Piangere per Maradona?

E’ la domanda che si è posta una giovane collega nella chat di redazione, quando, affranto, ho risposto presente al quesito, sparato nel mucchio, su chi se ne voleva occupare

di Francesco Paciello

Una domanda spontanea, forse comprensibile, tenendo conto che la mia disponibilità è stata espressa alla condizione “se smetto di piangere”.

Non lo nego, ho pianto. Ho pianto senza alcuna vergogna, come si piange quando un familiare, un buon amico, una persona a cui tieni molto viene a mancare improvvisamente.

Prima di mettere mano alla tastiera ho letto una ventina di pezzi caldi, qualche servizio televisivo, tante dichiarazioni eccellenti via social. Alcuni belli altri meno. In fondo, si sa, una testata con una diffusione importante sceglie lo schema del ricordo enfatico e ripercorre la storia, le eccellenze, toccando con delicatezza le fragilità del personaggio pubblico defunto, quello che in gergo giornalistico definiamo coccodrillo: E ancora una volta torna irrefrenabile il pianto – questa volta mediatico – che serve a dare senso al racconto stesso.

Diego Armando Maradona

Se il dio della palla a scacchi ci ha lasciato, allora è giusto pensare che sia tornato laddove ha avuto origine, in quel luogo dove ti assegnano un talento ma per poterlo dimostrare devi partire da zero, magari da un barrio di una megalopoli complessa sudamericana, in un vicolo dei quartieri o in un palazzone di Scampia. Un piccolo Davide che dà forma ai sogni degli ultimi, che ha sconfitto Golia ma non sempre, perché troppo scomodo per il suo modo ruvido, popolare e irriguardoso di trattare con esso.

Cosa ci lascia in eredità? Io dico nulla di immediatamente utilizzabile. Tanto, se scivoliamo tra le pieghe del suo apparente disordine. Se c’è un lascito va goduto senza farci affascinare della retorica falsamente sociale cara alla letteratura di Dickens, perché Diego Armando Maradona ha dimostrato – così come il più sublime e gaglioffo dei Caravaggio – che il talento eccelso va goduto fino in fondo, senza pregiudizi. Tutto il resto è liquore umano.

Grazie Diego.

Francesco Paciello

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