Gio. Apr 16th, 2026

25 novembre: quando non basta raccontare

Le cifre del 2025 parlano chiaro: la violenza continua. Ma anche il modo in cui la narriamo pesa. I media devono assumersi la responsabilità di andare oltre il titolo, oltre il singolo caso, oltre l’abitudine


"Scrivere è un gesto delicato, quasi impercettibile, come camminare in punta di penna sulla superficie del nostro tempo. Non per dare risposte, ma per lasciare che le parole scivolino tra le pieghe della realtà, invitandoci a fermarci, a guardare più a fondo, a pensare. In un tempo che sembra divorato dalla fretta e dalla superficialità, le parole diventano fari: non per guidarci verso certezze, ma per ricordarci che riflettere è ancora possibile, che ascoltare e nominare ciò che accade ha un valore che non si misura in like o in rumore, ma nella capacità di nutrire la nostra attenzione e il nostro senso del mondo."
AR


C’è un silenzio che pesa più del rumore: è quello che accompagna ogni donna che ha imparato a misurare i passi, a controllare il fiato, a nascondere la paura nelle tasche del quotidiano. La violenza non inizia con un colpo. Inizia molto prima, nelle parole che graffiano, nei gesti che tolgono spazio, nei “non è niente” che diventano tutto.

I numeri continuano a raccontare la stessa storia: secondo dati recenti dell’Istat, il 31,9% delle donne tra i 16 e i 75 anni ha subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Più della metà di queste violenze nasce nella coppia: il partner o ex partner è spesso responsabile anche di violenza psicologica ed economica. Nel 2025, ad oggi che scriviamo, 77 femminicidi sono già stati registrati: una tragedia che non è soltanto cronaca, ma un urlo collettivo. Ogni caso parla di una cultura che fatica a cambiare, di un sistema di prevenzione e protezione che mostra lacune e di un contesto sociale in cui la violenza può generare emulazione, replicarsi, crescere nell’indifferenza.

Oggi non possiamo accontentarci di raccontare: dobbiamo interrogarci su come raccontiamo. I media non sono spettatori neutrali: hanno un potere enorme nel modellare l’immaginario pubblico, nel decidere quali storie diventano notizia, quali dati meritano riflessione e quali restano sfumati. La copertura superficiale, il sensazionalismo, la normalizzazione del dolore femminile rischiano di alimentare quella cultura che minimizza o giustifica la violenza e lascia spazio alla riproduzione del fenomeno. Scrivere responsabilmente significa riconoscere questo ruolo, e usarlo per indicare ciò che va cambiato.

Scrivere di questa ferita non basta, ma è un modo per non lasciarla sola. È un atto di responsabilità: orientare l’attenzione non solo sulle tragedie individuali, ma su un sistema culturale e legislativo che le alimenta. Significa interrogarsi sui deficit normativi, sulle insufficienze delle misure di protezione, sulla necessità di protocolli più chiari e più efficaci, sulle risorse da destinare all’educazione al rispetto e alla parità. Ricordare che ogni storia interrotta ci riguarda, che ogni voce zittita è un vuoto nella nostra comunità, e che la libertà delle donne è la misura più onesta della nostra civiltà.

In questo 25 novembre, In Punta di Penna sceglie di stare dalla parte delle parole che contano: quelle che raccontano senza ferire, che illuminano senza sensazionalismo, che trasformano il silenzio in ascolto. Perché le cronache da sole non bastano: è dalla responsabilità di ciascuno, dalla consapevolezza dei media e dalla capacità di ripensare il sistema che nasce il cambiamento. Parlare, ascoltare, proteggere: è così che si costruisce una società che non tolleri più la violenza e restituisca dignità a chi troppo a lungo è stata costretta a tacere.

Antonello Rivano

image_printDownload in PDF