Il tempo dei preti operai
Quando la Chiesa scese tra gli ultimi per ritrovare sé stessa
Francesco: la Chiesa e le periferie – 2
di Teo Galante Oliva
Questa serie, di sei articoli che costituiscono il saggio di Galante Teo Oliva tratto dal libro Il centro si guarda meglio dalla periferia (Polis SA Edizioni, 2017), riflette sul magistero di Papa Francesco e sulla sua visione di una Chiesa vicina alle periferie, sia geografiche che esistenziali. I testi affrontano temi cruciali come l’educazione, la famiglia, il consumismo e l’individualismo, interrogandosi sul ruolo della Chiesa nel rispondere alle sfide sociali e morali contemporanee. La proposta di una Chiesa povera per i poveri emerge come risposta a un mondo segnato dalla superficialità e dall’omologazione. Se questo aspetto della marginalità e di cura agli ultimi è presente nel DNA del cattolicesimo, perché il pontefice, subito dopo l’elezione, ha sentito la necessità di un riavvicinamento con le periferie? E soprattutto perché e quando si è avuto questo allontanamento?
(Foto di copertina elaborata a partire da immagine di www.vaticannews)
La Redazione
Il tempo dei preti operai
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Il XX è il secolo dei grandi cambiamenti, quelli che obbligano la Chiesa a un cambiamento profondo, sia nei rapporti con l’esterno che al proprio interno. Il secondo conflitto mondiale porta, intanto, a una situazione geopo litica complessa: il mondo è diviso in due sotto altrettante sfere di influenza. Da una parte i comunisti, dall’altro quelli che non lo sono. La guerra, con le conseguenti morti e tragedie, ha fatto crescere ancor di più lo spirito dei ceti proletari che escono dal conflitto con enormi richieste, le quali trovano spazio all’interno del Partito Comunista, considerato un’altra “chiesa”, ma di segno opposto a quella cattolica.
La Seconda Guerra Mondiale crea un mondo di verso che si riflette prepotentemente nelle periferie. Il Partito Comunista era riuscito proprio in quei “luoghi” a creare la sua rete, proprio laddove il proletariato si ammassava nella speranza di migliori condizioni di vita e di lavoro. In quel contesto storico e in quelle periferie, prima in quelle parigine e poi anche in quelle italiane, nacque l’esperienza dei “preti operai”. I preti operai presero corpo da un’intuizione del cardinale di Parigi Emmanuel Suhard, che – con la fondazione della Missione di Francia – concesse ad alcuni parroci di lavorare nelle grandi industrie parigine per comprendere e per avvicinarsi al mondo operaio.
L’esigenza era forte e il cardinale, grazie anche al libro Francia: terra di missione, si era reso conto che la chiesa era ormai troppo lontana dal mondo operaio e che il cattolicesimo era visto 29 come un’esperienza lontana dalla vita reale. I preti operai cominciarono a vivere nelle fabbriche, lavoravano insieme al proletariato, condividevano le gioie e i dolori del lavoro nelle industrie, incamerando in sé i valori del mondo operaio, discutendo della mancanza di diritti fondamentali insieme ai sindacati e ai lavoratori; essi volevano dimostrare che era possibile essere cristiani in periferia e mostravano come, con la loro esperienza, fosse possi bile vivere da cristiani anche negli ambienti della fabbrica. Quella esperien za, iniziata nel 1943, terminò nel 1954 quando il pontefice Pio XII iniziò a vedere nei preti operai la pericolosità di trovarsi in un limbo, tra il mondo cattolico e quello comunista, e la loro presenza nelle fabbriche, a suo pare re, metteva in dubbio la loro identità di sacerdoti.
Tra non poche delusioni, terminò l’esperienza, ma a Parigi, probabilmente per la prima volta dopo la rivoluzione, il popolo francese cambiò opinione sulla Chiesa, non più vista in maniera ostile dagli operai, ma vicina alle loro sofferenze. Il pontificato di Pio XII terminò nel 1958 e, con esso, terminava anche un modo di essere della Chiesa tipico dei decenni precedenti: una Chiesa più chiusa in se stessa e che dal centro provava a governare il mondo. Poche settimane dopo la morte di papa Pacelli, venne eletto pontefice il cardinale Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII. Salì al soglio pontificio all’età di 77 anni e in meno di cinque anni riuscì a rinnovare nel profondo l’Istituzione ecclesiastica e il modo di essere della Chiesa nella società contemporanea.
Per rinnovare nel profondo la Chiesa, come istituzione millenaria, decise di convocare il Concilio Vaticano II che porterà enormi modifiche e immensi benefici a un papato che si proponeva di porsi al “passo dei tempi”. Giovanni XXIII agì secondo due direttrici: la prima fu la rottura dell’immagine del pontefice irraggiungibile e austero, che era poi la visione che si aveva di Pio XII e dei papi precedenti. La Chiesa, incarnata nella figura del papa, iniziava a uscire dai palazzi e dal Vaticano per andare tra la gente e tra gli ultimi. Giovanni XXIII non parlerà mai di periferie in maniera diretta (il termine è coniato nel suo significato attuale con il pontificato di Bergoglio), ma la sua attenzione era molto forte nei confronti di coloro che erano “periferici”, dando egli attenzione agli ultimi e a chi era lontano dalla Chiesa o era “uno scarto” dalla società.
Non a caso, Giovanni XXIII fu il primo pontefice a recarsi all’interno di un carcere, luogo in cui erano rinchiusi gli scarti della società, i reietti. Così come a Natale aveva fatto visita ai bambini dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma. Nella sua Enciclica Pacem in Terris, nel paragrafo riservato ai “rapporti 30 fra i cattolici e i non cattolici in campo economico-sociale-politico”, sot tolinea che “l’errante, colui che si è allontanato dalla chiesa (comunista), è sempre e comunque un essere umano e conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona”; e proprio per questo motivo deve essere sempre considerato uguale a chi è cristiano. Roncalli non considerava più i comunisti come de moni o come nemici mortali della Chiesa, ma “erranti” con una loro dignità e con una loro intelligenza, al pari dei cristiani. Si provava così sempre più un riavvicinamento tra Chiesa e mondo operaio.
L’idea di Roncalli si può semplificare nella frase pronunciata durante il famoso Discorso alla Luna in occasione dell’apertura del Concilio in cui disse: “Il papa è con noi special mente nelle ore della tristezza e dell’amarezza”, una Chiesa – dunque – che è vicina a chi soffre, agli ultimi. Il pontificato giovanneo fu tra i più brevi della storia, solamente cinque anni. Il suo successore, Paolo VI, ebbe il gravoso compito di portare a ter mine il Concilio Vaticano II e di portare a compimento quella rivoluzione interna da tanti auspicata.
Prima di essere eletto papa, Paolo VI era cardinale a Milano, città industriale con le sue difficoltà e opportunità, città con le sue grandi periferie. Paolo VI guarda oltre i confini europei ed è considerato colui che ha dato origine ai grandi viaggi pastorali cui, poi, ci hanno abituato in primis Giovanni Paolo II e a seguire i suoi successori.
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Galante Teo Oliva
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