OL – Orizzonti Letterari N° 13
Uno spazio aperto alla poesia, ai racconti, alla prosa e alle molte forme attraverso cui la scrittura racconta il mondo

La parola può diventare racconto, poesia, memoria, immaginazione. Può seguire le regole della prosa o liberarsene, cercare una storia o fermarsi su un’emozione, un’immagine, un pensiero. Può essere breve come un respiro o distendersi nel tempo. E a volte può incontrare un’altra forma di espressione: un’immagine, una fotografia, una suggestione visiva capace di accompagnarla e darle un’altra voce.
Orizzonti Letterari è lo spazio che Polis SA Magazine dedica alla scrittura in tutte le sue forme: poesia, racconti, prose, memorie e contaminazioni letterarie. Uno spazio aperto anche ai lettori, alle voci e agli sguardi di chi sente il bisogno di affidare alle parole qualcosa di sé, della propria esperienza o del mondo che attraversa.
Perché la letteratura non ha confini precisi. A volte racconta una storia, altre volte custodisce un ricordo, dà forma a un’emozione o prova semplicemente a fermare un pensiero prima che il tempo lo porti via. E può incontrare un’immagine, lasciando che siano entrambe, parole e immagini, a costruire un significato.
Orizzonti Letterari nasce per questo: lasciare alla parola la libertà di trovare la propria forma, anche quando quella forma va oltre le parole.
👉Per inviarci i vostri scritti, scrivete a redazione@edizionipolis.it
In questo numero:
Poesie:
- la Poesia di Danila Olivieri:
IL TEMPO DELLO STUPORE – di Danila Olivieri - I versi balzani di Sara
PRONTA CONSEGNA – di Sara Piccardo
Racconti
- I racconti del capitano:
IL CAPITANO E IL PRIMO BIANCO DEL MARE – di Antonello Rivano
Prose
- L’angolo dei lettori:
LE COSE CHE NON FANNO RUMORE – Anonimo
POESIA
La parola che diventa emozione
La Poesia di Danila Olivieri

l tempo dello stupore
S’invola la lanugine dei pioppi
e di bambagia imbianca l’ aria,
il tramontano soffia
ma forte scalda il sole
e solo ricama un gabbiano
bianchi sentieri nell’ azzurro.
…E la gioia che fa trattenere il respiro
e prolunga l’istante,
(ché il vero tempo vissuto è soltanto
quello dello stupore e della bellezza),
la gioia è nel volo solitario
che indugia in giochi d’aria
e improvviso va via e s’inciela
Danila Olivieri – Inedita – ©Tutti i diritti riservati
I Versi Balzani di Sara

Pronta consegna
Stiamo ingranando
Buoni pretesti in progressione
Cercando il corpo più insofferente
Nessuna voglia di parlare
E vivere in equilibrio su un dato numerico
È tutto ovattato nel dubbio
Sposare le tue idee a velocità supersonica
Non incolparmi se lo trovo divertente
È il momento migliore per vendere
I movimenti giusti per la vita di qualcun altro
Bisogna arginare filtrare analizzare
Nessun controllo al centro del bersaglio
Fermiamoci un istante dopo il distacco
È giusto rispondere in pronta consegna?
Sara Piccardo – Inedita – ©Tutti i diritti riservati
RACCONTI
Piccole storie, grandi orizzonti
I racconti del capitano
Una serie scritta da Antonello Rivano

Il capitano e il primo bianco del mare
Il capitano lo sapeva. L’estate non finisce quando il calendario decide di voltare pagina, né quando gli ultimi turisti chiudono le valigie e lasciano le spiagge. L’estate finisce quando il mare cambia voce.
Per mesi l’aveva visto distendersi sotto il sole, azzurro e tranquillo, con quelle giornate in cui l’acqua sembra una lastra di vetro e persino il vento si concede il lusso di riposare. Poi, una mattina, arrivavano le prime nuvole. Non quelle leggere, che passano senza lasciare traccia, ma quelle basse, gonfie, cariche di pioggia, che si spingono da ponente e fanno sembrare il cielo più vicino alla terra.
Il capitano le riconosceva da lontano. Annusava l’aria, guardava l’orizzonte e non aveva bisogno di consultare le previsioni. C’era un odore particolare, quando la pioggia tornava dopo mesi di siccità: la terra assetata, le pietre bagnate, le foglie che si scrollavano di dosso la polvere dell’estate. E poi quel primo scroscio, improvviso, che sembrava svegliare ogni cosa.
Ma era il mare, soprattutto, a raccontargli che la stagione era cambiata.
Le onde cominciavano a sollevarsi, prima timidamente, poi con maggiore insistenza. Il blu si faceva scuro, quasi metallico, e lungo gli scogli comparivano le prime strisce bianche. La spuma si allargava sulle rocce, si ritirava, tornava a colpire con un rumore sordo. Era come se il mare, dopo aver custodito per mesi il silenzio dell’estate, avesse finalmente qualcosa da dire.
Il capitano restava a guardare. Non si lasciava ingannare dalla bellezza di quel bianco. Sapeva che dietro ogni onda c’era una forza da rispettare, e che il mare, quando cominciava a imbiancarsi, non lo faceva per mettersi in mostra. Lo faceva perché era tornato a essere se stesso.
«Eccoci», mormorava, come se salutasse un vecchio amico. «Adesso comincia la stagione vera».
A quel punto gli tornò in mente un inverno di tanti anni prima. Era giovane, allora, e aveva appena cominciato a credere di conoscere il mare. Una sera era uscito dal porto convinto che il tempo avrebbe retto. Il cielo, all’inizio, non sembrava così minaccioso, ma nel giro di un’ora il vento aveva girato e le onde avevano cominciato a crescere. La costa era diventata una sagoma scura, il mare si rompeva contro la prua e ogni schizzo di spuma gli gelava il viso. Per un momento aveva avuto paura, una paura vera, di quelle che non si raccontano volentieri quando si torna a terra. Era riuscito a rientrare, stanco e fradicio, con le mani indolenzite e il cuore ancora in tumulto. Il vecchio marinaio che lo aspettava sul molo non gli aveva chiesto come fosse andata. Gli aveva soltanto passato una coperta sulle spalle e detto: «Ricordatelo, ragazzo. Il mare bello lo amano tutti. È quello cattivo che ti insegna se hai davvero imparato a navigare».
Il capitano non aveva mai dimenticato quelle parole. E ogni volta che vedeva il primo bianco sulle onde, gli sembrava di rivedere quel vecchio sul molo, con la coperta tra le mani e la saggezza di chi aveva già attraversato molti inverni.
Intorno, il paese rallentava. Le barche venivano tirate più in alto, le cime controllate, le persiane chiuse prima del tramonto. Sulle banchine restavano poche persone, quelle che al mare non chiedevano soltanto una giornata di sole. Qualcuno si fermava accanto al capitano e gli domandava quanto sarebbe durato il maltempo. Lui alzava le spalle. «Il mare non ha un orario. E la pioggia non firma promesse».
Poi sorrideva, perché sapeva anche un’altra cosa. Le prime piogge non portavano soltanto disagi e cieli grigi. Portavano il profumo della terra che si rinnova, riempivano i fossi, lavavano le strade, restituivano colore alle colline. E quel mare agitato, che a qualcuno sembrava aver perso la dolcezza dell’estate, preparava già nuove giornate limpide, nuove albe, nuove partenze.
Una sera, mentre il vento spingeva le nuvole verso l’isola e la schiuma correva lungo la costa, il capitano rimase ancora un po’ sul molo. Aveva il bavero alzato e le mani in tasca. Guardava il bianco delle onde dissolversi nel buio, una dopo l’altra, senza mai essere davvero uguale al precedente.
Pensò che anche gli uomini, in fondo, assomigliano al mare. Passano stagioni in cui cercano la quiete, altre in cui devono affrontare il vento. Ci sono momenti in cui tutto sembra scorrere senza fatica e altri in cui anche il passo più breve diventa una traversata. E ci sono inverni che non portano soltanto freddo e pioggia, ma dubbi, attese e giornate in cui sembra impossibile scorgere qualcosa oltre la linea scura dell’orizzonte.
Eppure, proprio allora, bisogna imparare a tenere la rotta.
Quando si voltò per tornare a casa, la pioggia aveva ripreso a cadere. Non si affrettò. Si fermò ancora una volta a guardare l’orizzonte, ormai quasi invisibile.
L’estate se n’era andata, ma il mare era ancora lì.
E il capitano sapeva che il mare non gli avrebbe mai risparmiato l’inverno. Perché non esiste estate che non chieda di essere attesa, né sole che possa brillare per sempre. Per godersi un’altra estate, bisogna avere il coraggio di attraversare l’inverno, di resistere al vento contrario, alla pioggia che sferza il viso e a quei giorni in cui l’orizzonte scompare dietro una cortina di grigio. Bisogna accettare che il mare si imbianchi di spuma, che le onde facciano paura e che qualche volta anche il porto più sicuro sembri lontano.
Poi, un giorno, senza chiedere permesso, il vento cambierà direzione. Le nuvole si apriranno, il sole tornerà a posarsi sull’acqua e il mare, quasi per farsi perdonare, riprenderà il colore dei ricordi più belli.
Il capitano lo sapeva bene: per godersi un’altra estate, c’è sempre un inverno da attraversare. Non si tratta soltanto di resistere alla stagione cattiva, ma di non smettere di credere in quella che verrà. Perché il mare non promette che il sole tornerà domani. Ti chiede soltanto di tenere duro, di non confondere una stagione con tutta la vita, di continuare a guardare l’orizzonte anche quando non riesci più a vederlo.
E così, mentre la pioggia gli bagnava il viso, il capitano sorrise. Non perché l’inverno gli piacesse, ma perché sapeva che, prima o poi, sarebbe tornato il tempo di salpare verso il sole.
Sempre.
Antonello Rivano – Inedito – ©Tutti i diritti riservati
PROSE
Pensieri, memorie e parole in libertà
L’angolo dei lettori

Le cose che non fanno rumore
Ci sono cose che accadono senza fare rumore. Non finiscono sui giornali, non diventano argomento di conversazione, non lasciano tracce che qualcuno si preoccupi di conservare. Eppure, a volte, sono proprio quelle a cambiare il corso delle nostre giornate, e persino il modo in cui guardiamo la vita.
Una porta che non si apre più, una voce che non sentiamo da tempo, una strada che percorriamo senza più riconoscere le persone incontrate per anni. Piccoli cambiamenti, quasi invisibili, che si accumulano mentre siamo occupati a inseguire altro. Poi, un giorno, ci voltiamo indietro e ci accorgiamo che qualcosa è finito. Non sappiamo dire quando sia successo, né in quale momento abbiamo smesso di accorgercene. Sappiamo soltanto che non è più come prima.
Forse è questo che significa diventare grandi: imparare che non tutte le perdite hanno il rumore di una porta sbattuta. Alcune se ne vanno in punta di piedi, lasciandoci il tempo di abituarci alla loro assenza prima ancora di aver compreso che ci mancheranno.
Anche le persone cambiano così. Ci sono quelle che credevamo destinate a restare e che, un poco alla volta, diventano ricordi. Altre, invece, rimangono lontane per anni e continuano ad abitare un angolo della nostra vita con una presenza che non ha bisogno di essere rinnovata. Abbiamo imparato a confondere la vicinanza con l’affetto, le parole con la sincerità, la presenza con il bene. Ma il tempo, che non è sempre un buon maestro, almeno su questo finisce per insegnarci qualcosa: non tutto ciò che ci sta vicino ci appartiene, e non tutto ciò che è lontano ci ha dimenticati.
E poi ci siamo noi, con le nostre contraddizioni, con le occasioni perdute e quelle che abbiamo lasciato passare perché non eravamo pronti. Ci giudichiamo spesso per ciò che non abbiamo fatto, dimenticando le volte in cui abbiamo resistito senza che nessuno se ne accorgesse. Perché anche la fatica di andare avanti, quando nessuno applaude e nessuno domanda come stiamo davvero, è una forma di coraggio.
A volte penso che dovremmo imparare a guardarci con la stessa indulgenza con cui guardiamo una vecchia fotografia. Non chiediamo a quei volti di essere diversi da ciò che erano, non rimproveriamo loro le rughe che ancora non avevano, gli errori che non potevano conoscere, le strade che non sapevano dove li avrebbero condotti. Li osserviamo e basta. E, per un istante, comprendiamo che anche noi abbiamo fatto ciò che potevamo con quello che avevamo, con la paura, l’inesperienza e le speranze di allora.
La vita, in fondo, non ci chiede di arrivare dappertutto. Ci chiede, semmai, di accorgerci di dove siamo. Di non attraversare gli anni come si attraversa una stazione, preoccupati soltanto di non perdere il treno successivo. Di concederci il tempo di ascoltare una persona fino in fondo, di osservare il cielo prima che cambi colore, di dire una parola buona quando non costa nulla, ma può significare molto per chi la riceve.
Non so se con il passare degli anni diventiamo più saggi. Forse diventiamo soltanto più consapevoli di quanto poco sappiamo e di quanto sia fragile ciò che consideriamo scontato. Impariamo che non possiamo trattenere tutto, che alcune risposte non arriveranno e che certe domande, invece di trovare una soluzione, finiranno per diventare parte di noi.
Eppure, nonostante tutto, continuiamo a fare progetti, a sperare, a mettere un fiore sul davanzale e ad aspettare che arrivi la bella stagione. Continuiamo a credere che domani possa esserci qualcosa di buono, anche quando ieri ci ha lasciato qualche motivo in meno per farlo.
Forse la speranza è proprio questo: non la certezza che le cose andranno bene, ma la disponibilità a non considerarle perdute prima ancora che abbiano avuto il tempo di accadere.
E allora, se c’è una cosa che vorrei imparare davvero, è questa: non aspettare che qualcosa finisca per riconoscerne il valore. Non aspettare il silenzio per rimpiangere una voce, la distanza per comprendere una presenza, il tempo perduto per accorgermi di quanto ne avessi ancora.
Perché un giorno, senza avvertirci, anche le cose più semplici diventeranno ciò che chiamiamo passato.
E forse, quel giorno, non ci mancherà tanto la vita che abbiamo vissuto, quanto quella parte di vita che avevamo davanti agli occhi e che, presi dalla fretta di arrivare altrove, non ci siamo fermati a guardare.
Anonimo – Inedito – ©Tutti i diritti riservati
👉Per inviarci i vostri scritti, scrivete a redazione@edizionipolis.it
Le immagini pubblicate sono originali e condivise con il consenso degli autori. Quando il nome non compare, è per scelta dell'autore stesso. Alcune immagini sono state realizzate o rielaborate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale
©Tutti i diritti riservati ai sensi della Legge 633/1941 sul diritto d’autore e delle normative internazionali sul copyright. È vietata la riproduzione, anche parziale, senza il permesso scritto della redazione di ®Polis SA Magazine

