divengano più eque e, infine, rinforzano il potere di chi offre il dono rispetto a chi lo riceve…” (pag. 30).

È l’affermarsi del dono come gratuità e non del dono come regalo. Un passaggio di enorme portata: dall’economia mercantile e del self-interest smithiano all’economia civile (quella di Antonio Genovesi, Giacinto Dragonetti e dell’Illuminismo napoletano). Un’economia in cui dobbiamo recuperare i “luoghi” della reciprocità: la famiglia, con i rapporti del tutto gratuiti genitori/figli e fratelli/sorelle, con i figli prima accuditi e poi che accudiscono, le amicizie sincere, le imprese e le cooperative sociali, la finanza etica, le mille realtà del volontariato.

“Non potrà mai progredire”, ci segnala, questa volta non un teologo ma un illustre economista, il prof. Stefano Zamagni, “quella società in cui esiste solamente il dare per avere oppure il dare per dovere. Né la visione liberal-individualista in cui tutto (o quasi) è scambio, né la visione statocentrica della società in cui tutto (o quasi) è doverosità, sono guide sicure per farci uscire dalle secche in cui le nostre società sono oggi impantanate…” (Per un’economia a misura di persona, 2012).

Che imperdonabile errore, dunque, quello commesso dall’economia neoclassico-marginalista di aver relegato, per anni e secoli, la gratuità nell’angusta sfera della vita privata di ognuno di noi e di averla, in teoria e soprattutto nei fatti, esclusa dalla Scienza economica e dalla Scienza giuridica, dove si ritengono sufficienti – a nostro giudizio, a torto – i contratti, i trattati, la difesa della proprietà, la finanza, le buone regole dettate dalle istituzioni pubbliche. Elementi necessari, ma non sufficienti per il progresso individuale e collettivo. L’economista Luigino Bruni sintetizza tale concetto segnalandoci come, troppo spesso, “ci riempiamo di cose soprattutto quando avvertiamo la mancanza della gratuità, cioè di rapporti interpersonali genuini”. La gratuità non rappresenta una sorta di “altra-economia”, bensì quell’economia – se così possiamo dire – in grado di riempire di senso l’operare economico, nella sua interezza. Aggiunge il prof. Bruni: “È proprio la gratuità che fa un amico ‘vero’ diverso da un amico ‘opportunista’, che rende una famiglia diversa da un insieme di scambi di beni e servizi, un’opera d’arte non solo una merce, la preghiera diversa dalla magia e dalla superstizione” (Il prezzo della gratuità, 2006).

La gratuità, il dono disinteressato – che spesso, silenziosamente, produce un contro-dono successivo – può/deve trovare spazio nell’agire economico dei privati e dei policy makers. Lungi dall’essere solo un vago sentimento morale, un afflato compassionevole, è in grado di ispirare scelte concrete nel campo delle politiche economiche dei singoli Stati. L’universo economico, ieri e oggi, non è dominato solo dall’homo oeconomicus asociale (né danneggia, né arreca aiuto agli altri) o addirittura antisociale (bada solo al suo interesse, anche se questo è alle spese di altri). Esistono – per fortuna di tutti noi! – anche realtà, comunità, imprese e individui pro-sociali (l’homo reciprocans): uomini e donne che donano tempo, denaro, servizi, spazi abitativi, sangue, organi post mortem, ecc. Vanno non solo ammirati in privato, ma sostenuti dalle istituzioni pubbliche. D’altra parte, come nel lontano 1766 scriveva l’illuminista Giacinto Dragonetti in Delle virtù e dei premi: “Il modo più efficace di prevenire i delitti non può che essere quello di ricompensare le virtù”.

Massimo Bramante

Massimo Bramante. Laureato con pieni voti et laude in Economia e Commercio (indirizzo economico-sociale) presso Università Studi di Genova. Ha lavorato presso Istituto di credito e svolto Corsi di formazione nazionali su Economia e Sociologia del lavoro. E’ stato giornalista pubblicista nel settore economico-finanziario. Ha collaborato in qualità di “cultore della materia” e membro di commissione d’esame presso le cattedre di Economia Internazionale ed Economia dell’integrazione europea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Studi di Genova. E’ stato relatore ed ha coordinato seminari ed incontri di studio su temi di “Etica finanziaria” e “Nuove economie”.
image_printDownload in PDF