Non è un film
Gaza, e non solo. Le guerre scorrono ogni giorno sugli schermi. Ma l’abitudine ci anestetizza: e l’indifferenza ci rende complici.
IN PUNTA DI PENNA
Gli editoriali del Direttore di Redazione Antonello Rivano
"Scrivere è un gesto delicato, quasi impercettibile, come camminare in punta di penna sulla superficie del nostro tempo. Non per dare risposte, ma per lasciare che le parole scivolino tra le pieghe della realtà, invitandoci a fermarci, a guardare più a fondo, a pensare. In un tempo che sembra divorato dalla fretta e dalla superficialità, le parole diventano fari: non per guidarci verso certezze, ma per ricordarci che riflettere è ancora possibile, che ascoltare e nominare ciò che accade ha un valore che non si misura in like o in rumore, ma nella capacità di nutrire la nostra attenzione e il nostro senso del mondo."
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Ci sono immagini che ci raggiungono senza bussare. Entrano nelle nostre case mentre ceniamo, scorrono sugli schermi del cellulare tra un messaggio e l’altro, compaiono nei notiziari in mezzo a un meteo e a uno sport. Edifici che si sgretolano. Corpi avvolti nella polvere. Bambini senza nome. Madri che gridano, occhi persi nel vuoto. Gaza, oggi. Ma potrebbe essere ovunque. Potrebbe essere ieri. Potrebbe essere domani.
La tragedia si consuma davanti ai nostri occhi, quasi in tempo reale, con una lucidità crudele, eppure non scuote più come dovrebbe. Si rischia di diventare spettatori distratti di un dolore che non ci tocca, che sembra lontano, che si trasforma in rumore di fondo. Come se tutto questo fosse normale. Come se fosse, in fondo, solo un film.
E invece non lo è.
Non è un film. Non è un documentario. Non è una serie distopica. È realtà. Quella più nuda, quella più feroce, quella che non ha bisogno di effetti speciali. È la realtà di chi muore, di chi fugge, di chi prega, di chi cerca di salvare i propri figli tra le macerie. Una realtà che ci riguarda. Sempre. Anche se non ci tocca sulla pelle, ci chiama dentro. E se la ignoriamo, se giriamo la testa, diventiamo complici.
Sì, complici. Perché l’indifferenza non è mai neutra. È scelta. È distanza volontaria. È anestesia morale. È una resa della coscienza. E in un mondo che trasmette la guerra in diretta, restare umani è l’ultimo atto di resistenza possibile.
Possiamo discutere all’infinito su chi ha ragione e chi ha torto. Possiamo leggere analisi geopolitiche, evocare la storia, accapigliarci sui numeri. Ma davanti a un bambino senza vita non c’è ideologia che tenga. Davanti a un ospedale raso al suolo, a una scuola colpita, a un pianto muto, resta solo una domanda: dove siamo noi?
Siamo quelli che “non possiamo farci niente”? Siamo quelli che “è sempre stato così”? Siamo quelli che scivolano avanti, in scroll continui, senza più saper piangere per gli altri?
Forse è vero: non possiamo fermare le bombe. Ma possiamo non accettarle come se fossero pioggia. Possiamo non rassegnarci. Possiamo scegliere di non anestetizzarci, di non abituarci al dolore altrui, di custodire la nostra empatia come un bene raro. Possiamo dire, con voce ferma, che tutto questo non è normale. Non lo sarà mai.
Perché il giorno in cui smetteremo di sentire, sarà il giorno in cui avremo smesso di essere umani.
Antonello Rivano

