Mar. Giu 16th, 2026

Il fascino criminale raccontato dai media

Da Gomorra ai true crime, la narrazione della criminalità oscilla tra informazione e fascinazione, ponendo domande sul ruolo dei media nel raccontare la violenza

di Lucia Sforza

C’è una domanda che da anni divide giornalisti, criminologi e lettori: raccontare il crimine serve davvero a combatterlo oppure rischia di renderlo affascinante?

Negli ultimi decenni il male è diventato quasi un prodotto culturale. Serie tv, podcast crime, documentari Netflix, romanzi e inchieste giornalistiche hanno trasformato boss mafiosi, serial killer e criminali in personaggi riconoscibili, studiati e persino idolatrati da una parte del pubblico. Basta guardare il fenomeno di Gomorra, nato dal libro di Roberto Saviano e diventato una delle rappresentazioni più potenti e discusse della criminalità organizzata contemporanea.

Saviano non ha mai romanticizzato la camorra. Al contrario, ha mostrato un sistema violento, soffocante, costruito sulla paura e sul sangue. Eppure il paradosso esiste: molti giovani hanno iniziato ad imitare linguaggio, atteggiamenti e perfino estetica dei personaggi criminali raccontati nella serie. È il punto in cui il racconto realistico rischia di trasformarsi in spettacolo.

La criminologia da tempo studia questo fenomeno. Quando il criminale viene rappresentato come intelligente, potente o invincibile, il pubblico tende inconsciamente a costruire una figura quasi mitologica. Non è un caso che serial killer come Ted Bundy o boss mafiosi come Pablo Escobar siano diventati protagonisti di film, serie e fanpage online. La narrazione mediatica spesso finisce per superare la realtà giudiziaria.

Il problema non riguarda solo il cinema o le piattaforme streaming. Anche il giornalismo ha una responsabilità enorme. Titoli sensazionalistici, dettagli morbosi e cronaca trasformata in intrattenimento possono alterare completamente la percezione collettiva del crimine. Il rischio è quello di desensibilizzare le persone: più il male viene consumato come contenuto quotidiano, meno sembra reale.

Eppure raccontare la criminalità resta fondamentale. Tacere significherebbe lasciare spazio all’omertà, all’ignoranza e alla superficialità. La differenza sta nel modo in cui si racconta. Informare non significa creare eroi criminali. Significa spiegare i meccanismi sociali, economici e psicologici che permettono alla violenza di esistere.

Forse oggi il vero compito del giornalismo e della criminologia è proprio questo: togliere fascino al male senza smettere di guardarlo in faccia.

[Immagine di copertina elaborata da AntoRiva con il supporto dell’intelligenza artificiale per © Polis SA Magazine]

Lucia Sforza

Lucia Sforza è giornalista pubblicista e scrittrice di romanzi gialli a sfondo psicologico e politico. Laureata in Scienze dei Servizi Giuridici con indirizzo in Scienze delle Investigazioni e della Sicurezza presso l’Università “Luigi Vanvitelli”, ha approfondito criminologia, diritto penale e psicologia criminale. Collabora con testate di cronaca nera e politica, occupandosi di inchieste, interviste e copertura di eventi, con particolare attenzione all’analisi delle dinamiche investigative e giudiziarie. È autrice dei romanzi Scusate la follia e Scacco Matto – quello che l’Italia ci spinge a fare, nei quali unisce ricerca criminologica e costruzione narrativa complessa. Il suo lavoro coniuga approccio giornalistico e studio dei comportamenti criminali, con un focus costante sulle dinamiche psicologiche e sociali dei fatti di cronaca.

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