Lun. Lug 22nd, 2024

Sulla striscia

Il conflitto israelo-palestinese è sangue, che, sappiamo tutti bene, ha lo stesso colore sia che sia versato da un israeliano, sia che sia versato da un palestinese

Il 20 maggio il ministero della Salute di Gaza ha aggiornato il bilancio dei morti dal 10 maggio: 230 totali , di cui 67 bambini.

Di Maria Rosaria Anna Onorato

Una delle difficoltà di raccontare la guerra che si sta combattendo in questi giorni tra Israele e gruppi armati palestinesi della Striscia di Gaza riguarda la differenza enorme fra l’arsenale a disposizione delle parti coinvolte: questo perché col termine “guerra” siamo soliti definire conflitti di lunga durata fra forze che hanno una potenza militare almeno paragonabile.

La guerra in corso fra Israele e i gruppi palestinesi viene considerata “asimmetrica” perché le due parti non hanno a disposizione armi dello stesso livello: Israele può contare su tecnologie militari molto avanzate da usare per compiere attacchi aerei mirati su Gaza  e su un sistema di difesa antimissilistico di avanguardia.

I bombardamenti nell’enclave palestinese intanto proseguono.

Oggi 20 maggio il ministero della Salute di Gaza ha aggiornato il bilancio dei morti dal 10 maggio: 230 totali , di cui 67 bambini.

La lettura di questo ‘scarno’ e crudele bollettino di guerra mi ha ricordato un film/apologo del 2012 di Lorraine Lévy ‘ Il figlio dell’altra’.  La pellicola inizia con il suono della sirena che annuncia un’incursione aerea su Tel Aviv, due donne stanno partorendo, mentre fuori si scatena l’inferno, l’allarme crea confusione e panico nell’ospedale, qualcuno perde la testa e scambia i bambini nelle culle. Due figli, scambiati in culla  crescono in famiglie di etnia e religione diversa, divisi da un muro, ma più vicini di quello che credono. La scoperta della propria identità originaria è un colpo destinato a scombinare le carte degli affetti, dei pregiudizi e delle convinzioni, ma anche a generare inevitabili domande sul destino, sulla determinazione “naturale” e sulla libertà.

Joseph, allevato nella religione ebraica, non essendolo per realtà “genetica” dovrebbe, in teoria, “riconvertirsi” ad essa con una nuova cerimonia e si vede precluse una serie di scelte (come quella di arruolarsi in aviazione) proprio a causa della sua origine. Yacine, per i cui studi parigini la famiglia non ha lesinato sacrifici, è costretto a riconsiderare il rapporto con un fratello che non lo riconosce più come tale e piangere in modo del tutto nuovo il fratellino “palestinese” perduto in un bombardamento.

Il figlio dell’altra ha il merito di indagare, senza pregiudizi, nel vissuto di persone comuni messe di fronte a una prova eccezionale. In questa prospettiva non c’è spazio per un “nemico”, che è anche, sia metaforicamente che naturalmente, fratello. L’attraversamento del muro, eretto dagli Israeliani per difendersi dagli attacchi terroristici, problematico per l’ufficialmente palestinese Yacine, e molto più semplice per il (falso) ebreo Joseph, è  il simbolo di un mondo al contrario e profondamente contraddittorio. Il muro, che ‘divide’, diviene luogo  di incontro tra posizioni diverse.  Le due madri , che non sanno sbrogliare l’intricata matassa si affidano alla fede e pregano insieme il ‘Signore’ affinché illumini la loro strada e quella dei due ragazzi.

Ho pensato in questi giorni che il rapporto che nasce tra Yacine e Joseph possa essere letto come metafora di un’ incontro possibile che diviene strada per sovvertire e annientare la violenza e l’odio. Tutta la sceneggiatura, soprattutto nella definizione dei personaggi, sviluppa questa possibilità dell’incontro e dell’immedesimazione nell’altro e dimostra, in modo semplice ed efficace, quanto la forza dell’orgoglio e degli ideali politici ( tutta maschile)  possa essere debole di fronte la scoperta di una maternità/paternità diverse e dinanzi alla voglia di vivere da uomini liberi. Liberi persino frequentare il “nemico” e scoprirsi stranamente felici.

-Foto da Gaza (fonte ilpost.it)-

Cosa sta accadendo oggi in Medio Oriente?  Niente che già non si sappia, la morte è un numero, alto e drammatico. L’Economist, tempo fa, decise di contare il numero di vittime totali dal 1945 che, aggiornate a oggi, superano i 100 mila morti, un po’ meno di quanti ne sono deceduti in Italia a seguito dell’infezione pandemica del Coronavirus, ma su un totale di popolazione che è un quinto di quella del nostro Paese. Tuttavia i morti del conflitto mediorientale non sono quasi mai anziani, ma donne e uomini all’inizio della loro esistenza, se un missile, una bomba, un’autobomba, un proiettile, anche di gomma, non li avesse colpiti. Il conflitto israelo-palestinese è  sangue, che, sappiamo tutti bene, ha lo stesso colore sia che sia versato da un israeliano, sia che sia versato da un palestinese. È  un  dramma umano nel quale i numeri non muoiono mai, a morire sono sempre persone. Donne, uomini, bambine e bambini, nomi, storie, speranze, sogni senza più un tempo: strappati alla vita, semplicemente.

Maria Rosaria Anna Onorato

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