Pasolini e le periferie: un dialogo senza tempo
Sguardi, memorie e domande aperte su ciò che resta oggi dei suoi mondi marginali
Nelle “interviste impossibili” non cerchiamo la verità storica, ma la verità del dialogo. Immaginiamo di incontrare grandi personaggi, scomparsi nel passato remoto o più vicino a noi, ma anche figure immaginarie, e di porre loro le domande del presente. Le risposte non provengono dai manuali: sono opere di fantasia, costruite però su letture approfondite e sullo studio dei loro scritti, ricostruendo ciò che avrebbero potuto dire nello spirito delle loro idee e del loro stile.
È un esercizio di immaginazione e di ascolto: dare voce a chi non può più parlare per comprendere meglio chi siamo oggi.
La Redazione
Pasolini e le periferie: un dialogo senza tempo
di Antonello Rivano
La periferia non appartiene a nessuna città, ma a tutte. Palazzoni, muretti graffiati, odore di fritto e terra secca. Pasolini è lì, come se avesse continuato a viverci senza mai andare via. Sta guardando un ragazzo con le cuffie, seduto su un muretto.
«Le periferie cambiano forma, ma la loro anima rimane intatta. Solo che nessuno la guarda più,» dice prima ancora che io apra bocca.
Pier Paolo, cosa è rimasto delle borgate che hai raccontato?
«È rimasto il dolore. È rimasta la fame — non quella del pane, ma quella del senso. Allora c’era un’identità popolare feroce, comunitaria. Oggi vedo una solitudine che cammina in gruppo. È terribile proprio perché invisibile.»
L’omologazione che denunciavi negli anni ’70 sembra essere arrivata ovunque. Anche qui?
«È arrivata più velocemente di quanto temessi. Le periferie non sono più mondi separati: sono diventate il riflesso deformato del centro. Desiderano le stesse cose, solo che non possono averle. Ed è da questa frustrazione che nasce la rabbia.»
Un motorino sfreccia. Due ragazzi ridono, gesticolano, si spingono. Pasolini li segue con lo sguardo, con un’attenzione quasi paterna.
Esiste ancora un’identità collettiva in questi luoghi?
«Sì, ma è frammentata. Ognuno vive nella propria ferita. E una ferita non fa comunità se nessuno la riconosce, se resta muta.»
Cosa diresti ai giovani che crescono oggi in periferia, immersi tra social, trap e precarietà?
«Direi di non credere a chi li chiama “il problema”. Loro sono la conseguenza. Ma possono diventare la soluzione. Devono difendere il desiderio: è la sola forma di ribellione che non si può confiscare.»
Camminiamo tra i palazzi, attraversando una piazza sbrecciata. Una ragazzina si scatta un selfie con le amiche e scoppia a ridere. Pasolini sorride appena, come se quell’attimo contenesse tutta la forza del mondo.
Che ruolo può avere oggi l’intellettuale in un rumore così fitto?
«Parlare ha senso anche se ti ascoltano in pochi. L’intellettuale non serve a cambiare il mondo: serve a non lasciarlo solo. È un fiammifero nella notte: non illumina tutto, ma dice che qualcuno è sveglio.»
Come immagini una periferia che smetta di essere sinonimo di confine?
«Come un luogo dove si investe per giustizia, non per pietà. Dove ai ragazzi si offrono spazi, non recinti. Dove la cultura non è un privilegio, ma un diritto di nascita. Una periferia è un seme: se lo ignori marcisce; se lo curi germoglia. È semplice. Sono gli uomini a complicare ogni cosa.»
Pasolini riprende a camminare. Non sembra un fantasma né un ritorno: sembra un uomo che non ha mai abbandonato questi marciapiedi, che li ha attraversati senza sosta, anche mentre noi pensavamo che non ci fosse più.
«Ricordati una cosa,» dice senza girarsi del tutto. «La periferia non è mai solo un luogo. È un modo di essere visti. E un modo di non essere visti.»
E continua a camminare, presente come una voce che non ha mai smesso di parlare.
Antonello Rivano

