Lun. Lug 22nd, 2024

Campania anno zero: più di una tegola sul mondo della rappresentanza

A ben guardare, un’epidemia ha colpito la più grande regione del Mezzogiorno. Motivi spesso personali, familiari, qualche volta politici, sono queste le dichiarazioni di apertura delle crisi con le quali sono stati decimati nell’ultimo anno i vertici delle maggiori organizzazioni di rappresentanza della Campania, e che in meno di un mese hanno decapitato i capi dei maggiori sindacati del lavoro; nell’ultimo anno i quattro confederali hanno subito pesanti operazioni di hard–restyling, con vasti ricambi dei massimi dirigenti; e ancora, sono state commissariate le due maggiori Camere di Commercio della Regione.

In tutto questo, pure il partito di governo sembra non passarsela troppo bene, mentre le opposizioni sono sulla strada della fissione atomica. E le geometrie improbabili che si ricercano in vista delle importanti amministrative alle porte, ci fanno scommettere che non è ancora finita. Forse è iniziato l’anno zero della rappresentanza.

Il commissariamento della politica, d’altro canto, è partito dai massimi vertici istituzionali subito dopo la crisi finanziaria, e mentre questa veniva trasformata in crisi economica e sociale, pian piano ha permeato tutte le strutture sui territori, a partire da quelli più fragili, dove gli interessi più disparati si sono trovati subito in conflitto, misurandosi con la diminuzione delle risorse. Si, perché alle dichiarazioni di apertura delle crisi, d’altronde, fanno sempre il controcanto le voci, spesso flebili, quasi mai piene denunce, che parlano sempre e solo di soldi. Soldi che pare non bastino mai per direzioni che lasciano solo buchi milionari come topi nel formaggio. Di gestioni allegre, nella migliore delle ipotesi. Di scandalose rapine, nelle peggiori. Questo se si parla di ciò che non si ha più. Ma se invece si dovesse iniziare a discutere di ciò che non si potrà più avere, di opportunità mancate, di treni irrimediabilmente perduti, di generazioni bruciate, allora un intervento risolutivo sarebbe inevitabile.

Per tornare ai fatti di questi giorni, di fronte a un “fulmine a ciel sereno” di così ampia portata, la nostra domanda è non tanto cosa può aver portato alle dimissioni del segretario generale – e dell’intera segreteria – del maggior sindacato della Campania (e sorvoliamo sulla drammaticità dei dati occupazionali attuali per amor di patria), quanto piuttosto “come è possibile passare tutto in silenzio”?! Un fulmine a ciel sereno, appunto, e di questa portata, senza un dibattito, nemmeno interno, nessuna indiscrezione…nulla di nulla! Ma come è possibile? E come è possibile che non ci si interroghi sul “come è possibile?”.

Si potrebbe semplicemente rispondere che avvisaglie ce n’erano state, che il problema economico era noto a tutti, che anche i giornali ne avevano parlato, finanche che – nell’ultimo anno – erano state tentate diverse manovre per porre un freno all’emorragia di soldi che stava dissanguando risorse già provate a lungo. Ma sarebbe una risposta semplice buona per sempliciotti. Insomma, una balla. Perché si dovrebbe far finta di ignorare che la situazione era conosciuta a non più di cinque o sei persone in tutto. Perché si dovrebbe ignorare il significato del termine commissariamento. Perché non si può tacere che questi fulmini a ciel sereno stanno diventando un po’ troppi. Perché, in sostanza, si dovrebbe passare sul principio democratico.

“Andare tra la gente” – come si sente oramai ripetere da più parti, quasi fosse un mantra per scongiurare l’irrilevanza – potrebbe essere l’ennesimo rito che gira attorno ai problemi. Non c’è bisogno tanto di essere tra la gente, quanto piuttosto far entrare la gente nel sindacato. Chi, a esempio, ha pubblicizzato gli stipendi dei massimi vertici dovrebbe indagare e capire come dei dirigenti di periferia così modesti si possano permettere – per dirla con Eduardo – un piede di vita così lontano da quello dei lavoratori che sono stati chiamati a rappresentare. In caso contrario, è il popolo che censura senza alcun appello – come si direbbe a Napoli – un sindacato che chiagne e fotte.

E se tutto accade in silenzio, quasi di nascosto, quanto e cosa ci dice questo episodio sullo stato di salute del sindacato almeno qui, in Campania? E sulla classe dirigente che lo compone, alla quale – è indubbio – l’attuale ordinamento di fatto delega scelte non solo importanti, ma addirittura strategiche sulla economia della società? Un fatto questo, e di per sé vero in quanto tale, che ci obbliga a fare luce su una gestione in chiaroscuro dove qualcosa di indicibile – ma cosa?! – sembra tener prigionieri del silenzio uomini e donne di un Sistema certamente malato.

Andando oltre le singole vicende, un osservatore attento di fronte a questo quadro “istituzionale” che – come in una profezia che si auto-avvera – vive un clima d’illegalità diffusa, va a misurare parametri come la corruzione e si rende conto che – lo dicono fonti autorevoli – il malaffare non è solo dilagante, ma impera. Governa, quindi, attraverso la selezione di gruppi dirigenti incapaci nella migliore delle ipotesi, ricattabili nella più realistica, proprio dove le lunghe strade della giustizia si perdono nei vicoli ciechi dell’omertà, mentre i topi continuano a ballare. L’impressione che se ne ricava è quella di una macchina enorme – in apparenza disarticolata – che incenerisce ogni contributo positivo, ogni sforzo, ogni reazione, ogni tentativo di cambiamento.

Ma se anche questo è vero, adesso, come – e soprattutto – con chi si ricostruisce?! Se la situazione reale è vicina ai timori che chiunque può intuire a una pur superficiale analisi, dopo che Attila non ha lasciato un filo d’erba (leggasi uomini e donne) sul suo cammino, come si fa? Si indice un bando ministeriale per sindacalisti? E poi per politici? E poi per tutto il resto?

Sud in completa destrutturazione, sopra sotto a destra e a manca, ovunque. Perché questa è la situazione oggi. E il percorso è stato semplice: distruzione del dissenso distruggendo i dissentori. Tanti di noi hanno più volte detto che il gioco non sarebbe durato a lungo e che si sarebbe arrivati a consunzione. Nulla, non si è stati ascoltati, ma anzi, si dava il via alle ritorsioni.

Adesso è diventato troppo complicato ricostruire, questo vale per il sindacato in generale, i partiti, i corpi intermedi e le istituzioni per come oggi le conosciamo. E mentre qualche vertice salta da un talk show all’altro, da un titolo all’altro, con la pancia piena e le spalle coperte, fuori le onde sono sempre più alte e gli spazzaneve portano via ogni cosa.

Questo tipo di analisi ci dice però anche dell’altro sui “Sistemi” di rappresentanza. Sancisce – attraverso la verifica della cardinalità del parametro finanziario nelle crisi recenti e future – la fine dell’impianto valoriale (o anche ideologico) che li hanno ispirati, e ci segnala, inoltre – attraverso l’appiattimento dei Sistemi sul solo piano economico – l’incapacità di attingere a risorse esterne nel caso in cui il processo di cambiamento, laddove ancora possibile, non risulti trasparente radicale, e perciò credibile.

La macchina della rappresentanza – in Campania ma non solo – pare essere a un punto di non ritorno. Il problema è di natura fisica, e stanti le perduranti e avverse condizioni al contorno, gli scenari possibili sono in continua diminuzione.

Mimmo Oliva e Peppe Sorrentino

image_printDownload in PDF

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *