La Preside: tra banchi e strade, la fiction che parla di Caivano
Rai 1 porta in prima serata la storia di una dirigente scolastica determinata a cambiare la vita dei suoi studenti in un territorio complesso

Ieri, 12 gennaio 2026, è iniziata su Rai 1 la serie La Preside, con Luisa Ranieri nei panni di Eugenia Liguori, dirigente scolastica decisa a cambiare il volto della sua scuola a Caivano. Non è la classica fiction: qui la scuola non è uno sfondo, ma un vero campo di battaglia sociale, dove ogni studente conquistato rappresenta una piccola vittoria contro l’abbandono, le difficoltà familiari e la marginalità.
C’è una parola che attraversa tutta La Preside senza essere mai pronunciata apertamente: frontiera. La scuola raccontata nella serie non è solo un edificio pubblico, ma un confine fragile tra ciò che può ancora essere salvato e ciò che rischia di perdersi per sempre. E che questa storia sia ambientata a Caivano non è una scelta narrativa qualunque: è una presa di posizione.
La fiction Rai con Luisa Ranieri non nasce per rassicurare, ma per disturbare dolcemente lo sguardo dello spettatore. Dietro la figura di Eugenia Liguori – dirigente scolastica ispirata a una storia vera – non c’è l’ennesima eroina televisiva, ma una donna che decide di rimanere dove tutto spinge ad andarsene. In un territorio in cui l’abbandono scolastico è spesso l’anticamera dell’abbandono sociale, la scuola diventa l’ultimo luogo in cui il futuro può ancora essere discusso.

Caivano, nella serie, non è la periferia da cartolina del degrado. È un luogo reale, vivo, contraddittorio, fatto di famiglie stanche, di ragazzi che oscillano tra desiderio di fuga e rassegnazione, di strade che offrono risposte rapide quando le istituzioni arrivano tardi. Il quartiere non è uno sfondo, è un personaggio. Influenza i destini, detta le regole non scritte, pesa sulle scelte di chi prova a cambiare le cose.
Ed è qui che La Preside colpisce più a fondo: racconta una scuola che non può permettersi di essere neutrale. A Caivano andare a scuola non è un gesto scontato, è una presa di posizione. Significa sottrarsi a una logica che vuole i ragazzi utili alla strada prima ancora che alla vita. Ogni studente recuperato non è solo una promozione didattica, ma una sconfitta per quel sistema informale che prospera sul vuoto educativo.
La figura di Eugenia Liguori è costruita con una tensione continua tra idealismo e pragmatismo. Non è una santa laica né una salvatrice solitaria. È una dirigente che sa di dover mediare, trattare, talvolta perfino scendere a compromessi pur di tenere i ragazzi dentro la scuola. La serie non nasconde il lato scomodo di questa scelta: educare in certi territori significa anche entrare in conflitto con le famiglie, con le abitudini, con una cultura della sopravvivenza che ha sostituito quella delle possibilità.
In questo senso, La Preside racconta una pedagogia di frontiera. Una scuola che non può limitarsi ai programmi ministeriali perché prima deve ricostruire il senso stesso dello stare insieme. I corridoi diventano luoghi di negoziazione, le aule spazi di resistenza, il registro un atto politico. La vera posta in gioco non è il voto finale, ma la capacità di immaginarsi ancora dentro una storia diversa da quella che il territorio sembra imporre.
Caivano diventa così una metafora potente delle periferie italiane. Non solo geografiche, ma sociali, culturali, educative. Territori dove lo Stato spesso si manifesta più attraverso la repressione che attraverso la presenza quotidiana, e dove la scuola resta uno degli ultimi presìdi civili non armati. La scelta della serie di mettere al centro una preside, e non un poliziotto o un magistrato, è tutt’altro che neutra: suggerisce che la vera sicurezza si costruisce prima, tra i banchi, non dopo, nei tribunali.
In un’epoca in cui la televisione tende a rifugiarsi nella nostalgia o nell’intrattenimento leggero, La Preside riporta la fiction a una funzione che sembrava smarrita: raccontare l’Italia che fa fatica, senza indulgere né nel pietismo né nella demonizzazione. Caivano non è un “caso umano” da compatire, ma un luogo in cui si gioca una partita che riguarda tutti: quella tra abbandono e responsabilità, tra destino e scelta.
Alla fine, ciò che la serie ci dice è semplice e spietato: se perdi la scuola, perdi il quartiere. Se perdi il quartiere, perdi una generazione. La Preside non offre soluzioni facili, ma pone una domanda che resta addosso anche dopo i titoli di coda: quanto vale, oggi, un’aula piena di ragazzi in un territorio che li vorrebbe altrove?
E forse è proprio questo il merito più grande della serie: ricordarci che, in luoghi come Caivano, la scuola non è un servizio. È un atto di resistenza civile.
Redazione Cultura e Spettacolo

