Lun. Ott 26th, 2026

Il lusso nella Genova del Cinquecento e del Seicento

A Mele, in provincia di Genova, il primo incontro del Centro Studi Storici del Ponente Genovese dedicato a palazzi, argenti, tessuti preziosi e corallo nella storia della Repubblica genovese

La storia racconta il passato, ma parla anche del presente: perché ciò che è accaduto continua a vivere nei luoghi, nelle persone, nelle parole e nella memoria


Il lusso nella Genova del Cinquecento e del Seicento

Palazzi, argenti, tessuti preziosi e corallo raccontano la ricchezza della Repubblica genovese tra prestigio sociale, arte e commerci.

di Matteo Agrosi e Gabriele Dal Cin

Con il patrocinio del Comune di Mele, l’organizzazione dell’Associazione culturale Le Muse e l’ospitalità del Museo della Carta di Mele, presentato da Enzo Dagnino, si è svolto il primo incontro del Centro Studi Storici del Ponente Genovese dedicato alla vita e agli usi e costumi della Genova del passato. Un percorso attraverso la ricchezza della città, con particolare attenzione al lusso come espressione economica, sociale e culturale.

Da sinistra, il Dott. Matteo Agrosi presidente del consorzio “Il cammino di Santa Limbania” con Enzo Dagnino

La ricchezza e il prestigio della Genova aristocratica

A Genova il lusso conobbe una diffusione particolarmente significativa tra la fine del XVI e la prima metà del XVII secolo, quando la ricchezza dell’aristocrazia raggiunse livelli considerevoli. Grazie alle posizioni commerciali acquisite nel Cinquecento, i genovesi svilupparono una grande potenza bancaria, facendo della città un centro fondamentale per i movimenti di denaro e le lettere di cambio dirette verso il Nord Europa.

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La ricchezza accumulata si tradusse in una straordinaria attività edilizia, definita «pietrificazione» del capitale. Dal 1551 presero avvio i lavori per Strada Nuova, oggi via Garibaldi, simbolo del prestigio raggiunto da nobili e finanzieri. Famiglie come i Balbi costruirono palazzi monumentali, destinati non soltanto alla vita privata, ma anche alla rappresentanza e all’accoglienza di ospiti di alto rango.

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Gli interni venivano arricchiti con arazzi, dipinti e arredi preziosi. La presenza di artisti come Rubens e Van Dyck testimonia il legame tra la ricchezza genovese e la grande stagione artistica europea. Anche gli argenti erano diffusissimi: a metà Seicento, un visitatore osservava come persino famiglie di condizioni modeste possedessero oggetti realizzati con questo metallo.

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Gli inventari delle grandi casate documentano patrimoni eccezionali. Nel 1606 la raccolta di Gian Andrea Doria superava le due tonnellate di argenti; Giacomo Lomellini ne lasciò circa 270 chilogrammi nel 1652, mentre nel 1669 Onorato II Grimaldi disponeva di circa 750 chilogrammi. Argenteria, gioielli, dipinti e tessuti preziosi erano al tempo stesso segni di prestigio e forme di conservazione della ricchezza.

Lusso, abiti e gioielli: simboli di potere

Lo sfarzo spinse le autorità a introdurre leggi suntuarie per contenere le spese e disciplinare l’abbigliamento, i gioielli e le cerimonie. Nel 1449 furono vietati alcuni tessuti preziosi, mentre nel 1506 vennero stabiliti limiti alla quantità di seta utilizzabile negli abiti e alla larghezza delle maniche. Le restrizioni riguardarono anche perle, braccialetti e anelli; furono inoltre regolamentate le spese matrimoniali e persino le pietanze dei banchetti nuziali.

L’abbigliamento rappresentava uno dei principali strumenti di comunicazione del rango. Le dame genovesi erano note per l’uso del manto o della sbernia, indossato quando uscivano di casa come segno di decoro e rispettabilità. Anche i dogi esibivano abiti sontuosi, mentre le nobildonne affidavano ai tessuti preziosi una parte essenziale della propria immagine pubblica.

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Un esempio celebre è il ritratto di Brigida Spinola Doria, dipinto da Rubens nel 1606. Il suo abito, una vera e propria «montagna di stoffa», esalta la figura e il volto, mostrando come quantità, qualità e lavorazione dei materiali contribuissero a comunicare ricchezza e prestigio.

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Nel ritratto di Paolina Adorno, moglie di Anton Giulio Brignole Sale, il tessuto prezioso costituisce già il principale ornamento della figura. L’oro presente nell’abito lascia spazio a pochi gioielli, mentre perle e pietre preziose sembrano concentrarsi nell’acconciatura.

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Catene, perle e gemme non erano soltanto ornamenti: rappresentavano beni di valore, utilizzabili anche per ottenere prestiti o effettuare pagamenti. Il lusso poteva quindi essere, oltre che ostentazione, una forma di investimento.

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Il corallo, da Tabarca ai commerci genovesi

Accanto alle gemme, il corallo ebbe un ruolo importante nei commerci genovesi. Se le pietre preziose erano soprattutto associate all’aristocrazia, il corallo veniva utilizzato anche dai ceti popolari e dalla borghesia. Nel 1462 i genovesi avevano ottenuto dalla dinastia hafside di Tunisi il monopolio per lo sfruttamento delle pescherie di corallo di Marsacares.

Il legame tra Genova e il commercio del corallo si intrecciò anche con la storia di Tabarca. Dal 1543 al 1571, la famiglia Lomellini, insieme a Francesco Grimaldi, gestì l’isola, al largo delle coste tunisine, dove lo sfruttamento dei ricchi banchi di corallo costituì una delle principali attività economiche e commerciali, legando profondamente la storia dell’isola alle fortune mercantili genovesi.

Il corallo nell’arte: tra pittura e ornamenti

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A Genova il corallo era comunemente associato agli ornamenti popolari, come mostrano alcune figure femminili dei presepi e la Cuoca di Bernardo Strozzi. Per questo suscita curiosità il ritratto di una donna con una straordinaria collana di corallo attribuito a Guilliam van Deynen.

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Se la donna fosse genovese, si potrebbe ipotizzare un legame con una famiglia arricchitasi attraverso il commercio del corallo, forse proprio i Lomellini. Si tratta di una suggestione interpretativa che lascia aperta una curiosità per gli storici dell’arte.

Raffaele Costa e l’industria del corallo

La storia del corallo lega Genova a questo materiale da tempi remoti e comprende anche importanti esperienze industriali. Nell’Ottocento, l’azienda di Raffaele Costa, attiva nella lavorazione e nel commercio, offrì lavoro a migliaia di persone lungo la Val Bisagno e partecipò a una rete internazionale: acquistava corallo in Giappone e vendeva i prodotti lavorati nel Nord Europa e presso le comunità Navajo negli Stati Uniti.

L’impresa valorizzava anche gli scarti della lavorazione, utilizzandoli nella produzione di piastrelle per pavimenti, le cosiddette cementine.

Enzo Dagnino mostra una piastrella con scarti di corallo

La successiva vendita in blocco del patrimonio aziendale, comprendente materiali, attrezzature e documenti, ha rappresentato una perdita per la memoria storica e industriale genovese. I beni sono confluiti in una collezione museale nazionale, lontano dal territorio in cui quell’esperienza produttiva aveva preso forma.

Palazzi, argenti, tessuti e corallo raccontano così una società nella quale il lusso esprimeva potere e prestigio, custodiva ricchezza e testimoniava i rapporti commerciali e culturali che legavano Genova al mondo.

Il Museo della Carta di Mele e la tradizione della carta di Voltri

L’incontro si è concluso con la visita al Museo della Carta di Mele, dove i responsabili hanno illustrato le tecniche di produzione della pregiata carta di Voltri, apprezzata in tutta Europa nel corso dei secoli.


Matteo Agrosi – Gabriele Dal Cin

Matteo Agrosi e Gabriele Dal Cin sono, rispettivamente, presidente del Consorzio Cammino di Santa Limbania e presidente del Centro Studi Storici del Ponente Genovese. Si occupano di ricerca e divulgazione storica e promuovono iniziative culturali dedicate alla conoscenza del territorio e della sua memoria. Attraverso conferenze, incontri pubblici e attività di approfondimento, affrontano temi che spaziano dalla storia medievale genovese alle trasformazioni urbane, sociali e politiche delle epoche successive.
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