Gio. Apr 16th, 2026

La Memoria non è un rito…

La Shoah non nacque nei campi, ma nelle parole e nelle omissioni che giustificarono l’ingiustizia, le stesse ombre camminano ancora tra noi


"Scrivere è un gesto delicato, quasi impercettibile, come camminare in punta di penna sulla superficie del nostro tempo. Non per dare risposte, ma per lasciare che le parole scivolino tra le pieghe della realtà, invitandoci a fermarci, a guardare più a fondo, a pensare. In un tempo che sembra divorato dalla fretta e dalla superficialità, le parole diventano fari: non per guidarci verso certezze, ma per ricordarci che riflettere è ancora possibile, che ascoltare e nominare ciò che accade ha un valore che non si misura in like o in rumore, ma nella capacità di nutrire la nostra attenzione e il nostro senso del mondo."
AR


La Memoria non è un rito, è una responsabilità

La Giornata della Memoria non è un semplice esercizio di ricordo. È un invito a fermarsi, a interrogarsi, non tanto su ciò che sappiamo del passato, quanto su ciò che il passato continua a sussurrarci nel presente.

La Shoah non è nata nei campi, ma molto prima: nelle parole che separavano, nelle leggi che escludevano, negli sguardi che si voltavano dall’altra parte. È stata un processo lento, giustificato, raccontato come necessario. L’orrore non arriva mai urlando: si insinua, si normalizza, diventa accettabile. Quando accade, non chiede adesione. Basta il silenzio. E spesso il silenzio è sufficiente.

Ogni volta che una vita viene ridotta a numero, che un popolo viene descritto come problema, che la violenza viene spiegata come inevitabile, il confine tra umano e disumano si sposta. E quando arretra a lungo, ciò che ieri sembrava impensabile diventa discutibile. Poi legittimo.

Viviamo in un tempo in cui l’odio corre silenzioso, nelle parole e negli sguardi, tra immagini che scorrono veloci e racconti che si spezzano. La sofferenza rischia di perdere volto e contesto, trasformandosi in flusso continuo.
Oggi, in molte parti del mondo, la paura del diverso si manifesta con leggi che escludono, confini che separano, città e frontiere che si blindano. Non solo nelle operazioni dell’ICE negli Stati Uniti, dove persone sono state uccise da agenti federali in circostanze legali ma contestate, generando proteste e interrogativi sulla responsabilità e sull’uso della forza, ma anche in altri contesti: conflitti armati, discriminazioni sistemiche, violenze contro minoranze, migrazioni forzate e politiche di frontiera restrittive mostrano come l’esclusione e la negazione della dignità continuino a farsi strada.
Questi fenomeni, legittimati da leggi e procedure, rivelano quanto sia facile normalizzare la violenza e giustificare l’ingiustizia. La Memoria ci ammonisce: il compito di vigilare è quotidiano, nelle parole che scegliamo, negli sguardi che rivolgiamo agli altri, nei silenzi che decidiamo di non praticare.

Anche le parole hanno un peso decisivo. Costruiscono cornici, orientano lo sguardo, stabiliscono ciò che è accettabile e ciò che non lo è. Quando il linguaggio pubblico si fa duro e semplificato, quando l’indignazione dura quanto un titolo, non siamo di fronte a distrazione: è un segnale da osservare con attenzione. La banalizzazione del dolore, la riduzione della sofferenza a immagini o statistiche, l’uso legittimato della forza contro chi è vulnerabile sono tentazioni sottili che allentano la vigilanza, proprio come accadde nel passato.

La Giornata della Memoria non chiede paragoni né slogan. Chiede silenzio attento, vigilanza discreta, la capacità di riconoscere i processi prima che producano conseguenze irreversibili. Perché il passato non ritorna mai identico: ritorna nei meccanismi, nelle parole, nelle omissioni. Ritorna quando il diverso diventa minaccia, quando la violenza si giustifica come inevitabile, quando il silenzio copre ciò che sarebbe doveroso vedere.

La Memoria non è solo commemorazione.
È responsabilità.
Ogni giorno.

«Quando i nazisti presero i comunisti,
io non dissi nulla
perché non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici
io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico.
Quando presero i sindacalisti,
io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.
Poi presero gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.»
Martin Niemöller

Antonello Rivano

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