Lun. Ago 10th, 2026
giovane con valigia alla stazione dei treni durante la partenza, simbolo di emigrazione giovanile e riflessione sul futuro

La fuga delle prospettive

Non è più soltanto la fuga dei cervelli: sempre più giovani lasciano l’Italia alla ricerca di lavoro, stabilità e opportunità che spesso non riescono a trovare nel proprio Paese



La fuga delle prospettive: l’Italia che perde i suoi giovani

C’è un’immagine che racconta più di molte statistiche: una valigia pronta sul letto, qualche documento da sistemare, un biglietto acquistato con la consapevolezza che forse il ritorno non sarà così semplice.

È l’immagine di tanti giovani italiani che scelgono di andare via. Non sempre per inseguire un sogno, spesso semplicemente per cercare una possibilità.

Per anni abbiamo parlato di “fuga dei cervelli”, immaginando ricercatori, scienziati, professionisti altamente qualificati diretti verso università e aziende straniere. Oggi il fenomeno è più ampio: a partire sono anche diplomati, tecnici, giovani lavoratori, persone che non cercano necessariamente una carriera internazionale, ma condizioni più favorevoli per costruire la propria vita.

I numeri raccontano un fenomeno che non può più essere considerato marginale. Nel 2024 le emigrazioni dall’Italia hanno raggiunto livelli record: circa 191 mila persone hanno trasferito la propria residenza all’estero, di cui circa 156 mila cittadini italiani.

Nel 2025 il fenomeno si è ridimensionato, ma resta significativo: oltre 100 mila cittadini italiani hanno lasciato il Paese. La diminuzione rispetto all’anno precedente è legata anche a fattori statistici e amministrativi, ma non cambia la sostanza: l’Italia continua a essere un Paese dal quale molti scelgono di partire.

E il dato più importante riguarda chi parte. Sono soprattutto giovani e adulti in età lavorativa, proprio quella fascia di popolazione sulla quale dovrebbe costruirsi il futuro del Paese.

Perché se ne vanno?

La risposta più immediata riguarda gli stipendi. Ed è difficile negare il problema: in molti settori le retribuzioni iniziali italiane sono meno competitive rispetto a quelle offerte da altri Paesi europei. Ma sarebbe riduttivo pensare che tutto si riduca al denaro.

Molti giovani cercano soprattutto prospettive.

Cercano un mercato del lavoro dove l’impegno possa trasformarsi in crescita professionale. Cercano percorsi più chiari, riconoscimento delle competenze, la possibilità di diventare autonomi senza dover rimandare ogni scelta importante.

Perché il problema non è soltanto trovare un lavoro. È riuscire a costruire una vita attorno a quel lavoro.

Un giovane può accettare un periodo di sacrificio, una fase iniziale difficile, qualche rinuncia. Quello che diventa difficile da accettare è l’incertezza senza una direzione: anni di precarietà, salari insufficienti, il costo della casa sempre più lontano dalle possibilità di chi inizia il proprio percorso.

E così partire diventa una scelta comprensibile.

Non perché l’Italia sia un Paese senza qualità. Al contrario: continuiamo a formare giovani preparati, spesso apprezzati e ricercati all’estero. Il paradosso è che investiamo nella loro formazione, ma troppo spesso non riusciamo a creare condizioni sufficienti perché possano mettere quelle competenze al servizio del Paese.

Il fenomeno riguarda anche i territori. Le aree interne, molti comuni del Mezzogiorno, ma anche diverse realtà periferiche del Nord vedono diminuire la presenza delle nuove generazioni. E quando un territorio perde giovani, non perde soltanto abitanti: perde iniziativa, idee, imprese, energie.

Chi parte non porta via soltanto una valigia.

Porta con sé anni di formazione, competenze, creatività, capacità e aspettative. Ogni giovane che lascia il Paese rappresenta qualcosa che si sposta altrove: non soltanto una persona, ma una parte delle possibilità future dell’Italia.

Questo non significa considerare chi emigra come qualcuno che abbandona il proprio Paese. Molti mantengono legami profondi con l’Italia, alcuni tornano, altri continuano a essere un ponte tra realtà diverse.

Ma quando un’intera generazione guarda altrove per trovare opportunità che qui non riesce più a vedere, il problema diventa evidente: non stiamo perdendo soltanto lavoratori, ma anche idee, energie, nuove imprese e capacità di innovare. Stiamo perdendo una parte del nostro futuro, perché con loro si allontanano anche molte delle prospettive su cui dovrebbe costruirsi il Paese di domani.

Un Paese non vive soltanto del presente. Vive della capacità delle nuove generazioni di immaginare e costruire il domani.

La vera emergenza, quindi, non è una valigia pronta sul letto.

È il rischio che quella valigia, per troppi giovani italiani, sia diventata l’unica porta verso il futuro.

Antonello Rivano

image_printDownload in PDF