Gio. Apr 16th, 2026

Mercosur, il prezzo nascosto del libero scambio

Dietro l’accordo tra Europa e Sud America si giocano ambiente, diritti del lavoro e il futuro dei nostri territori


"Scrivere è un gesto delicato, quasi impercettibile, come camminare in punta di penna sulla superficie del nostro tempo. Non per dare risposte, ma per lasciare che le parole scivolino tra le pieghe della realtà, invitandoci a fermarci, a guardare più a fondo, a pensare. In un tempo che sembra divorato dalla fretta e dalla superficialità, le parole diventano fari: non per guidarci verso certezze, ma per ricordarci che riflettere è ancora possibile, che ascoltare e nominare ciò che accade ha un valore che non si misura in like o in rumore, ma nella capacità di nutrire la nostra attenzione e il nostro senso del mondo."
AR


Mercosur. Una parola che sembra lontana, tecnica, quasi astratta. E invece riguarda molto da vicino quello che mangiamo, il lavoro che vogliamo difendere e il futuro ambientale che diciamo di voler costruire.

L’accordo tra Unione Europea e i Paesi del Mercosur, cioè Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay e Bolivia, viene presentato come una grande opportunità economica. Più scambi, più esportazioni, più crescita. Ma dietro questa narrazione si nasconde una verità più scomoda: non tutti pagheranno lo stesso prezzo.

In Europa chiediamo ai nostri agricoltori di produrre in modo più pulito, di ridurre pesticidi, di rispettare il benessere animale e le regole ambientali. È giusto. È una conquista civile. Ma nello stesso tempo stiamo aprendo le porte a prodotti che arrivano da Paesi dove quelle regole non esistono o sono molto più deboli. Carne, soia, zucchero prodotti con costi bassissimi perché ottenuti con pratiche che qui sarebbero vietate.

Questo non è libero mercato. È concorrenza sleale mascherata da commercio.

E non è solo una questione economica. Per aumentare le esportazioni verso l’Europa, in Sud America si espandono allevamenti e coltivazioni a scapito delle foreste. L’Amazzonia viene abbattuta per far spazio ai pascoli e ai campi di soia. Mentre in Europa parliamo di transizione ecologica, stiamo semplicemente spostando la distruzione dall’altra parte del mondo.

Poi c’è il lavoro. In molti Paesi del Mercosur le tutele per i lavoratori agricoli sono fragili. I controlli sono scarsi, i salari bassi, le condizioni spesso durissime. Importare quei prodotti significa anche importare, indirettamente, quello sfruttamento. Vuol dire premiare chi risparmia sui diritti.

A guadagnare davvero da questo accordo non sono i cittadini né i piccoli produttori. Sono le grandi multinazionali dell’industria e dell’agroalimentare, che cercano nuovi mercati e nuovi profitti. A perdere rischiano di essere gli agricoltori europei, le comunità rurali, l’ambiente e chi crede che il lavoro debba essere tutelato ovunque, non solo dentro i nostri confini.

La vera domanda non è se l’accordo Mercosur farà crescere il commercio. La domanda è che tipo di mondo stiamo costruendo se per vendere di più siamo disposti a chiudere gli occhi su deforestazione, inquinamento e sfruttamento.

Dietro una sigla ci sono scelte. E dietro quelle scelte c’è sempre una responsabilità.

Antonello Rivano

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