Mer. Giu 17th, 2026

Francesco: Un Papa per tutti

Un’eredità di pace, di apertura e di sfide universali

È stato il primo papa a scegliere il nome Francesco. E non fu una scelta casuale. Francesco, come il santo di Assisi: povero, disarmato, radicale. Quella parola, “Francesco”, diceva già tutto. Un programma, una visione, un gesto di rottura. Il papa venuto “quasi dalla fine del mondo” si presentava così: con la forza mite di chi mette gli ultimi al centro e rifiuta i palazzi per camminare tra la gente.

Se n’è andato all’alba, in silenzio, nella sua stanza di Casa Santa Marta. Non è morto soltanto un papa: è morto un simbolo. E lo dicono, lo pensano, lo scrivono in tanti – anche quelli che da tempo non si riconoscono più in una fede, o forse non l’hanno mai avuta. Francesco è riuscito a entrare in un tempo e in uno spazio che non era solo quello della Chiesa. È diventato coscienza. E, a volte, coscienza scomoda.

Lo piangono i cattolici, certo. Ma lo ricordano con gratitudine anche i laici, i migranti, i detenuti, i poveri, gli ultimi. I tanti ai quali ha restituito parola, ascolto, dignità. È stato un papa “di parte”, sì, ma sempre dalla parte giusta. Quella degli scartati.

Lo piangono anche tanti appartenenti ad altre fedi. Perché Francesco è stato un ponte, un uomo di dialogo vero. Ha incontrato l’Islam, l’ebraismo, il buddismo. Ha stretto mani, ha costruito pace, ha saputo ascoltare. Non ha mai parlato contro qualcuno, ma con. E molti oggi lo salutano con le lacrime di chi ha perso un fratello, anche se non lo chiamava “Santo Padre”.

In dodici anni di pontificato ha scardinato rituali, linguaggi, certezze immobili. Ha riformato la Curia, ma anche il tono, lo sguardo, la postura della Chiesa. Non ha mai avuto paura di mettersi in discussione, né di accettare i propri limiti. Anche quando la sua voce tremava, anche quando il corpo non reggeva più, ha continuato a parlare. Di pace, di fratellanza, di ambiente, di giustizia. Ha sfidato poteri, silenzi e ipocrisie con una fermezza che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce.

Francesco è stato il papa dei gesti piccoli e delle parole grandi. Il papa che si toglieva il mantello e chiedeva “pregate per me”. Il papa che diceva che la misericordia viene prima della dottrina. Che la Chiesa dev’essere un ospedale da campo. Che “nessuno si salva da solo”.

Ha diviso, certo. Le sue aperture, le sue riforme, il suo stile hanno trovato anche opposizione, dentro e fuori. Ma è così che si muove la storia, è così che la fede si intreccia con la realtà. Rischiando. E l’eredità che lascia è scomoda, difficile da digerire per molti. Il suo appello all’accoglienza dei migranti, il suo impegno per la giustizia sociale, la sua spinta verso una Chiesa più povera, più vicina agli ultimi, sono sfide che ancora non sono state pienamente accettate da tutto l’ambiente ecclesiastico e non solo. Francesco ci ha lasciato la responsabilità di continuare il suo cammino, con il coraggio di affrontare le disuguaglianze, le ingiustizie, le divisioni che affliggono il mondo e la Chiesa stessa. La sua eredità non è solo una strada lastricata di buoni propositi, ma anche una sfida a fare i conti con le contraddizioni del nostro tempo.

Anche noi di IGO, di Polis SA Magazine, di Polis SA Edizioni lo piangiamo.
Piangiamo il capo della Chiesa cattolica.
Piangiamo l’uomo che tutte le altre religioni stimavano e rispettavano.
Lo piangiamo da laici che credono nell’universalità della parola Pace, che non deve essere appannaggio di nessuno ma credo di tutti.
Piangiamo chi, sino all’ultimo istante, ha voluto immergersi tra la gente, mettendo in primo piano il contatto umano, prima ancora della sua stessa vita.


Ricorderemo Francesco anche attraverso un saggio, che lo riguarda, di  Galante Teo Oliva, tratto dal libro “Il centro si guarda meglio dalla periferia” per Polis SA Edizioni, che pubblicheremo a puntate.

REDAZIONE

image_printDownload in PDF