Gio. Feb 22nd, 2024

I dipinti della psichiatra Antonella Albero in mostra a San Severino (SA)

I ricordi della famiglia e degli amici

Nei giorni scorsi si è tenuta, a Mercato San Severino, un’esposizione postuma dei dipinti di Antonella Albero – psichiatra e psicoterapeuta, deceduta lo scorso anno a causa di un tumore. La mostra è stata promossa dalla famiglia della nota professionista sanseverinese, nel primo anniversario dalla scomparsa. La retrospettiva ha avuto luogo presso la galleria d’arte contemporanea “Il paese del vento”, a cura di Giovanni Cavaliere – celebre artista locale. Con all’attivo tanta gavetta ed esperienza nel campo delle forme e delle immagini. Antonella Albero, coniugata Pierri – il marito è un dentista molto conosciuto, a San Severino e “dintorni” – era bella, intraprendente, indipendente. Dalle ultime foto, traspare un sorriso contagioso – che le illuminava il viso. Il suo ricordo, adesso più che mai, vive nel grato ricordo di coloro che l’apprezzavano e l’amavano. E che hanno avuto la fortuna, l’onore, di conoscerla. Già come professionista che indagava sul “nous”, su quell’organo “sfuggente” che è il cervello (con le incognite dei processi psicologici; rielaborativi) – infine quale pittrice – ella perlustrava; sondava i meandri o abissi della mente. È proprio quello che emerge dalle sue pregevoli opere, tutto ciò. Nelle tele realizzate negli ultimi mesi della sua esistenza terrena. Era perfino stata colpita da afasia – a causa del tumore che la ha fatta spegnere, in pochissimo tempo. Ha contratto lo stesso male che ha ottenebrato anche Franco Basaglia – lo psichiatra a cui si deve la soppressione dei manicomi. E che per lei era un “punto di riferimento”. Infatti, nel lunghissimo curriculum di questa donna, si possono ritrovare gli studi e le specializzazioni in campo psichiatrico appunto inerenti all’opera di Basaglia. Colui che, tra i primi studiosi della mente, comprese la profondità dei processi neurologici e – soprattutto – ridiede dignità ai malati psichici. Dapprima internati nei manicomi, non senza vergogna per la loro “condizione” e/o situazione di vita. Ancora oggi, la “rivoluzione” di Basaglia si estende a tutti i tipi di malattia neuropsichiatrica, che va curata inserendo i pazienti all’interno della società dei “normodotati”. Per recuperarli in quanto persone, non valutandoli sulla base dei propri deficit e/o menomazioni (il termine “menomazione” sta attualmente sostituendo quello di “handicap”, per le persone “differentemente abili” – non “disabili”). Tornando a noi, la mostra – in un’intensa due giorni di un recente weekend – ha sortito molto successo; è stata visitata da tantissimi. Proprio per ricordare una persona solare, competente, umana. Attivista – sin dai tempi dell’adolescenza – nell’ambito del movimento di rinnovamento socio-politico per la questione femminile, Antonella si laurea in Medicina e Chirurgia nel 1983. Col massimo dei voti. Si specializza nel 1987, in Psichiatria – sempre all’università di Napoli. Dagli anni ’80, e per più di un decennio, consegue un attestato per un training psicoanalitico (dapprima personale, poi didattico) organizzato dalla Società Psicoanalitica Italiana. Successivamente, la Nostra consegue altre specializzazioni – sempre in campo psicoanalitico. Come affermato prima, ha seguito gli insegnamenti di Basaglia. Il metodo applicato dalla Albero veniva attuato mediante l’ascolto, l’accoglienza, la comprensione del paziente psichico. Solamente in seguito venivano consigliati farmaci specifici.

Ma la dottoressa Albero non soltanto s’impegnava nel proprio lavoro, con grande accuratezza e acume; passione; rigore – bensì profondeva amore e versatilità (genuinità) anche occupandosi della famiglia; nel privato. Oltre che madre affettuosa di Nicola e Federica, nonché (a livello “adottivo”) dei cani Blu e Floki, possedeva tanti interessi: amava i viaggi; il mare; i dolci e la gastronomia; le piante. Proprio dopo aver scoperto il male che, poi, l’ha condotta alla morte – ha deciso di ritornare alla pittura; suo hobby negli anni della propria giovinezza. Ed ecco, così, tanti suoi manufatti – artisticamente validi e variopinti. A mostrare un vero e proprio senso della vita – che lei adorava e percorreva al massimo. Senza tralasciare intensi momenti d’amore e di impegno. Di dedizione. L’esposizione ha solo potuto in parte rendere onore a tale volitiva e dinamica figura. Oltre all’aver organizzato l’expo, è stato dato alle stampe anche un opuscolo con i dipinti della dottoressa. Più di trenta opere, rese vivide utilizzando un cromatismo molto accentuato – dalle nuances forti e accecanti. Come in un vortice che, purtroppo, l’ha “risucchiata” troppo presto e l’ha tolta all’affetto dei suoi familiari. Un suo quadro, infatti, rappresenta una figura femminile sconvolta da un ciclone. E c’è anche un ulteriore dipinto, raffigurante – appunto – un vortice. Stavolta senza figure umane nel mezzo. Si legge – allora – in una “prefazione”, siglata dall’artista Salvatore Marrazzo (anch’egli di origini sanseverinesi, come il già citato Cavaliere): “Si crea [nelle opere della psichiatra] un mondo vivente, fatto di ragni; cervi; uccelli dal piumaggio iridescente; felini maculati; cavalli impossibili; tanti alberi e fiori, dai colori inauditi. Fiumi sospesi e danze. Vortici di gioia e tante ali, simili a foglie”. E, conclude Marrazzo: “Forse l’arte è la vita stessa. La libertà. La memoria di noi stessi. Il tempo, nella sua declinazione di ciò che accoglie”. Forse è davvero così. Anzi, lo è di sicuro. Attraverso le tinte e i pennelli, la professionista esprimeva sé stessa – soprattutto per comunicare, dal momento che il cancro le ha tolto la parola (afasia). Il mondo (interiore ed esteriore) della pittrice era (ed è) ricco di colori e di immagini. Però molti dei suoi personaggi femminili paiono vivere il dramma del male. Della malattia. Del tumore. Della sofferenza.

Molte – infatti – le protagoniste dei suoi quadri, raffigurate senza capelli o comunque abbandonate alla disperazione; nelle calve nudità di corpo e d’anima. Soprattutto tra le fragilità, anche… “psicologiche” dell’affrontare questa temibile malattia. In terribili agonie ed angosce. Seppure supportate dall’affetto e dalla pazienza dei familiari. E, ancora, ecco la fantasia al potere – tra colori inquietanti e decisi. Abbiamo rivolto alcune domande su questo personaggio proprio ad alcuni, tra i familiari, che maggiormente le sono stati vicini durante un calvario durato – all’incirca – tre anni. Perché ella dipingeva? “Dapprima – dichiara il marito, Restituto “Nino” Pierri – in quanto riteneva la pittura la forma massima dell’espressione comunicativa dell’uomo. E, infine, anche per sopperire alla limitazione dell’espressione verbale, conseguente alla radioterapia – che aveva danneggiato l’area del cervello preposta alla parola”. Tra i soggetti prediletti: donne, alberi, fiori, animali. Circa un centinaio, in tutto, le opere di Antonella Albero. Nelle quali sono cantati libertà e valori; tutto il bello e il tragico che esistono nella vita. Dalle parole dei familiari traspare che ella amasse dipingere fin da giovane, anche se poi aveva quasi del tutto abbandonato questo passatempo. Durante gli ultimi anni di malattia, in conclusione, ha dipinto finché le è stato possibile. “Antonella amava più forme d’arte – afferma il marito – come la pittura e la scultura, ma anche altro. Ad esempio, era interessata alla musica. Sia moderna, con (tra i suoi “miti”) Ludovico Einaudi; Ezio Bosso; Battisti; Battiato e Keith Jarret. Sia per quanto concerne la lirica e il sinfonico. Apprezzava: Bach, Beethoven, Mozart. Da piccola suonava il piano. Ma non dobbiamo dimenticare l’amore per il cinema: i suoi registi preferiti erano Pasolini, Bunuel e Visconti”.

La formazione esistenziale e culturale della dottoressa era rivolta alla conoscenza delle motivazioni psichiche di ogni azione. Parlava spesso del suo lavoro a casa, rivela il marito, ma quasi esclusivamente dal punto di vista amministrativo ed organizzativo. Sulle nuove modalità di considerare la malattia psichica, ad esempio. Sulla necessità di potenziare le strutture territoriali locali, in conseguenza delle leggi che hanno decretato la chiusura dei manicomi. (Legge 180). La donna riusciva a gestire sia la sua professione, di certo non facilissima – anzi, complessa – che la vita in famiglia, tra le sfide del quotidiano. Di lei è detto che era una madre affettuosa e protettiva con i suoi figli. Al contempo, nel suo mestiere, si scontrava con la scarsa applicazione della legge 180 – particolarmente al Sud. Dove i pregiudizi non sono mancati mai, al riguardo delle persone affette da patologie neuropsichiatriche. Alla domanda: “Secondo quanto si poteva osservare in Antonella, l’arte era correlata a uno stato mentale? O fisico?” – i familiari di questa donna esprimono: “L’arte, come ricerca del nuovo, è una tensione per trovare soluzioni. Per conoscere, andare avanti”. E allora perché ricordare – anche tramite iniziative siffatte – il profilo di Antonella Albero? Certamente, per i parenti e gli amici c’è di mezzo la condivisione del dolore per la mancanza; poi, va apprezzata per l’impegno – profuso negli anni ’70 – a favore delle politiche femministe. Infine, anche i pazienti di Antonella la ricorderanno per l’attenzione da lei dimostrata verso innovative e contemporanee modalità terapeutiche, per curare il disagio mentale. Tutte queste esperienze di vita “vissuta” (e sognata, vagheggiata) entrano nei dipinti realizzati dalla dottoressa. Si pensa ad allestire ulteriori mostre, con i manufatti di Antonella. Tipo molto pragmatico, certamente ancorato alla realtà e alla scienza. Che viveva una sua fede, abbastanza critica, e tuttavia fatta di slanci e di attenzione al prossimo. “Era una persona davvero speciale” – concludono i familiari. Invitiamo, pertanto, tutti a visitare prossimi eventuali incontri “artistici” con la pittura di Antonella Albero. Per capire la grandezza e l’umiltà di una persona che molto ha dato, a tutti, ma nulla ha chiesto. Se non il rispetto per le categorie più fragili di questa insensata e caotica società – improntata soltanto all’apparenza, al benessere e alla vanità “economica”.

Anna Maria Noia

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