Morti sul lavoro: il silenzio che fa più rumore
Se morire di lavoro diventa normale, allora a che serve chiamarlo diritto?
IN PUNTA DI PENNA
Gli editoriali del Direttore di Redazione Antonello Rivano
"Scrivere è un gesto delicato, quasi impercettibile, come camminare in punta di penna sulla superficie del nostro tempo. Non per dare risposte, ma per lasciare che le parole scivolino tra le pieghe della realtà, invitandoci a fermarci, a guardare più a fondo, a pensare. In un tempo che sembra divorato dalla fretta e dalla superficialità, le parole diventano fari: non per guidarci verso certezze, ma per ricordarci che riflettere è ancora possibile, che ascoltare e nominare ciò che accade ha un valore che non si misura in like o in rumore, ma nella capacità di nutrire la nostra attenzione e il nostro senso del mondo."
AR
Negli ultimi giorni, in Italia, il numero delle morti sul lavoro è tornato a crescere. Operai, muratori, autisti, tecnici: persone con nomi, volti, famiglie. Persone che sono uscite di casa per guadagnarsi la giornata e non sono più tornate. Eppure, queste tragedie sembrano non trovare più spazio nelle prime pagine, sepolte da altre notizie – guerre, scandali, politica – come se la routine della cronaca quotidiana potesse normalizzare l’inenarrabile.
E invece no. Non possiamo abituarci a un bollettino che, giorno dopo giorno, somiglia a quello di un conflitto silenzioso. Perché di guerra si tratta, una guerra non dichiarata che si combatte nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi agricoli. Una guerra che ha le sue vittime – e i suoi responsabili.
Dietro queste morti, troppo spesso, c’è una catena di irregolarità: contratti fittizi, talvolta inesistenti, assunzioni in nero, mansioni improvvisate senza formazione. Il diritto al lavoro – sancito dalla Costituzione – si trasforma così in un dovere di sopravvivenza, in una disperazione che spinge ad accettare qualsiasi condizione pur di portare a casa uno stipendio.
E non sono più solo i “ragazzi al primo impiego”, disposti a tutto per fare esperienza: l’età delle vittime sale, arrivando a 60, 65, perfino 67 anni. Persone che dovrebbero essere in pensione – e che invece sono ancora nei cantieri, sui camion, sui tetti – perché la pensione non basta, perché il lavoro “serve ancora”, perché qualcuno ha deciso che l’età pensionabile dovesse salire.
Chi dovrebbe godersi il riposo dopo una vita di fatica, oggi rischia la vita per portare a casa qualche centinaio di euro in più.
Eppure, a ogni nuova tragedia, il copione è lo stesso: dichiarazioni di cordoglio, promesse di inchieste, “mai più” pronunciati con la stessa rapidità con cui vengono dimenticati. Poi il silenzio.
Ma il silenzio è la vera condanna. È la conferma che la sicurezza sul lavoro non è ancora percepita come un diritto inviolabile, ma come un costo da ridurre, una voce da comprimere.
Perché il lavoro dovrebbe essere dignità, costruzione di futuro, libertà. Non una roulette russa, non una condanna, non un prezzo da pagare con la vita.
Antonello Rivano

